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Il messaggio di Toscani ai giovani.

Oliviero Toscani ha partecipato a IF! Italians Festival, sabato scorso. Si è calato senza molti problemi all’interno del format delle “dieci domande scomode” condotto da Davide Boscacci, Direttore Creativo dell’agenzia Leo Burnett.

Al di là dell’adrenalina mista a testosterone e sudore, che inevitabilmente addensano questo genere di interviste, sono seguite a mio avviso alcune utili indicazioni per le nuove generazioni.

Undici suggerimenti in risposta a “dieci domande scomode”.

1. Siate artisti della comunicazione più che pubblicitari.

Io ho fatto tante cose al di là della pubblicità. Non sono un pubblicitario e non chiamatemi Guru, li considero insulti. Usate il termine Guru tra voi pubblicitari. Io sono un fotografo e morirò fotografo.

Nasco come reporter. Da una famiglia di reporter. Dopo mia sorella di dodici anni più grande e dopo mio padre.

Ho capito che per avere impatto dovevo trovare un canale diverso dal puro reportage.

Ho capito che la pubblicità poteva dare più visibilità alle mie immagini. E ho usato la pubblicità per fare quello che volevo fare.

2. Non sprecate le vostre vite.

Ricevo in continuazione email dai giovani che mi raccontano la loro delusione. Nel vostro sistema la creatività non esiste più. E questo è gravissimo. Chi è il responsabile?
Raccontate palle al mondo.

3. La creatività non è la priorità delle agenzie di pubblicità.

Ormai siete stati messi sotto dal management. Perché avete bisogno di questa parola, “creatività”? La creatività non è la prima attività delle agenzie di pubblicità. La prima attività è non perdere il budget.


4. La vita non è nelle agenzie di pubblicità.

Ragazzi dovete girare il mondo. Non potete stare qui con la moquette e le segretarie nelle agenzie. Dovete girare, guardare, imparare. Il mondo succede fuori, dovete imparare li.

5. Trovate la vostra voce e usatela per raccontate cose rilevanti.

Non potete rimanere chiusi nella mediocrità, nella forma, nei sistemi. Tutto ciò che si ferma alla forma, alla composizione, all’estetica, è mediocre. L’unico vero scopo è interessare la condizione umana. Non potete gettare il budget, i media che avete a disposizione, per fare cose irrilevanti.

6. Siate creatori, non direttori.

Il Padre Eterno ha creato da solo, non dirigeva nessuno.

7. Coltivate il dubbio più che le pseudo certezze.

La creatività è la conseguenza di un impegno, di una voglia, di un sogno che si realizza. E quando lavorate in questi termini può darsi che voi facciate qualcosa di creativo

E se vi sentite sicuri, facile che non sarà qualcosa di creativo. Con le ricerche generate solo la mediocrità. Per accontentare tutti non accontentate veramente nessuno.

8. Dovete provocare reazioni nelle persone.

La provocazione è alla base di tutto.

…voi ormai non provocate più niente.

La mia etica è fare una comunicazione che interessi le persone, e NON fare una comunicazione che non esiste. Come fate a fare le riunioni in 25 per parlare di quale sarà il target delle noccioline? Smettetela!

Quel mondo è finito da molto tempo.

9. Abbiate una leadership culturale sul cliente.

Per essere liberi e quindi per essere creativi….voi dovete arricchire anche culturalmente il vostro committente.

10. Andate alle riunioni da soli.

…ah lo so perché non vi piace questa….(riferendosi a uno spot Ania che Boscacci ha fatto proiettare – ndr)…perché fecero una gara. Mi trovai il giorno del briefing io da solo e altre 4 o 5 agenzie. Le agenzie arrivano anche in otto, comprese un paio di scosciate con i tacchi, ste fighe…mi hanno spiegato che sono gli account. E per tre anni ho vinto sempre io.

Per questo non vi piace lo spot Ania. Magari c’eri anche tu alla gara (riferito a Boscacci – ndr)

11. Siate sovversivi

Su questo invito c’è stato il maggiore momento di tensione.

È successo perché, mentre la regia proiettava campagne di Toscani più recenti, Boscacci ha commentato:

sta parlando di sovversione mentre passano queste immagini….non mi dica che ha fatto il pubblicitario per fare queste foto? (sottointeso: dov’è la sovversione in queste foto?)

