Lascia una risposta

ESSENTIALS – 10 TITOLI DA VEDERE.

Autore: Flavio Nani

Fare una selezione di 10 titoli è difficilissimo: come si fa a sceglierli tra tutte le cose stupende che sono state girate? Sembra un’impresa impossibile ma in realtà è una cosa molto divertente, specie perché la selezione è basata su criteri arbitrari; e allora vale un po’ tutto e si lascia spazio all’istinto. Nella mia selezione ho cercato di essere vario: titoli di puro intrattenimento accanto a pellicole fondamentali per la storia del cinema; serie leggere accanto a documentari molto impegnativi. Ho cercato di mettere tante cose nuove andando però a scegliere anche tra titoli che hanno fatto storia. Senza la pretesa di fare la recensione dei vari titoli ma semplicemente rispondendo alla domanda del brief: perché quel film o quella serie non possono mancare tra le visioni di un giovane creativo? 

UNCUT GEMS di Josh e Bennie Safdie (2019)

https://www.youtube.com/watch?v=vTfJp2Ts9X8 

Uncut Gems ha un tiro pazzesco, è un film che va sempre a 300 all’ora, senza mai risultare stucchevole; ha dei picchi di tensione notevoli e un protagonista a dir poco magnetico. Ma il motivo per cui non deve mancare tra i film che un giovane creativo non può non aver visto è la colonna sonora di Oneotrix Point Never. Daniel Lapotain è uno dei più interessanti producer di musica elettronica degli ultimi anni e il lavoro che fa in questo film è bellissimo: oltre a valorizzare quanto fatto dai registi a livello visivo e narrativo, riesce a rappresentare in maniera potente cosa significhi fare una colonna sonora contemporanea. Sicuramente è per le sonorità – ricercate e iper stilose; ma soprattutto per come in certe scene la parte visiva e la parte sonora si fondono per creare un qualcosa di più potente. Non sono una al servizio dell’altra, ma diventano una cosa sola. I fratelli Safdie sono due giovani cineasti ormai annoverabili nella gloriosa scena indipendente newyorkese; e, tra le varie chicche registiche di questo film, riescono a dirigere in maniera convincente anche Kevin Garnett – ex stella dell’NBA. 

SKIN di Guy Nativ (2018)

https://vimeo.com/ondemand/skin2 

Il motivo per cui Skin non può mancare tra i film che un giovane creativo dovrebbe vedere è per la sua capacità di dimostrare che un’idea forte, se supportata da una buona struttura, può fare la differenza in una campagna di comunicazione come in un lavoro cinematografico. I corti che trovo veramente riusciti hanno sempre un’idea forte che fa fare loro il salto di qualità: in questo senso trovo che abbiano tanto in comune con gli spot. Skin è un film di Guy Nativ e ha vinto l’Oscar come miglior corto nel 2019. 

LEVIATHAN di Andrej Zvjagincev (2014)

https://www.youtube.com/watch?v=tj0SMgg9Jqg 

Leviathan è un capolavoro perché ha la capacità di restituire un quadro profondissimo ad un livello sia umano che sociale e politico; e lo fa attraverso un rigore formale potentissimo, restituendo uno spaccato autentico della Russia contemporanea. Leviathan è uno di quei film con un ritmo del montaggio molto lento ma che non ti annoia mai: i tempi delle scene sono dilatati e lasciano spazio ad una fotografia semplicemente perfetta; all’azione viene sempre preferita la reazione emotiva dei personaggi, il paesaggio non è funzionale alla storia ma espressione della condizione umana. Non può mancare tra i film che un giovane creativo ha visto perché è importante capire come lavora un vero maestro del cinema. 

EUPHORIA di Sam Levinson (2019)

https://www.youtube.com/watch?v=teCrVa0J8v4 

Euphoria è una serie teen di HBO di cui si è parlato moltissimo lo scorso autunno, una serie sugli adolescenti pensata per un pubblico di adulti che non si ricorda più – o vuole capire meglio – cosa succede nella testa dei giovani. Euphoria è molto divertente e la si guarda tutta d’un fiato; sicuramente una serie molto ben riuscita. Non credo sia un capolavoro, ma credo che sia una visione indispensabile ad un giovane creativo perché riesce a condensare tutti gli aspetti tecnici che vanno molto di moda in questo momento – anche in ambito commercial. In altre parole: a livello formale è super cool. La macchina da presa che gira, il contrasto cromatico nella singola inquadratura, i raccordi super elaborati e via dicendo; guardarla, per un pubblicitario, è un utilissimo esercizio. 

