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Creativi e agenzie: perché nemici?

Emaniele Nenna, candidato consigliere, AssoComunicazione

Emaniele Nenna, candidato consigliere, AssoComunicazione

Ho chiacchierato un’ora con Emanuele Nenna, fondatore e amministratore delegato di Now Available. Mi ha parlato del suo progetto e lascio che sia lui stesso a raccontarvelo. Che un candidato al prossimo consiglio di Assocomunicazione cerchi il dialogo con l’Adci mi pare un buon segnale di apertura.

Lo so bene, non è sempre così. Ma in quest’ultimo periodo può sembrare, leggendo qua e là, che parlare di agenzie di pubblicità e di creativi sia come parlare di soggetti diversi e contrapposti. Ma perché? Personalmente lo trovo assurdo: almeno in teoria, le agenzie sono la casa dei creativi. Le agenzie vendono creatività (e quindi vivono di creatività). Come possono considerarsi in qualche modo contrapposte alle posizioni dei creativi?

E viceversa, naturalmente. Certo, tanti talenti se la cavano benissimo, sia economicamente sia come soddisfazione personale, facendo i free-lance. Ma tanti altri nelle agenzie trovano clienti importanti, buoni stipendi e soprattutto soddisfazioni creative. Perché devono remare contro, o assumere posizioni di protesta a priori, di generalizzazione e di lotta di classe?

Odio gli stereotipi, e credo anche voi. Eppure in questo momento avverto il rischio di caderci dentro in pieno.

“I creativi sono buoni, le agenzie cattive li sfruttano e non sanno valorizzare talenti e creatività, occupate solo a fare soldi e ad asservirsi a clienti incompetenti.”
Oppure, vista dall’altra parte: “le agenzie si trovano ad affrontare un terribile momento di mercato, in cui gli investimenti calano, la competizione si fa sempre più agguerrita, il moltiplicarsi degli strumenti richiede -per stare al passo- onerosi e coraggiosi investimenti. E in tutto questo i creativi continuano a pensare ai loro premi e alla loro gloria, lamentandosi e mettendosi contro.”

Davvero dobbiamo vivere questo momento, oggettivamente complicato per tutti, cercando il colpevole e creando nuove categorie contrapposte? Creando schieramenti che diventano integralisti, pur senza esserlo davvero? Oppure vale la pena di parlarne e capirsi? Non per cercare la soluzione cerchiobottista, piuttosto (chissà) per rendersi conto che non solo agenzie e creativi condividono gli stessi identici obiettivi, ma in molti casi possono trovarsi allineati anche sulle modalità con cui provare a raggiungerli.

Vi chiederete come mai compare questo tale dal nulla a raccontare delle sue paure di derive assolutiste. Cosa vuole da noi creativi? Ve lo spiego.

Sono reduce da un recente incontro in Assocomunicazione ed ho visto davanti agli occhi chiarissimo questo problema, ma anche (almeno da una parte degli associati) la voglia di risolverlo. Senza eccedere in ottimismo, credo che dopo anni di politichese possa aprirsi una fase nuova di Assocomunicazione.

E’ stato deciso, secondo me con molto buon senso, che nelle prossime elezioni i consiglieri verranno eletti con una delega esplicita ed in base al loro programma. Una di queste deleghe riguarda espressamente la “valorizzazione della creatività”. Già un buon punto, se considerate che tutti i passati convegni di Assocomunicazione erano centrati su cassa integrazione e leggi sulla privacy. Valorizzare la creatività vuol dire, per le agenzie, valorizzare il loro lavoro. Quindi ricominciare ad essere scelte in base al valore che le loro idee portano alle brand-clienti. Quindi poter chiedere ai clienti un congruo compenso. Quindi poter difendere con più agio tempi giusti per le gare, regole chiare e trasparenti. Valorizzare la creatività vuol dire tornare ad alzare la testa, a pretendere rispetto meritandoselo. E per ottenere rispetto le agenzie devono a loro volta, al loro interno, rispettare chi questo valore lo crea. Rispettare le persone, privilegiare il pensiero e le idee è il punto di partenza per un “rinascimento” della pubblicità.
(Ecco, lo sapevo, mi sono lasciato trasportare ed esagero. Il paragone con Leonardo e Michelangelo forse è inadatto. Ma l’intenzione è buona :-) )

Io credo fermamente in quello che è stato codificato molto bene in DDB qualche anno fa, cioè alla catena virtuosa delle 3P, fatta da tre elementi elencati in rigoroso ordine di priorità e consequenzialità: PEOPLE, PRODUCT, PROFIT.
Valorizzando le persone si ottiene un buon prodotto (creativo). E un buon prodotto si vende. Quindi porta profitto per l’agenzia. E il profitto genera benessere, attira talenti, crea successo. Ma l’ordine non può e non deve essere invertito.

