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Cos’è l’Art Directors Club Italiano e a cosa serve.

Il 29 settembre 2012 ci sarà un’Assemblea Ordinaria Generale dei Soci dell’Art Directors Club Italiano (ore 10.30 in Hdemia), nel corso della quale io e tutto il Consiglio Direttivo Adci presenteremo le nostre dimissioni, con 18 mesi di anticipo rispetto alla scadenza prevista dal nostro mandato. Quello stesso giorno ci ricandideremo, dopo avere spiegato nuovamente gli obiettivi che ci ripromettiamo di perseguire e il supporto che ci aspettiamo dai soci.

Per rendere possibile la discussione anche a chi il 29 settembre non potrà partecipare, ho deciso di pubblicare una serie di post che si propongono di rispondere a domande secondo me cruciali:
-cosa è e a cosa serve l’Adci
-perché farne parte (e i Soci che servono all’Adci)
-i Soci che non servono all’Adci
-qual è la funzione degli Adci Awards e dell’Annual
-perché l’Adci non può e non deve essere solo un premio e un Annual
-perché i cosiddetti “fake” minano la credibilità dell’Adci
-perché scompariremo come associazione se rimaniamo un circoletto chiuso
-perché queste dimissioni


Cosa è e a cosa serve l’Adci?

“Fra trent’anni l’Italia non sarà come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la TV”.

(Ennio Flaiano)

“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”

(Gandhi)

Non prendo casualmente queste due citazioni dall’ultimo capitolo de “La trama lucente”, libro di Annamaria Testa che invito a leggere (e rileggere)
Io mi sono iscritto all’Art Directors Club Italiano, circa quindici anni fa, perché condividevo la visione racchiusa in quello che il nostro Statuto definisce obiettivo primario del Club:

migliorare gli standard della creatività nel campo della comunicazione e delle discipline ad essa collegate. Promuovere la consapevolezza dell’importanza di questi standard all’interno della comunità aziendale, istituzionale e del pubblico in genere, in Italia e all’estero.

 

“Promuovere la consapevolezza dell’importanza di questi standard” significa ricordare (e non solo tra soci) che “tutti noi che per mestiere usiamo i mass media contribuiamo a forgiare la società. Possiamo renderla più volgare. Più triviale. O aiutarla a salire di un gradino”.

So che alcuni, soci Adci e non, tendono a considerare la pubblicità solo uno “specchio della società”. Non è così.

L’interazione tra l’inquinamento cognitivo mediatico e il depauperamento valoriale di una società è, parafrasando Gregory Bateson, un esempio di coinvoluzione: un fenomeno che si verifica quando l’involuzione del fattore A favorisce l’involuzione del fattore B che a sua volta favorisce l’ulteriore involuzione di A, e così via.

Relegarci con rassegnazione in una posizione deresponsabilizzante (siamo solo effetto e non causa) ci ha emarginati in un ghetto socialmente equivoco.

Ci ha privati del nostro ruolo di operatori culturali, ruolo che in passato ci era riconosciuto da “intellettuali del calibro di Eco, quando ci chiedevano di scendere in campo e partecipare alla battaglia sul divorzio o sull’aborto, a temi di rilevanza assoluta per la società civile”, come ricordavo già nel mio programma di candidatura (gennaio 2011).

Oggi non ci chiamerebbero. Siamo guardati con sospetto, nella migliore delle ipotesi.

Recentemente, l’avrete letta, è nata una polemica intorno a questo annuncio.

Non sto nemmeno a indicarvi i vari commenti di blogger e utenti sui “soliti pubblicitari”. Trovo ancora più tragicamente emblematiche queste frasi di un giornalista:

Uno slogan ad effetto, quello dell’immagine pubblicitaria dell’azienda fornitrice della linea adsl, ancor più se allegato all’immagine di una bella donna in bikini.
Un gioco di parole diretto e capace di catturare l’attenzione, secondo la ferrea legge che recita: “Il sesso, in pubblicità, vende”. Tutto regolare, tutto entro i limiti della decenza.

Tutto regolare “stocazzo”, secondo me.