THE ACT OF KILLING di Joshua Oppenheimer (2012)

https://www.youtube.com/watch?v=Q3FcB1UZHlg 

The act of Killing è un pugno dritto nello stomaco; secondo me uno dei documentari più interessanti del decennio appena finito. Sicuramente fa impressione scoprire e veder approfondito uno dei fatti di cronaca più inquietanti del secolo scorso, quello dei massacri indonesiani degli anni Sessanta – l’esecuzione di quasi un milione di “comunisti”, di fatto gli oppositori al regime di Suharto. Ma il motivo per cui non può mancare tra i film di un giovane creativo è per come riesce a giocare con i codici del documentario grazie ad una formula narrativa molto innovativa: The act of Killing non è un documentario di repertorio, quello che verrebbe naturale girare visto il tema. Joshua Oppenheimer compie un’operazione tanto coraggiosa quanto azzeccata decidendo di far mettere in scena agli esecutori dei massacri ancora in vita i crimini che hanno commesso, interpretando anche il ruolo delle vittime. Il risultato è qualcosa che è difficile definire: sicuramente c’è una forte dose di grottesco, che si unisce a un dramma profondo – tutto ciò alternato a lunghi tratti di qualcosa di simile alla commedia. 

THE SOPRANOS di David Chase (1999-2007) / THE WIRE di David Simons e Ed Burns (2002-2008)

https://www.youtube.com/watch?v=u9qpFgAa52U

https://www.youtube.com/watch?v=9qK-VGjMr8g 

Nel mondo della serialità televisiva esiste un prima e un dopo The Wire e i Soprano; questo è il motivo per cui non possono mancare tra le visioni di un creativo, specie in lockdown se ha molto tempo libero. Queste due serie hanno letteralmente fatto epoca perché a partire dalla fine degli anni ’90 hanno creato un nuovo prototipo di serialità televisiva; sono entrambe prodotte da HBO, che non a caso dichiarava: It’s not television, it’s HBO. Tecnicamente sono tra le prime serie ad aver avuto uno sviluppo orizzontale. La linea narrativa attraversa le intere stagioni e diventa il vero elemento chiave. Prima le serie avevano una narrazione verticale: gli episodi avevano una struttura rigida e i temi venivano introdotti, sviluppati e conclusi all’interno della singola puntata. In sostanza è da questi due titoli in poi che le serie sono diventate cool, fondamentalmente perché sono bellissime: prima di loro serie TV significava soap opera à la Beautiful e Dallas; dopo di loro si è aperto un mondo di serialità televisiva in cui il livello qualitativo si è alzato notevolmente e il bacino di spettatori allargato a dismisura; insomma, una sorta di rivoluzione culturale nel mondo dell’audiovisivo. Da lì in poi ormai è successo di tutto: e quella rivoluzione ormai è diventata storia. Ma I Soprano e The Wire rimangono due pilastri ancora lì, in tutta la loro bellezza e solidità. 

PARASITE di Bong Joon-Ho (2019)

https://www.youtube.com/watch?v=isOGD_7hNIY 

Difficile che qualcuno non abbia ancora visto Parasite; ma i pochi rimasti devono rimediare al più presto, fosse solo per capire com’è stato possibile che l’Academy americana abbia deciso per la prima volta nella sua storia di assegnare il premio di miglior film ad un lavoro straniero. Guardando Parasite si ride di gusto, ma il tempo concesso alla leggerezza è limitato, perché Parasite è una profonda riflessione sociopolitica; dopo aver mantenuto il film sul piano della commedia, Bong fa esplodere tutto il dramma della nostra contemporaneità fino a far sfociare la storia in tragedia. I pochi che non hanno ancora visto Parasite lo devono vedere anche solo per capire quanto sempre più spesso nel cinema contemporaneo ha poco senso parlare di generi. 

IO LA CONOSCEVO BENE di Antonio Pietrangeli (1965)

https://www.youtube.com/watch?v=_xt2jIx5IEM 

Il motivo per cui un film come Io la conoscevo bene non può mancare tra le visioni di un giovane creativo è perché è importante ricordarsi che c’è stata un’epoca in cui noi italiani eravamo tra i più bravi al mondo a fare cinema; al di là di alcuni grandissimi maestri – di cui tutti ci ricordiamo i nomi, avevamo un’industry fortissima: in Italia venivano prodotti moltissimi film il cui livello qualitativo medio era molto alto. Antonio Pietrangeli non è tra i nomi di autori più ricordati ma dimostra quanto si può scavare in quegli anni per trovare perle. Io la conoscevo bene è un film sui sogni infranti il cui messaggio vale 50 anni fa come ora; è un film sul mondo dello spettacolo romano, ma soprattutto sulla nuova società italiana figlia del boom economico. Ed è un ritratto femminile formidabile, uno dei più toccanti che conosca. 

