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Il Club vota per recuperare significato

Inizio questo post dalla fine della mia prefazione all’Annual N. 26, da oggi finalmente a disposizione dei Soci.

Piaccia o meno, l’immaginario collettivo si nutre più di comunicazione pubblicitaria che di arte. Se n’era accorto già Bill Bernbach, alcuni decenni fa: “tutti noi che per mestiere usiamo i mass media contribuiamo a forgiare la società. Possiamo renderla più volgare. Più triviale. O aiutarla a salire di un gradino”.
La progressiva scomparsa dell’etica nelle dinamiche professionali del settore pubblicitario, nelle remunerazioni, nei rapporti con i dipendenti, ha da troppo tempo inevitabili ripercussioni sulla qualità dei contenuti che mettiamo on air e online.
Ecco allora che un “sistema pubblicità” privo di etica diventa un problema di rilevanza sociale. Ecco che un lavoro delicato, per le responsabilità morali e sociali che implica, rischia di non essere più né un mestiere né un insieme di tecniche e competenze. Ma solo l’improvvisazione di chi vive improvvisandosi. Solo un’innegabile forma d’inquinamento cognitivo. Il pessimo nutrimento dell’immaginario collettivo.

Non a caso ho scritto insieme ad Annamaria Testa e a Pasquale Barbella il Manifesto Deontologico dell’Adci.

È mia opinione che l’impegno a rispettare e difendere i principi e gli appelli del nostro Manifesto debba diventare l’unico requisito per entrare nel Club, indipendentemente dal ruolo professionale. È mia opinione che per essere davvero l’unica associazione capace di perseguire nei fatti la visione di una comunicazione etica, sia necessario aprire il Club. Ci sono altre forme di vita intelligente nel nostro universo. Nella galassia che chiamiamo “clienti”, in quella che definiamo “fornitori” e anche in quella che dovremmo conoscere meglio: gli utenti. Potremmo non essere soli. Potremmo brillare di più. Potremmo persino contribuire a una società migliore battendoci per una comunicazione migliore, facendo il nostro mestiere.

So che il requisito delle tre pubblicazioni negli Annual Adci, o riconoscimenti considerati altrettanto importanti, per poter accedere al Club, è per molti un tabù oltre che un cambio di Statuto.
So anche che spariremo se non apriremo il Club a chi è interessato al nostro vero obiettivo.

Spariremo perché questo Paese non ha bisogno di un circolo elitario che si autoproclami il club dei migliori creativi. E non avendone bisogno non considererà mai rilevante un simile ammennicolo.
Questo Paese ha invece bisogno di un Club che si batta per migliorare la comunicazione.

Un Club nel significato originario del termine, che in inglese indicava un bastone con una estremità stretta, facile da impugnare, e una più grossa e robusta.
Era un’arma.

E Il termine inglese Club deriva dal germanico Klubba (clava). La parola Klubba deriva dalla radice indoeuropea gel (massa compatta), che ha dato origine alle parole gleba, agglomerato, agglutinare.

Ricominciamo a considerare la parola Club come termine che indichi uno strumento utile a una battaglia (culturale e di valori). Sarà il primo passo per provare a tornare rilevanti.