Non credo di essere l’unico a pensarla così, e proverò a ottenere un posto in consiglio al “ministero della creatività” per portare avanti qualche cambiamento. Il primo è proprio il dialogo e la collaborazione con l’ADCI. Se sono a scrivere in questo blog prima ancora di inviare il mio programma elettorale è perché mi piacerebbe ragionare in maniera dialogica, e non difensiva o offensiva, con voi che rappresentate in misura importante le prime due P della ricetta. E quindi, naturalmente, anche della terza. Che ne dite?

Buon lavoro.
Emanuele Nenna

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  • boris

    il primo passo dovrebbe essere riconoscere gli straordinari ai creativi.
    il secondo nn taglierli come rami secchi.
    il terzo consentirgli di avere una vita senza ricattarli con il nn rinnovo del contratto ogni volta che si esce alle 6.

  • boris

    lo avevo già scritto ma qualcuno deve avermi censurato vediamo ora:

    1 iniziare a pagare gli strordinari, solo così il lavoro dei creativi verrà rispettato e nn verranno più fatte da ad e accontu richieste tipo: me nefai ancora un 5 idee e un 5 lay out come in pizzeria

    2 smettere di fare tagli esclusivamente nei reparti creativi e sostituire i senior con gli stagisti che poi vengono brieffati da una sfilza di 5 accont tra junior senior manager palnner e chi più ne ha più ne metta. le proporzione dovrebbero invenrtirsi. 5 che passano il lavoro e commentano, 2 che lo producono è un po troppo.

    3 consentire ai creativi di avere una vita privata

  • Paolo

    Trovo l’intenzione giusta ma temo si scontri con alcune categorie mentali molto in voga nelle agenzie italiane, io credo dure da modificare.
    I creativi si sentono oppressi e sfruttati da una marmaglia di account/ad/manager che ritengono indegni di questo mestiere. Le agenzie, di contro, si sentono degli “autobus” sopra i quali i creativi salgono, fanno un paio di fermate e poi scendono per salire sul prossimo e più conveniente mezzo.
    Molti creativi poi, fomentati da illustri direttori creativi, si ritengono ormai un “meta soggetto” che transita all’interno delle agenzie, con il proprio pedigree di premi, gare, clienti. Un anno qua, un anno la.
    Non è un caso che l’attenzione di molti creativi sia totalmente spostata dalla ricerca del risultato per il cliente (che alla fine paga l’agenzia e quindi anche il loro stipendio) e per l’agenzia, alla produzione di bellissimi fake da iscrivere ai premi. Premi i quali sono (giustamente) dedicati agli autori materiali delle campagne (i creativi) e non alle agenzie che però pagano il loro stipendio, i loro computer, il loro tempo.

    Per cambiare questo stato di cose io credo ci sarebbe bisogno di ricominciare a pensare da “comunicatori”. Smettere di ritenere creativi e account su 2 fronti contrapposti (i primi alfieri della creatività, i secondi del solo business).
    Penso però che questa cultura però dovrebbe discendere dall’alto: illuminati (e forse più giovani) direttori creativi dovrebbero fomentare la condivisione orizzontale di idee all’interno delle agenzie, cercando di abbattere le categorie interne e facendo vivere ai creativi la propria funzione nel business. Non un enclave di pseudo-artisti frustrati, ma attori di un business.
    Account, Ad e manager delle agenzie dovrebbero schiodarsi da un’idea vecchia di 50 anni del creativo “caca-layout” e creatore di problemi.