MULHOLLAND DRIVE di David Lynch (2001)

https://www.youtube.com/watch?v=jbZJ487oJlY 

Mulholland Drive è uno dei migliori film del regista più visionario degli ultimi 30 anni. David Lynch ha una filmografia straordinaria, unica e meravigliosa: iniziata nel ’77 con Eraserhead – esordio a dir poco sconvolgente, e conclusa nel 2007 con Inland Empire, una sorta di manifesto sul senso del cinema e più in generale della narrazione attraverso le immagini. Il motivo per cui Mulholland Drive non può mancare tra le visioni di un giovane creativo è proprio perché Lynch rimette totalmente in discussione le regole della narrazione e le reinventa secondo una formula originale e potentissima; Lynch sembra dire: l’importante non è capire la storia ma viverla in maniera emozionale. Le atmosfere ricreate dal regista comunicano con lo spettatore ad un livello profondo; attraverso il suo mood Lynch riesce a toccare il subconscio del pubblico come pochissimi altri registi riescono a fare. 

VIAGGIO A TOKYO di Yasujirō Ozu (1953)

https://www.youtube.com/watch?v=lTMmsT4hUDk 

Credo che chiunque dovrebbe vedere Viaggio a Tokyo, semplicemente perché è un film eterno. Ozu è unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi registi di tutti i tempi e questo è il suo film più conosciuto, ritenuto da molti come una delle pellicole più belle della storia del cinema. Viaggio a Tokyo ha le sue radici nella cultura giapponese; ma allo stesso tempo ha la straordinaria capacità di trattare in maniera universale alcuni grandi temi comuni della condizione umana: per uno spettatore occidentale riesce ad essere sia un affascinante viaggio in una cultura lontana che un profondo percorso dentro se stessi e il nostro modo di essere nel mondo. È per questa sua capacità di essere allo stesso tempo profondamente giapponese ma inesorabilmente universale che non può mancare tra le visioni di un giovane creativo.


Lascia una risposta

#ViralCreativeExpress: la nona edizione si trasforma. A rappresentare l’Italia due giovani under 28.

Venerdì 17 maggio ha inizio al nona edizione di Creative Express, programma organizzato da ADC*E e progettato negli anni per fornire formazione di alto profilo ai giovani creativi di tutta Europa, raccogliendo alcuni tra i migliori professionisti under 28 del vecchio continente: art director, copywriter e designer che avranno il piacere di lavorare insieme ai loro colleghi internazionali per affrontare una sfida imprenditoriale reale in una classe come nessun’altra.


Quest’anno, per la prima volta, Creative Express si trasforma, prende il nome di #ViralCreativeExpress e diventa digitale, riunendo in una classe virtuale 30 giovani creativi di tutta Europa e 9 mentori senior con l’obiettivo di trovare idee creative a supporto della crisi causata dal CoVid-19.


Anche quest’anno l’Italia sarà rappresentata da due promettenti under 28: Agnese Mignone ( Havas ) e Marco Peluso ( Freelance ).


E c’è di più: la presentazione finale, che che avrà luogo domenica 19 alle 18.00, sarà trasmessa in diretta sulla pagina Facebook ufficiale di Creative Express, e sarà aperta a chiunque voglia partecipare.


Congratulazioni ragazzi e buon lavoro: quest’anno il vostro è un ruolo importante, e come dice il nostro Presidente ADCI Vicky Gitto, “a voi il compito di rappresentare l’Italia in Europa”, oggi più che mai.

Pubblicato in ADCE

Lascia una risposta

I WEBINARS DI FACEBOOK – CREATIVE RULES: CREATIVITA’ E PERFORMANCE

EPISODIO 3 – Il 16 aprile alle ore 16.00

 Oggi, giovedì 16 aprile, dalle 16.00 alle 17.00, il terzo appuntamento realizzato in collaborazione con Facebook esclusivamente per i soci ADCI.

Il terzo webinar, “CREATIVE RULES: CREATIVITA’ E PERFORMANCE”, ancora una volta a cura di Patricia Consonni (Facebook Creative Agency Partner) ha lo scopo di ispirare e guidare i clienti su come migliorare l’impatto del loro lavoro creativo rispetto alle campagne di Performance/Direct Response. La presentazione è focalizzata sulla costruzione di una base di conoscenza comune per clienti e agenzie che si occupano di comunicazione in chiave Performance, con l’obiettivo di capire l’importanza e il potere della creatività nel successo delle campagne e di comprendere come poter applicarla al meglio.



Come partecipare:

Abbiamo inviato ad ogni socio un invito via mail, sarà sufficiente registrarsi al webinar ed attendere il promemoria che ti permetterà di accedere alla classe.


N.B. L’invito è stato inoltrato alla mail con la quale hai effettuato l’iscrizione all’Art Directors Club Italiano. Se non ricordi la mail di registrazione o riscontri qualsiasi problema contatta claudia.pardo@adci.it.

