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Creatività pubblicitaria in Italia: lettera da Parigi

Alasdhair Macgregor-Hastie, un piemontese dal nome scozzese, ha scritto a Lato B, il blog di ADV Express per raccontare la sua esperienza di italiano all’estero:

“Torneresti a lavorare in Italia?”.
La risposta? “No”.
All’estero ci si guadagna di più, ci si impara di più, lavori con gente più preparata e talentuosa, ci sono ancora produzioni milionarie e, nel nostri caso, si vive a Parigi.
Ma soprattutto, in Italia non ci sono i clienti. Infatti, è tutta colpa dei clienti.
Eppure, in Italia esistono marchi molto interessanti, ma gli interlocutori a sud del Monte Bianco non sono interessanti per chi ama la creatività, nè sono interessati ad averla. In Francia i clienti ci criticano per la scarsa originalità delle idee. In Italia ci criticano (mi hanno criticato personalmente) per troppa creatività.

Il resto della lettera di Macgregor su Italia e creatività qui.

Alasdhair Macgregor-Hastie, direttore creativo con esperienze in Italia e internazionali

  • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

    Nella mia esperienza un grosso problema è dato dal fatto che tanto imprenditori quanto dirigenti italiani preferiscono spararsi sul piede piuttosto che prendere una decisione. Figuriamoci prendere decisioni coraggiose o assumersi qualche rischio. Naturalmente non sempre è così, però in molte aziende (e anche nelle agenzie) ho visto spesso procedure decisionali interminabili, nelle quali alla fine si prendeva una decisione solo se non c’era più tempo oppure quando le circostanze avevano deciso al posto del dirigente o dell’imprenditore.

    • Federico

      Pienamente d’accordo con Gianni.
      I manager italiani non prendono mai decisioni e tanto meno dei rischi, a volte perché non possono (decide tutto la casa madre straniera e loro sono solo passacarte), a volte perché sono disincentivati a farlo (il successo è merito di altri o di tutti, l’insuccesso è una tua responsabilità) o semplicemente perché non sanno farlo (pochissime aziende italiane investono in formazione e seria cultura d’impresa e così un junior brand manager si ritrova marketing manager dopo x anni, ma nessuno gli ha insegnato nulla, a meno che non sia abbastanza sveglio o volenteroso di imparare da solo).

  • http://www.angelosimonecopywriter.wordpress.com angelo simone

    Conviene l’estero, altroché. Nella mia piccola esperienza in Italia un grosso ostacolo è l’impoverimento culturale che si è diffuso tra i committenti (mi scuso con tutti per la generalizzazione). è molto difficile condividere idee e strategie di comunicazione quando il cliente non sa – ancora – cosa sia un esecutivo e perché occorra pagarlo.

    un altro problema è l’incredibile schizofrenia delle persone: grandi manager e capitani d’industria quando si tratta di commissionare il lavoro, bambini con scuse che non reggerebbero neppure all’asilo quando si tratta di saldarlo.

    ma è così difficile essere professionisti lungo tutto il ciclo di vita di un progetto?