    Se si ricominciasse a considerarsi tutti dei “comunicatori” e perciò degli “esperti di comunicazione” e quindi si ragionasse tutti come attori di un unico business ma con specializzazioni diverse, forse si invertirebbe la tendenza di questa ridicola contrapposizione.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Secondo me il tema dei “fake” è grandemente esagerato. Nella mia esperienza, quasi tutte le volte che un presunto “fake” è stato esaminato attentamente, s’è scoperto che in realtà, bene o male era stato pianificato veramente. Infatti: per quale motivo nessuno denuncia un problema dei “fake” in radio, mentre quasi tutti i presunti “fake” sono in stampa? Perché è normale ascoltare un radiocomunicato “mai sentito prima” (nessuno ascolta “decide di emittenti radio”, e qualcuno non ascolta la radio per niente). Mentre quando si vede un annuncio mai visto prima, siccome in agenzia si passa molto tempo sfogliando molte riviste, “sembra” che l’annuncio non sia mai apparso da nessuna parte, e da qui l’accusa di “fake”. Soprattutto se gli autori sono antipatici :-)

    • Paolo

      Sono in parte d’accordo (anche se ho assistito personalmente alla preparazione di decine di fake puri con pubblicazioni volanti sulla “Voce di Cutugnano”), però converrai con me che è comunque sintomatico di un’attitudine.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Convengo.

  • emanuele nenna

    Certo Boris, il rispetto che le agenzie devono tornare a chiedere alle aziende clienti è lo stesso che devono meritarsi anche attraverso comportamenti eticamente corretti.

    L’obiettivo è quello di generare un circolo virtuoso: se riusciremo a dare più valore alla creatività, i clienti torneranno a pagare le agenzie per quello (e non solo per il servizio e la produzione) e le agenzie saranno naturalmente portate -anche quelle che oggi non lo fanno spontaneamente- a considerare i propri creativi meno come “produttori di lavoro” e più come “generatori di valore”.

    Oggi qualche ingranaggio non gira, siamo tutti d’accordo, ma la voglia di cambiare è il primo passo per cambiare davvero.

  • topcat

    Ma con quali parametri i clienti valutano un “buon prodotto” pubblicitario? Loro preferiscono l’evidenza del prodotto conveniente, e poi tirare sul prezzo.
    A mio avviso il problema viene dall’esterno. Poi, a decidere di tagliare il personale in agenzia sono spesso le stesse persone che non hanno saputo tenere sul prezzo.
    Sono d’accordo che l’agenzia sia la casa dei creativi, ormai. Almeno fino all’ingiunzione di sfratto.

  • Till Neuburg

    Ciao Emanuele. Quante belle parole.

    Agitare bandiere (bianche, rosse, nere o, al limite della decenza semantica, persino rossonere), mi sa tanto di festival dell’Unità anni ’70 (“Aprire ai giovani”, “La donna nuova”, “La cultura è un bene di tutti”, “Il Sud questo sconosciuto”).

    La sostanza invece è molto più attuale, più semplice, più banale: con rarissime eccezioni (Livraghi, Rizzi, Suter, Sabbatini, Villa, Ettorre, e forse due/tre altri che ora non ricordo), i capi delle nostre agenzie erano e sono sostanzialmente dei venditori – nel migliore dei casi mediatori. Citatemi un solo manager d’agenzia italiano che avesse previsto e attuato i ribaltamenti e gli sconquassi tecnici, di linguaggio e, soprattutto di rapporti sociali, che stanno definitivamente cancellando la loro idea vecchia su cosa dovrebbe essere la loro agognata “agenzia di pubblicità”.

    Ricapitoliamo brevemente il loop di cecità e di presunzione che in questi ultimi trent’anni da Otipi ad Assap fino ad AssoComunicazione, ha fatto continuamente perdere i pezzi dei loro catorci “a servizio completo”:

    - il media planning
    - il media buying
    - le ricerche “motivazionali” (da Dichter fino a Fabris)
    - le ricerche di mercato (il dopo Kotler gli si è letteralmente disciolto tra le mani)
    - il direct marketing
    - il branding e il naming
    - lo sponsoring
    - il packaging e il BTL
    - il web (con tutte le sue infinite articolazioni in continua estensione e mutazione)
    - la telefonia
    - la sempre più intensa comunanza tribale
    - i meccanismi, il linguaggio, le intuizioni del cosiddetto virale

    Ciascuna di queste nostre praterie sociali e comunicazionali, meriterebbe per conto suo un noir – tutti improntati esclusivamente alla pigrizia e alla presunzione auto-referenziale di chi continuava imperterrito a giocarsi i budget sui campi da golf.

    Dalla commissione del 15%, siamo arrivati alla Commissioni d’inchiesta che giudicano le gare.