Lascia una risposta

Brand Ecology: una riflessione che non ha nulla a che fare con il green

Autrice: Samanta Giuliani

In ambito strategico, spesso ci piace coniare nuove terminologie da inserire più o meno forzatamente all’interno delle nostre chart. Seppur per la maggior parte dei casi si tratti di un vago tentativo per confondere l’uditorio, sfruttando il bel noto fenomeno secondo il quale se durante una riunione usate un termine inglese ignoto ma vagamente credibile, nessuno avrà il coraggio di domandarvi che significato abbia, in alcuni sparuti casi la nascita di un nuovo termine corrisponde a una vera e propria rivoluzione nel modo in cui siamo abituati a guardare un certo fenomeno o un certo approccio alle cose.

Dentro le parole ci sono i semi di nuovi significati. E spesso non è la definizione esatta quella che dobbiamo cercare, quanto le suggestioni e le implicazioni che il nuovo termine ci apre.

Prendiamo un esempio: Brand Ecology. La prima cosa che viene in mente, è una netta associazione con il mondo della sostenibilità ambientale. Eppure il termine non ha alcuna attinenza con tematiche green. 

La Brand Ecology è lo studio dei pilastri fondativi di una marca a partire dalla sua relazione all’interno di un ecosistema che – sorpresa sorpresa – non è influenzato solo dal consumatore/target demografico. Per “fare” Brand Ecology, occorre analizzare il proprio brand considerando tutti gli aspetti che ne influenzano l’ascesa o la caduta, e che possono contribuire ad arricchirne o impoverirne il valore: fenomeni culturali, fenomeni sociali, fenomeni economici, consumer behaviour, ma anche storia stessa della marca e dell’azienda. 

In base a cosa vengono selezionati questi pilastri fondativi? Al cuore di tutto ci sono sempre i comportamenti, dando per assodato che modificarli o incentivarli sia alla base del marketing. 

Quindi la domanda da farsi è: quali sono le aree di influenza che possono ragionevolmente avere un ascendente sul comportamento dei consumatori rispetto alla mia Marca? E da lì, quali possono controllare? Quali no? Sono un brand altamente adattivo, capace di ritrovare la mia nicchia ecologica anche al variare di queste aree di influenza, oppure mi rendo conto di essere dominante oggi, ma potenzialmente in difficoltà domani al variare di alcune influenze chiave?

Penso che la Brand Ecology sia un esercizio strategico molto interessante per le marche, perché non ragiona su una cieca sequenza di causa-effetto (“i miei consumatori guardano la TV, pubblicizzo i miei prodotti in TV”), ma anzi si guarda attorno, esce dai propri confini di marca e di azienda e si accorge della stretta rete sociale, culturale, economica e comportamentale a cui dobbiamo il successo o l’insuccesso di un’azienda. Individua prima di altri nuove nicchie da conquistare, e in questo è l’essenza stessa del trend-watching.

Come l’evoluzione, la Brand Ecology non “premia” nessuno: avvantaggia chi sa essere più flessibile, attento al proprio ambiente, sensibile ai cambiamenti. Non “possiede” canali e touchpoint, ma li “abita” fintanto che agevolano il suo scopo evolutivo. Sa modificare i suoi pattern di comportamento per muoversi in armonia con gli altri attori che popolano il suo ecosistema. 
E tornando all’importanza delle parole nell’aprire nuove associazioni, vi propongo il raffronto tra Brand Ecosystem e Brand Ecology. A voi cosa suggerisce?


Lascia una risposta

ESSENTIALS – 10 PROFILI INSTAGRAM DA SEGUIRE.

Autrice: Giuliana Lo Porto

La quarantena è stata una doccia d’acqua fredda. 

Nessuno di noi se l’aspettava per davvero e la aggiungerei alla lista delle cose che odio e amo allo stesso tempo. 

È un tema così delicato che, se devo essere sincera, mi sembra di dire sempre la parola sbagliata. 

Qualsiasi cosa io dica potrebbe essere una mancanza di rispetto per chi sta male o per chi ha persone care che sono state prese nella morsa di questo ragno indomabile. Ma non è poco rispettoso cercare di ingegnarsi e capire come spendere al meglio il proprio tempo in casa.

Ho iniziato lo smartworking il 24 Febbraio: questo vuol dire che da più di un mese lavoro da casa, luogo da cui non esco esattamente dal 5 Marzo, neanche per passeggiare un cane, perché, ahimè, non ce l’ho. 