Il nostro Statuto ci indica, da oltre 25 anni e sin dalla prima pagina, quella che oltre a essere la nostra responsabilità, può e deve essere anche la nostra funzione sociale. Ciò che può renderci necessari. E quindi utili.
Possiamo essere l’unica associazione che persegue, nei fatti, una visione etica della comunicazione, sforzandoci di identificare e premiare (Adci Awards) i modelli virtuosi, per mostrare a chiunque abbia accesso ai media che un altro mondo è possibile. A cominciare dalla pubblicità. Perché nessuna legge, o ricerca seria, ha mai decretato che debba essere necessariamente brutta, idiota e disonesta come quella in cui ci si imbatte sin troppo spesso.

Che la Stampa arrivi a considerare “tutto regolare” un annuncio come “la diamo a tutti” ci indica che siamo molto lontani dall’avere anche solo sfiorato il nostro obiettivo primario, benché lo si persegua dal 1985 e malgrado gli oltre 25 Annual pubblicati. E ci spiega anche il perché Oliviero Toscani e persino Silvio Berlusconi vengano considerati, da giornalisti e persino politici, nostri colleghi (più bravi).

Ignoro quale dei 40 “padri e madri fondatori” dell’Adci abbia scelto determinate parole per illustrare il nostro obiettivo primario. Ma considero quelle parole la nostra ragione di esistere.
E sono l’unica ragione per cui sono rimasto socio del Club, fino a candidarmi alla presidenza Adci, nel momento in cui mi pareva che quelle parole non fossero più tradotte in fatti.

L’Assemblea del 29 settembre l’ho convocata anche per questo. Ho bisogno di comprendere se per la maggioranza dei Soci sono solo parole che hanno perso significato.

  • http://www.wikicsr.it GIACOMO GHIDELLI

    IL TUTTO NON POTEVA ESSERE DETTO MEGLIO.

  • Giuseppe Reggio

    Ok, Massimo, se fossi ancora socio dell’ADCI ti voterei.
    Credo che quella che hai brevemente descritto sia la battaglia “culturale” (mi trema la tastiera quando scrivo questa parola) che dovremmo condurre.
    Appartengo alla categoria dei “vecchi”, ma devo dire che i “giovani” non mi piacciono molto, fin da quando ho sentito “Try a little tenderness” di Otis Redding umiliata a jingle per una caramella tenera (capito? tenderness – tenera!!).
    Con dolore vedo la memoria dissolversi, la “cultura” ridursi in pillole con un’attendibilità da blog (almeno Wikipedia ha la correttezza di scrivere “notizia senza fonte” quando non può fornirla), la conoscenza ridotta a pura informazione.
    Ti faccio di nuovo i migliori auguri, ma temo che il treno sia stato perso (cfr: “Love in vain” di Robert Johnson).
    Ancora auguri sinceri
    Giuseppe Reggio

  • emanuele nenna

    Massimo,

    come sai sono (quasi) sempre d’accordo con il tuo punto di vista, e trovo che l’iniziativa della “fiducia” da votare il 29 faccia onore a te e al consiglio. Ma mi chiedo (così aggiungo una domanda a quelle a cui stai già rispondendo): l’ADCI non potrebbe avere anche uno scopo ulteriore, e più pragmatico, oltre a quello nobile ed etico che indichi in questo post? Parlo di farsi rappresentate ufficiale di istanze che superano la creatività per toccare un intera sistema: quello della pubblcità (in tutte le sue forme).

    Puoi obiettare che molte volte sono stati portati da coi temi legati all’occupazione, al mercato, al dialogo con AssoC, ecc. Ed è vero, nessun dubbio che la vostra attenzione vada anche lì. Vero, ma io nell’ADCI non posso entrarci. Perché non sono (in senso stretto, almeno) un creativo. Quindi -mi sembra ovvio- non posso pensare di farmi rappresentare da un’associazione che non mi vede tra gli iscritti.

    Parlo di me ma naturalmente mi faccio portavoce di tanti che, come me, ricoprono in questo mercato ruoli diversi dal “professionista creativo” e che sentono l’esigenza di trovare una voce comune. Voce che non trovano ancora in AssoC, né da nessun altra parte. Sono tanti: la quantità inaspettata di messaggi di “ringraziamento” che ho ricevuto per la mia lettera aperta a Monti su ilPost ne è testimonianza. Può essere l’ADCI quel posto, cisto ceh almeno sul profilo dei valori partiamo allineati? Forse no. Ma perché no?