    Oggi, che l’unica e ultima dritta che i nostri managerazzi possono ancora offrire all’angolo della strada, è la vituperata creatività, mi sembra ovvio che la nostra nuova/vecchia TrenItalia della réclame debba per forza recuperare un più che ovvio dialogo con i creativi – gli unici che tengono in piedi la loro baraccopoli di servizi (“Facciamo il pieno di spot?” “Olio, acqua e BTL a posto?” “Guardi che queste headline sarebbero da sostituire…”).

    Intanto, alcuni clienti che non sanno recitare solo il mantra dell’Auditel e del G.R.P., l’hanno già capita da tempo: anziché incrociarsi quotidianamente con gli scontati Tre x Due dei nostri FedEx bocconiani o worldwide, preferiscono dialogare direttamente con chi risponde in modo concreto e immediato alle loro domande: le cosiddette piccole strutture creative – agili, compatte, simpatiche, indie.

    Vediamo se i country manager supernavigati in mission worldwide e dismissioni locali, sapranno stare al passo con la realtà (economica, etica e lavorativa). Per fortuna, il numero di telefono dell’ADCI non è clandestino e, a quanto mi risulta, il nostro presidente è un ottimo ascoltatore. Se poi il suo share d’ascolto con la nuova/vecchia AssoComunicazine sarà proficuo oppure no, non dipenderà solo da lui.

    Se non ora, quando?

    • emanuele nenna

      Caro Till,

      sono d’accordo con te, ma da qualche parte si dovrà provare ad iniziare. Nessuno sa quale sarà davvero l’attitudine della nuova AssoComunicazione, e se un approccio meno “golfistico” e più appassionato e attuale potrà prendere un po’ di spazio nei palazzi. Il Consiglio è tutto da eleggere, si vedrà quali nomi proporrà. La sfida però è proprio quella di rendere proficuo il dialogo, per rilanciare il mestiere, l’etica e l’economia delle nostre agenzie. Ti assicuro che non sono il solo ad aver voglia di accettarla, questa sfida: quella di portare un po’ di contenuti e di idee e cercare di farle ascoltare non solo dalle agenzie indie (certamente più preparate alla contemporaneità) ma da tutto il sistema. Non so come andrà, ma penso che un contributo lo si possa portare da più parti. Bisogna provarci, credo. Senza sventolare bandiere di religione o di tifo perché (è retorico ma è vero) alla fine l’obiettivo finale è comune. Io ho deciso di provare a metterci il mio pezzettino di energia, buona volontà ed idee. E chiacchierando con colleghi e amici (creativi, account, planner, manager, ad, clienti) mi pare di cogliere da più parti una sana voglia di ripartire dai fondamentali. Chissà.
      Ma in effetti: se non ora, quando?

    • Till Neuburg

      Caro Emanuele,

      quando allenava ancora il suo coriaceo Padova, prima di una partita contro uno squadrone, il solito gazzettaro chiacchierone gli augurava: “Che vinca il migliore…”. Al ché il saggio Paròn triestino rispose con un secco “Speremo de no!”

      E così, anch’io auguro ai clienti, ai creativi e, soprattutto, ai cittadini (che i tuoi colleghi hanno per troppi anni miniaturizzato in ‘consumatori’), che non vincano ‘i migliori’ cioè i C.E.O., i country manager, i golfisti col roleggs sopra il polsino… ma i ‘peggiori’ come te.

      In sostanza, in tutti questi anni le agenzie hanno fatto solo le fusa ai croccantini Fido, oleato il Cuore del sistema che salta gli steccati della modernità, fatto da cambiavalute ai milioni e milioni di sghei Negroni. In quella voliera del conformismo, l’UPUPA più grosso ha poi spiccato il volo per inventare l’Auditel – il più efficace e fantascientifico alibi per produrre campagne sceme. Ora, quel rapace spennacchiato è appena stato chiamato a nidificare persino in cima alla Biennale. Questo era, ed è, il contesto tra AssoComunicazione, committenti e “mercato”.

      Sarebbe bello se persone come te, non si accontentassero solo di fare il Consigliere. La pubblicità non ha bisogno di turisti EMEA, di risorsumanisti bocconiani, di guru rotariani da circolo bridge, di agenzisti tristi di default o, per contro, di ottimisti che parlano solo di “ottica”, option e ottimizzazione. La comunicazione moderna ha bisogno di essere realmente moderna.