I miei movimenti, come quelli di tutti, sono limitati e tendo a spostarmi dal letto alla sedia, dal tappetino da yoga alla cucina in modo compulsivo tutto il giorno. Passando da una media di 3km di camminata al giorno a una media di 0,03 km al giorno. Non è facile, non lo è per me come non lo è per nessun altro. Ma in compenso devo ammettere che sono diventata cintura nera di scrolling, con una media di 3h e 50 giornaliere trascorse su instagram, nel weekend. Ne vado fiera? Sì. In altri tempi mi sarei messa le mani nei capelli e avrei iniziato a gridare per dire al mondo quanto io sia dipendente da questo social, ma oggi no. Oggi tutto è diverso. Oggi io non posso uscire, e spendo il mio tempo nel fare tutte quelle cose che ognuno di noi sta facendo in questo periodo di quarantena come lavorare, lavorare, lavorare e poi cucinare, mangiare, allenarsi, dipingere, recuperare libri mai letti, film mai visti e serie mai iniziate. Gli unici stimoli che posso ricevere sono rinchiusi nelle quattro pareti di casa mia, dunque, la mia unica finestra sul mondo è lo schermo. Non è che niente niente i terrapiattisti c’avevano ragione? La mia Terra è il mio schermo del mac o iphone che sia. 

Scegliere soltanto 10 profili instagram sui 500 di mio interesse non è facile, ragion per cui ho deciso di segnalare quelli che subito, di pancia mi vengono in mente, al di là di profili preferiti sulla creatività o per allenarmi o per seguire strambe ricette che incontro nel mio cammino.

Non ho abbastanza memoria e spesso mi capita di riguardare lo stesso film e accorgermi di averlo già visto tipo dopo ¾ di pellicola, dunque figuriamoci se riesco a ricordarmi i titoli. Ormai sono rassegnata a questo mio deficit. 

Dunque vado su Filmatic e scelgo una foto o un frame che mi colpisce, senza cercare la trama o il cast, e se il frame mi piace guardo il film (di solito per poi capire di averlo già visto soltanto alla fine). 

Perché ne ho bisogno. Perché in fondo mi mancano quelle stories dei miei amici palermitani che la domenica vanno a Mondello e fanno vedere quel mare limpido e quella spiaggia paradisiaca. Perché mentre leggo notizie tragiche e ansiogene, ho bisogno di trovare nel mio feed una banalissima foto del Golfo di Mondello o della Cattedrale di Palermo e qualche cannolo random.

In 20 tap circa ho una overview di quello che succede nel mondo, con delle gif simpatiche per ogni argomento! NO: non dobbiamo sostituirlo ai quotidiani o ai tg, ma – per utilizzare un termine che ci piace tanto – ci aiuta a fare un “punto” della situazione attuale da un altro punto di vista.

Sto diventando malinconica e adoro vedere random foto di Brad Pitt e Jennifer Aniston che si abbracciavano nel lontano 1999. Perché? Banalmente perché un secondo dopo faccio partire una di quelle belle playlist anni 90 e inizio a canticchiare “if u wanna be my lover, you gotta get my friend”… ballicchiando per casa come nelle migliori commedie americane, senza gelato in mano però!

Il nome di questo profilo è già una buona motivazione per seguirlo senza farsi troppe domande.

Devo davvero spiegare il perché?

Again, devo davvero spiegare il perché?

Perché a me sapere che il rosmarino permette al cervello di ringiovanire di ben 11 anni interessa saperlo e interessa anche sapere come fare ad assumerlo senza dover mangiare e ruminare le singole foglie. 

Perché da una bella foto, può intravedersi un grande insight.

Sì, sono un italiano medio. E rido davanti a queste cose. Devo ammettere però che sto guarendo da questa brutta dipendenza che la prima settimana mi era sfuggita un po’ di mano. 


Lascia una risposta

I BRAND E IL COVID-19 TRA COMUNICAZIONE E MARKETING

Autore: Luca Comino

Prima di iniziare davvero, due parole sull’immagine scelta come cover di questo articolo: si tratta di un video che in Cina in due giorni ha fatto più di 300 milioni di views. Il proprietario di un piccolo shop indipendente di Chengu ha realizzato un tè al latte contenente una medicina cinese, che sembrava essersi dimostrata efficace nell’alleviare i sintomi, promettendo di produrlo e regalarlo ai medici della sua città. Le critiche che sono arrivate dalla rete al proprietario dello shop non riguardavano il mood da “fake news” e la pseudo-scientificità di tutta l’operazione, quanto il non aver dato seguito alla promessa di distribuire il latte. Alla fine quindi, tutto si è risolto in una operazione molto smart di visibilità anche se un po’ cinica da parte del piccole imprenditore.

Entrando quindi nel vivo, zero pretese di esaustività, la quantità di proposte sviluppate in queste settimane in tutto il mondo la conosciamo. E anche senza voler catalogare tutto, è necessario darsi delle regole nel tentativo di fare una fotografia del modo in cui i brand hanno interpretato il loro ruolo in queste settimane dominate dal quasi-iperoggetto COVID 19.

Anzitutto: di cosa vogliamo parlare? Di advertising o di marketing? Da un punto di vista di comunicazione, la tentazione sarebbe di concentrarsi sulla quarta e ultima delle famose “4P”: Product, Price, Place, Promotion. Tuttavia, penso che allargare un po’ al marketing in generale, e quindi parlare anche di prodotto, di prezzo e di distribuzione possa essere utile per fare chiarezza nella valutazione dell’efficacia o anche semplicemente della “creatività” (ammesso e non concesso che le due cose si possano separare) delle idee che i brand hanno messo in campo per affrontare questa crisi.