Qui lo scambio merita di essere raccontato alla lettera:

Toscani: E dimmi qualcosa di sovversivo che ha fatto la Leo Burnett? Oddìo Santo. Siete lì in quaranta tra direttore artistico, direttore creativo lalalalalà e dimmi qualcosa di culturalmente interessante della Leo Burnett.

Boscacci: La invitiamo alla premiazione di stasera, ci saranno un sacco di lavori belli e anche sovversivi.

Toscani: Ma va là. La gente si ricorda ancora miei lavori di trent’anni fa. Vi ricordate una campagna della Leo Burnett di trent’anni fa?

Oliviero Toscani non è salito sul ring (fuori casa) delle 10 domande scomode per caricare a testa bassa. Ha occupato il centro del palco e risposto senza mai scomporsi.
Non ha danzato come una farfalla e punto come un’ape. Ma ha colpito duro. Chirurgicamente.

Quando le domande hanno cercato di chiuderlo all’angolo dell’ultima, controversa, fase del rapporto con Benetton, ha risposto con orgoglio:

no, queste cose qua ve le dite voi tra mediocri…
Benetton in 18 anni era diventato 20 volte più grande ed era uno dei 5 marchi più noti al mondo. Quanto vale questo?

In tempi recenti, Luciano Benetton ha così ricordato quegli anni:

Il nostro rapporto di collaborazione è nato dal desiderio comune di realizzare una comunicazione d’avanguardia. In un paio di decadi abbiamo prodotto campagne su temi di interesse universale, per essere comprese in 120 paesi.

I risultati ottenuti sono stati molto importanti. Abbiamo aperto un dialogo costruttivo con il pubblico, presentandoci come un gruppo aperto al mondo e sensibile ai problemi della vita altrui. Al tempo stesso siamo entrati di diritto nel dibattito culturale internazionale, fino al punto che le campagne di Toscani per Benetton sono parte della storia della comunicazione degli ultimi anni. Ho condiviso con Oliviero uno dei periodi più straordinari della comunicazione, vissuto con passione, divertimento e grande energia per quasi 20 anni.

Non sembrano le parole di un cliente scontento.

Oliviero Toscani ha presentato qualche settimana fa il suo ultimo libro “Più di 50 anni di magnifici fallimenti”.

Andy Warhol e/and Oliviero Toscani, 1973.
© Oliviero Toscani

  • Daniele

    Lo detestiamo, ma in fondo invidiamo la sua notorietà. Il più famoso tra i famosi pubblicitari veri italiani non si avvicina nemmeno lontanamente al lui. Non ha un’idea da 40 anni, ma quell’idea ancora fa scandalo e storia. Provoca ad minchiam, ma poi tutta questa rebelness non la si vede nei suoi lavori, di fatto, meno che mediocri. Parla ovviamente come uno che non sa un cazzo di come funziona a livello professionale e moderno un’agenzia e nemmeno come funziona oggi la comunicazione. E’ superficialissimo e ignorante, nel senso che ignora le nuove regole e schemi della comunicazione pubblicitaria. Eppure vince gare. Una volta, durante un colloquio con l’immenso Marco Carnevale, lo vidi sbattere sul tavolo (imprecando pesantemente) una copia de la Repubblica dove campeggiava una campagna non sense di Toscani. Mi innamorai di Carnevale, non di Toscani. Eppure è ospite all’IF e non ne esce nemmeno tanto male. Ha vinto lui. Non solo le gare.

  • Gianni F.

    Ho assistito all’intervista durante il festival.
    Più per curiosità che per reale interesse nei confronti Toscani, che ritengo l’autore della più grande e importante case history della storia della pubblicità italiana, ma che ormai è solo una vecchia gloria imbalsamata dallo show business e anche un po’ imbolsita.
    Come cliente, non mi sognerei mai di affidargli un budget, eppure anch’io ho constatato come abbia giganteggiato durante l’intervista e le sue affermazioni siano state tutt’altro che irrilevanti o completamente contestabili.
    Come è stato possibile?
    Mi sbaglierò, ma sembra proprio che si è trattato della classica intervista studiata a tavolino: domande precondivise, risposte accurate, un intervistatore che è un nano dialettico al cui confronto chiunque parrebbe un gigante.
    E se non è così, è molto peggio: vuol dire che nella pletora di “direttori creativi” italiani non ce ne è uno capace di mettere alle corde un vecchio pugile suonato.
    Figuriamoci interagire con noi, tanto biasimati, clienti.