      Il modernariato AssoComunicazione non lo compra più nessuno, nemmeno gli appassionati del Carousel Kodak e di Carosello.

    • emanuele nenna

      Caro Till,
      è la prima volta che sentirmi dare del “peggiore” mi fa piacere. Un po’ per la citazione dell’immortale Nereo, un po’ perché di certo non mi vorrei riconscere nei “migliori” muniti delle auto blu della pubblicità.

      Però nella tua metafora la partita è secca: si vince o si perde. Si può anche vincere (o pareggiare) contro Messi & C. con una squadretta raffazzonata, ma succede una volta e mai più.
      Allora la sfida è creare una nuova squadra, che da paggiore e fortunata diventi migliore. Lo si può fare partendo dall’alto, con una grande campagna acquisti, oppure investire sul vivaio e arrivare all’obiettivo con un po’ più di pazienza.

      Ad esempio portando buone intenzioni e buone idee in AssoComunicazione, insieme ad altre persone (che ci sono) che condividono una certa visione del progresso del nostro mestiere. Non è detto che la voce di alcuni (se le parole sono quelle giuste) non venga ascoltata, generando il primo passaggio verso il cambiamento. Se pensassi che non ci siano chance non sprecherei il mio tempo candidandomi. Ci sono diverse persone, anche di squadre da Champions League, che -come te- hanno voglia di modernità e non di vintage. Ci sono anche quelle arroccate dietro a posizioni che mi fanno rabbrividire, ma io spero che siano in estinzione (le posizioni e le idee, non le persone, alcune ancora troppo giovani!). Vedremo. Io parto senza pregiudizi verso le dichiarazioni di cambiamento e con molta voglia di contribuire. E senza paura di dire a tutti (golfisti o meno) quello che penso in ogni momento. Poi vedremo.
      Del resto, avresti detto che l’Udinese sarebbe stata oggi in testa al campionato?

  • Marco B.

    La “buona” pubblicità è certamente quella che, detta in maniera molto semplice e in ordine sparso: AIUTA il cliente a vendere di più, fa PARLARE BENE del prodotto/brand, si fa in qualche modo RICORDARE (lasciando un buon ricordo) e CONVINCE definitivamente il cliente a considerare l’agenzia come consulente (e non come semplice “fornitore”)

    Per il resto, ritengo come scritto nel post che l’advertising stia affrontando un momento di importante cambiamento e che un maggiore DIALOGO tra i suoi protagonisti sia un punto di partenza imprescindibile per modificare realmente la rotta.

    Ciao.

  • http://www.mizioblog.com/ mizio

    Caro Emanuele,

    ti rispondo non in quanto consigliere ADCI ma come amministratore di Enfants Terribles, una delle strutture italiane indipendenti più longeve.

    Personalmente questa nuova Assocomunicazione non mi piace per niente.

    Non giudico né la persona né la professionalità di Massimo Costa, ma non posso dimenticare cosa rappresenta, e cioè il gruppo WPP.
    Questa cosa di continuare ad affidarsi allo strapotere dei network, di scegliere il candidato attraverso un conciliabolo dei saggi, a me sa tanto di vecchio e anacronistico. Specialmente oggi, quando è ormai evidente che le strutture che Till chiama “indie” stanno facendo il culo alle grandi. Eppure continuiamo a farci rappresentare dalle stesse sigle di gente morta secoli fa.

    Apprezzo quello che stai cercando di fare.
    Io stesso ho deciso di prendermi un impegno diventando consigliere ADCI.
    Ma.
    Io ho seguito il programma di un uomo di cui conosco bene sia pregi e difetti (tanti). E di cui conosco bene l’energia e la voglia di cambiare.
    E comunque la si voglia vedere, nel bene o nel male, questo nuovo consiglio ADCI sta rappresentando davvero un cambiamento.
    Dubito che lo stesso valga per la nuova Assocomunicazione.
    Ripeto: i tre saggi che decidono, l’uomo dei grandi network… a me sembra il solito refrain con un bel pack nuovo.

    Comunque sia faccio il tifo per te.
    Se poi non ce la fai, chiamami che magari si ragiona su come mettere su un’associazione di strutture “indie” ;-)

    m.