Utile, ma non decisivo: ad esempio, come mai i messaggi di  “social distancing” di Coca-Cola e McDonald’s sembra non siano stati accolti molto bene sui social, mentre la campagna Jeep è piaciuta di più (almeno, per quanto ne so, ai creativi)? Un semplice fatto di esecuzione brillante e di voglia di trovare un vero concept di campagna, che nel caso di Jeep è “Explore the great indoors”? In effetti le ricerche che finora sono state fatte per quanto riguarda le aspettative dei consumatori circa la pubblicità in questo periodo non escludono affatto, per i brand, la possibilità di continuare a comunicare in modo più o meno normale.

D’altra parte, sappiamo come da un po’ di anni a questa parte si stia enfatizzando l’importanza per i brand non solo di identificare il proprio ruolo nella società e nel mondo, ma anche di metterlo in pratica, di realizzarlo – il che implica, ovviamente, andare oltre il prodotto e la pura e semplice trasmissione di un messaggio.

Da questo punto di vista la crisi sanitaria globale è un incredibile banco di prova: un banco di prova che nessuno, ovviamente, avrebbe voluto sperimentare.

Ho provato a raggruppare i progetti per industry, commentandoli molto brevemente. Infine, per curiosità, una piccola finestra aperta su quel mondo a volte un po’ spiazzante dal punto di vista degli stilemi comunicativi che è l’Estremo Oriente, e la Cina in particolare, dove tutto questo ha avuto inizio.

AUTOMOTIVE

Si tratta di uno di quei settori che subisce con più forza le conseguenze della pandemia. Come stanno reagendo i brand?

Di Jeep abbiamo già detto.

Ford, con la campagna Built to Lend a Hand ha colto l’occasione per celebrare la propria storia e allo stesso tempo valorizzare il proprio servizio di finanziamento, fondamentale in questo periodo.

Interessante constatare che un secondo soggetto della stessa campagna, con un messaggio simile ma una esecuzione molto più fredda, sia stato giudicato molto meno efficace. Di nuovo, una piccola dimostrazione dell’importanza del crafting e in generale della qualità creativa.

HYUNDAI ha scelto di toccare il tasto emotivo dell’importanza della famiglia, rassicurando i recenti acquirenti di un veicolo circa la possibilità di posticipare le rate di pagamento.

BMW Italia invece con la campagna #InsiemePerRipartire ha scelto la strada “tutta comunicazione” del messaggio “siamo qui, soffriamo insieme, insieme ce la faremo”. Da una parte, è un approccio che probabilmente sopravvaluta l’importanza che le persone danno ai Brand nella propria vita, dall’altra se non altro è stato scelto un testimonial credibile a incarnare la possibilità di rialzarsi con coraggio da qualunque crisi: Alex Zanardi.

Infine, sui social, per i brand automotive l’idea di giocare con il logo per dare un messaggio di social distancing è diventato una sorta di gara tra i diversi brand. Lo hanno fatto AUDI, VW e Mercedes. 

HYUNDAI, invece, se non altro ha provato a lanciare un messaggio diverso:

ALCOHOL

Budweiser ha trovato un equilibrio tra pura comunicazione e Brand Activism, realizzando un video fortemente emozionale e con un vero meccanismo creativo, che permette di capire solo alla fine qual è il gesto che il Brand ha deciso di… mettere in campo: “We’re shifting our sports investments to help our heroes on the front lines

Aviation Gin con la campagna #TipYourBartender e Miller Lite con #VirtualTipJar hanno deciso di intervenire in favore dei “bartender”: una categoria particolarmente in difficoltà, in tutto il mondo ma soprattutto in America, dove la mancia (“tip”) costituisce un elemento fondamentale.

Guiness ha fatto sia una sostanziosa donazione sia occupato il territorio “social distancing” con una delle esecuzioni più eleganti e davvero “on brand”.

Le grandi corporations Pernod Ricard e Anheuser-Bush InBev hanno aperto la porta alla possibilità di riconvertire la produzione, in particolare per produrre igienizzante per le mani.

Anche la brewery BREWDOG ha convertito produzione per il PUNK SANITISER, quindi dando un po’ l’impressione di una mossa vagamente cinica, ma forse, in linea con il tono di voce del brand.

A questo però si è accompagnata un’attivazione basata sulla “riconversione della distribuzione”:

Jack Daniel’s personalmente mi ha in po’ deluso con un video “slice of life” con un messaggio molto generico e una creatività fiacca. Però decisamente americana nell’atteggiamento.