    Grazie, buon lavoro,
    Emanuele

  • Paola Manfroni

    Sottoscrivo ogni riga. Dedicare del tempo al club non è semplice, e può sembrare vano. Ma quella che propone Massimo è una sfida possibile, di quelle che una volta portate a termine sembrano ovvie. Come ci capita quando creiamo una campagna: le cose che funzionano sono quelle che sono già nell’aria, mutamenti già avvenuti nella sensibilità delle persone, che aspettano solo di essere resi evidenti.

    • Benni Priolisi

      Sottoscrivo anch’io, Paola.

      Dedicare tempo al Club o a un’associazione (è il mio caso) è una sfida, una sana sfida; sana perché è tempo di mettere in riga chi dentro le righe non c’è mai stato o chi pensa, spacciandosi per il Solone di turno, di esserci stato.
      Etica e giusto rigore: questo è il mio pensiero.
      Abbiamo un gran lavoro da fare, specialmente dalle mie parti.

      B.
      ps: non sono ADCI

  • http://www.pitacco.com Pier Paolo Pitacco

    caro Massimo, è esattamente tutto questo. Non ci dovrebbe essere neppure bisogno di scriverlo, ma, come osserva Giuseppe Reggio tutto cambia e si sposta in altre direzioni, con altri riferimenti ecc.
    L’unica chance che abbiamo è perseguire fino all’ultimo respiro cio’ in cui crediamo.

    “Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”

  • http://www.nicolovolanti.com Nicolò

    Tutto corretto e gli obbiettivi prefissati sono più che condivisibili.
    Ma reputo necessario (non che questo sia una priorità specifica del club) lavorare sulla “cultura pubblicitaria” fuori dagli addetti ai lavori.
    Sarà un mio cruccio, ma fin quando ci sarà gente che reputa un annuncio come quello in articolo, anche solo “gradevole” o “d’effetto”, è difficile un vero cambiamento.
    Da un lato quindi, la promozione di messaggi corretti e di valore (e qui, il club, gioca un ruolo fondamentale), dall’altro però una società in grado di accoglierli. E in quest’ultimo caso, bisognerebbe capire, però, quanto le priorità sociali italiane lo permettano.

  • Pierluigi Barbieri

    Massimo, non sono iscritto all’ADCI per mia scelta, tanti anni fa diciamo all’inizio avrei voluto far parte del club, ma già all’epoca assistevo a scambi di favore, gente che furi diceva una cosa e poi quando era il momento di votare si turava il naso per far piacere al DC (direttore creativo, non democrazia cristiana) ma il paragone mi sembra calzante. Allora ho preso la decisione di starmene fuori, di non giocare sporco.
    Quello che scrivi è giusto l’ADCI dovrebbe essere così, ma ti sei chiesto il perché in 25 anni e oltre non è cambiato niente? Anzi siamo andati sempre peggio.
    Il Club ha pensato ai premi e non ai premi di produzione, non ha visto o se lo ha visto ha fatto finta di nulla, il cambiamento che avveniva nelle agenzie.
    Ho detto il Club e non te Massimo, che qualcosa hai tentato, e parlo solo di te.
    Vorrei vedere un Club più attivo verso il sociale, prendersi carico delle istanze dei giovani e non giovani che tutti i giorni svangano palate di quella sostanza marrone.
    E poi prendete un anno sabbatico, non fate uscire l’annual, non date i premi, vediamo se davvero il Club vive solo di queste due piccole cose.
    E per piacere basta con la puzza sotto il naso, fate entrare, anche perché si paga, anche il mondo imprenditoriale, forse le cose potrebbero cambiare in meglio.
    Ciao Massimo e anche se non sono d’accordo con alcune tue decisioni tieni duro, trovo sia giusto darti la possibilità di finire il tuo percorso (molto difficile).

    • Maurizio

      L’idea di non dare premi per un “anno sabbatico” è molto bella. E molto anti-economica. Però ci piace!

    • Pierluigi Barbieri

      Perché anti-economica, le agenzie possono mandare i lavori, e secondo me se non ci sono premi e giurie forse si possono giudicare senza paure, pregiudizi e in piena libertà di pensiero. E poi si risparmiano premi che servono solo come fermacarte o accessori per i bagni.

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