    • emanuele nenna

      Caro Mizio,

      premetto che la modalità con cui è stato indicato il nuovo Presidente di AC non piace nemmeno a me, per niente. La definisci correttamente: anacronistica. Lo statuto dell’associazione prevede l’elezione del presidente, non la nomina dall’alto. E sarà effettivamente triste (per un appassionato delle logiche democratiche) trovarsi un solo nome da barrare sulla scheda elettorale. Ho già condivisio questo punto di vista con alcuni colleghi in AssoComunicazione, e via e-mail con lo stesso Massimo Costa, che non conosco personalmente. Ma mentre gli scrivevo delle mie perplessità sul modo, nello stesso tempo gli comunicavo il mio appoggio e la mia disponibilità a collaborare sulla base di un programma di totale rinnovamento dell’associazione. Che è quello che lui ha promesso. Da più parti sento dire bene di lui, e io non sono di quelli che si schierano contro per partito preso. E non credo nemmeno che in un’associazione che si basa su un presidente più quattordici consiglieri sia giusto concentrare tutta l’attenzione (che sia di appoggio politico incondizionato o di feroce critica) su un’unica persona.
      Del resto nessuno ha vietato ad altri di candidarsi e sfidare democraticamente Costa in base ad un programma.

      Personalmente non ho niente contro i Gruppi, contro le strutture internazionali o i colossi locali. Oggi ho una mia agenzia indipendente e mi sento fortunato, perché da qui è più facile (e tu lo sai bene) stare al passo con i tempi, contribuire all’evoluzione della specie senza ingarbugliarsi in meccanismi finanziari o burocratici. Noi se abbiamo un’opportunità ci buttiamo, senza aspettare approvazioni o veti dalle stanze dei bottoni. Oggi mi piace giocare a questo gioco, trovo sia più stimolante e creativo. E anche più vantaggioso, se è vero (come è vero) che la salute delle strutture come le nostre è oggi migliore di quella delle grandi sigle. Ma sono stato (e bene) per tanti anni anche in un grande gruppo, anzi due. E non rinnego nulla di quel periodo. Un mondo diverso, ma che non ho mai vissuto (né allora da dentro, né oggi da fuori) come necessariamente “cattivo”. Come sempre, e come dovunque, ci sono buoni e cattivi in ogni contesto. E le agenzie, quelle grandi e quelle piccole, sono fatte di persone. A volte illuminate e “buone”, a volte meschine e cattive.

      Se si riuscirà con AssoComunicazione, approfittando delle imminenti elezioni, ad avere un “governo” che faccia le cose di cui abbiamo bisogno, io sarò felice. E lo appoggerò, sia da consigliere (se verrò eletto) sia da semplice associato. Se questo governo saprà rappresentare tutti, i grandi e i piccoli, le multinazionali e le “indie”, avremo fatto bingo. Se diventerà di nuovo espressione dei soli poteri forti, allora mi tirerò indietro. E magari penseremo davvero ad una nuova associazione, che abbia l’obiettivo di rappresentare l’intero mercato e non solo una parte, e soprattutto abbia voglia di fare qualcosa di concreto per migliorare la vita delle agenzie (e quindi di tutti quelli che le compongono, in primis i creativi). Non un’associazione di sole strutture indie, però, perché anche tante grandi hanno voglia e bisogno di un po’ di rinnovamento. E soprattutto, se si vuole rappresentare un mestiere, credo di debba includere tutti quelli che -anche numericamente- ne fanno parte. Sarebbe altrettanto triste avere l’associazione delle agenzie “contro il sistema”. Sarebbe bello avere l’associazione delle agenzie che rappresentano un “nuovo sistema”. Questo sì.

      Ma io sono ottimista per natura, e quindi per ora nutro la speranza che AC possa diventare nel tempo questa cosa. Un amico (AD di una struttura non indie) mi ha detto “vedrai che in Massimo troverai grande ascolto e apertura”. Perché non dovrei crederci? Solo perché Costa è sinonimo di WPP? Non so. Io mi auguro che grandi e piccoli, che locali e globali possano vivere insieme senza conflitti, perché -come dicevo prima parlando si agenzie vs creativi- alla fine combattiamo tutte per la stessa cosa: fare un buon lavoro e venire valorizzate per questo.

      Vedremo. Se tutto andrà male sarò il primo a dirlo. Se tutto andrà bene potremmo iniziare (magari a piccoli passi) una fase in cui il dialogo (tra gruppi e indie, tra clienti e agenzie, tra manager e creativi) sia il filo conduttore per una rinascita della nostra amata professione.

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