Se Jack Daniel’s mi ha un po’ deluso, Johnnie Walker mi ha un po’ stupito per l’assenza. Premesso che, come detto sopra, giocare con il logo non cambia il mondo, il brand in passato aveva ad esempio creato una limited edition “Jane Walker” abbastanza notiziabile. Beh, avrebbe potuto proporre una “Johnnie Sitter”, no? Forse ci hanno pensato ma l’hanno giudicato troppo off-brand?

Johnnie Walker Aims To Make Strides Toward Gender Equality ...

BEAUTY & HEALTH

In questo contesto, i brand in ambito salute e cura della persona possono legittimamente fare leva sui loro valori chiavi: la vicinanza, la dedizione, l’impegno nella ricerca di soluzioni. Le scelte quindi sono state semplici e dirette:

GUERLAIN ha riconvertito la produzione di alcune linee di prodotto per distribuire gratuitamente igienizzante ai lavoratori in ambito sanitario e ospedaliero. L’OREAL si è mosso 

in maniera analoga e così pure ESTEE LAUDER che ha inoltre donato 2mio a Medici Senza Frontiere.

BODYSHOP ha deciso di regalare box di prodotti per la cura personale ai lavoratori ospedalieri, come gesto di attenzione per regalare un po’ di sollievo a chi si sacrifica senza sosta.

LARGO CONSUMO 

Il problema (l’opportunità) che questa industry deve affrontare è legata all’accesso ai beni. Per i brand attivi in questo settore quindi la soluzione si presenta spesso nella forma di un’idea innovativa legata alla distribuzione per rendere più facile la vita delle persone. Non tutti però hanno colto questa opportunità.

Chiquita ad esempio ha ricevuto parecchie critiche sui social per questa creatività, accompagnata dal messaggio “Miss Ciquita è già a casa”.

Il brand di preservativi SKYN non si è lasciato sfuggire l’occasione di suggerire di “STAY & F**K AT HOME”, realizzando al contempo progetti speciali social come il “Pleasure Calendar”, con contenuti di “servizio” quotidiani, consigliando modi per tenersi “occupati”.

BALDOR FOODS è un brand B2B che serve normalmente i ristoranti e che quindi si è trovato da un giorno all’altro con le mani in mano. Ha deciso quindi di riorganizzare il proprio servizio logistico e il proprio sito in ottica B2C, portando il cibo a casa delle persone.

Tra le curiosità, si può senz’altro citare la linea editoriale di No Name, il brand canadese di prodotti generici. Senza fare una piega, hanno affrontato la pandemia come qualsiasi altra conversazione, gestendola con il proprio tono di voce:

Intanto, il brand americano di carne congelata Steak-umm (decisamente non il tipo di brand dal quale ci si aspetta un marketing valoriale e purpose-driven) si sta facendo notare su Twitter e sui magazine di settore per l’autencitità del proprio community management, arrivando addirittura a distinguere tra la necessità di fare advertising di prodotto e la necessità di guardare in faccia la realtà. E suggerendo che, se si ha fiducia, come suggeriva Ogilvy, nel buon senso del proprio pubblico, le due cose possono convivere.

Domanda: per un brand food, non sarebbe stato interessante mixare l’invito forte a stare a casa il più possibile con la legittimità della visita “necessaria” al supermercato proponendo una guida per realizzare in una volta sola la “spesa del mese”, ovviamente mettendo al centro del carrello i propri prodotti e collegando un piano editoriale di challenge mensili? In questo modo, comunicazione di prodotto e messaggio di responsabilità sociale avrebbero potuto convivere bene.

Infine, un po’ largo consumo un po’ beni durevoli, IKEA ha, diciamo così, giocato in casa. Un po’ puntanto sull’emozione con il video “dal punto di vista della casa”, un po’ sfruttando ironicamente i suoi asset Istruzioni e Catalogo. In generale, però, da IKEA forse ci si aspetta qualcosa di più e di meglio. Che stiano preparando qualcosa per il dopo?

ASSICURAZIONI

AIA ha creato una polizza gratuita anti-Covid, mossa molto notiziabile e apprezzata.

In Italia, VERTI ha invece deciso di puntare sul contenuto di intrattenimento, realizzando per Instagram un piccolo video AMSR con colonna sonora binaurale per regalare un momento di serenità e permettere comunque alla propria community di “muoversi” (la promessa del Brand) pur rimanendo a casa.

ONLINE ENTERTAINMENT

Industry molto vivace in questo momento. Solo Twitch, ad esempio, ha registrato un aumento di traffico del 10%. Molti brand hanno messo in campo una loro versione della “mossa PornHub“.

SKY ARTE ha messo a disposizione tutti i propri contenuti su una piattaforma aperta.

E mentre dalla Miami Ad School è uscita la campagna virale OOH con gli spoiler delle serie per scoraggiare ad uscire di casa, Netflix ha deciso di lavorare sul prodotto, lanciando Netflix Party, una extension di Chrome che permette di condividere un account e soprattutto di ricreare l’esperienza di vedere un programma insieme agli amici.

E non si può negare che conosca il suo pubblico, donando 100mio ad un fondo dedicato ai freelance del mondo della creatività.

ONLINE PLATFORMS

Come notato da un autorevole commentatore del marketing digitale un paio di settimane fa,  che ha addirittura parlato di “Silenzio degli dei”, i Big Four si sono limitati a esistere e più o meno a funzionare, permettendoci di rimanere in contatto e di accedere a possibilità di intrattenimento impensabili se questa crisi si fosse verificata solo qualche anno fa.

Vero? Abbastanza, almeno fino a pochi giorni fa, quando Facebook ha colto l’occasione con Droga5 per una bella operazione: un video di grande impatto emotivo, che da una parte opera una sorta di back to basics per il brand, mettendo al centro la forza del volto umano, dall’altra valorizza la feature Community Help.

WhatsApp, che senz’altro ha un problema in quanto canale di misinformazione e fake news, ha realizzato una partnership con WHO, Unicef e l’International Fact-Checking Network per realizzare un “Coronavirus Hub”, con l’obiettivo di scoraggiare la diffusione di notizie non fondate o allarmistiche.

Personalmente, ho apprezzato la scelta di PINTEREST, che, in linea con le linee guida della community, risponde alle query esclusivamente con contenuti provenienti da fonti istituzionali.

Inutile poi sottolineare come le piattaforme di lavoro collaborativo e online education abbiano tutte provato a mettersi a disposizione per rendere le giornate più produttive e utili.

RISTORAZIONE

Se McDonald’s, come raccontato all’inizio, ha da una parte giocato con il logo per lanciare il messaggio di “social distancing” e dall’altra rassicurato circa l’operitività dei suoi ristoranti in modalità Drive Thru, Burger King ha voluto incarnare di più l’ideale di “content as a service”, insegnando a preparare il Whopper perfetto a casa, come già mostrato nel precedente articolo di questa serie. 

CHIPOTLE ha aperto dei “lunch hangouts” per ricreare l’esperienza del pranzo in comune.

Il food market danese Rotunden ha fatto qualcosa di molto creativo e rilevante, lavorando sul prezzo: per scoraggiare l’accumulo inutile di prodotti, in particolare di hand sanitizer, ha creato una “promozione” molto particolare: invece del classico “compri 1 e il secondo è scontato”, ha deciso che “compri 1 e il secondo costa molto, molto di più”.

E LA CINA?

Uno sguardo al primo paese che ha dovuto gestire il contagio.

Anzitutto, colpisce il tono di voce assolutamente giocoso anche delle comunicazioni più funzionali e informative, che vanno così ad assumere una qualità più vicina al “nudging“. Questa ad esempio è una multisoggetto rivolta agli autisti di un servizio analogo a Uber (Gadoe), con 6 consigli di comportamento. Alcuni dei meme della campagna (il gatto con la maschera e l’uomo-dinosauro) hanno preso fuoco con forza sui social.

Il gigante di microblogging WEIBO ha invece voluto condividere l’elenco di tutti i brand che hanno contribuito con donazioni, allineando così la popolazione sulla notevole cifra complessiva: 1 miliardo e 300 mio di Euro.

Non sono ovviamente mancati classici progetti di attivazione, come quello del mega brand diary Yili, che con “Aiuta un amico a Wuhan” ha invitato a mandare un messaggio di vicinanza a una persona cara nella provincia focolaio del virus: il brand si impegnava a recapitare il messaggio e una scorta di latte.

AH SÌ: CORONA EXTRA

Come si è mosso questo brand che condivide il nome con il virus? All’inizio, come ricordiamo tutti, giravamo molte immagini (fake o meno) di scaffali di supermercato saccheggiati nei quali rimaneva solo la Corona, evitata da tutti.

Come previsto però dal guru del marketing Mark Ritson, la situazione si sarebbe risolta favorevolmente per il Brand. Così infatti è stato: “Nielsen data from Credit Suisse found sales for Constellation Brands, owner of Corona, are up 39 percent for the most recent week, led by the Corona family, up 50 percent. Apparently, Corona Beer is proving popular at Zoom happy hours.” 

Questi dati potrebbero essere interpreati come una conferma d

ella maggiore efficacia di una strategia basata sulla distinzione piuttosto che sulla differenziazione (dibattito che agita il mondo della marketing strategy da decenni).

Finora, durante tutta la crisi, Corona ha mantenuto un profilo di comunicazione basato sulla consistenza della propria linea editoriale, senza entrare nella conversazione ma continuando a espandere i propri territori di comunicazione tradizionali.

CONCLUSIONE

Non c’è conclusione. Brand e agenzie hanno di fronte ancora settimane se non mesi di regime di eccezionalità. Questo periodo può essere per attività tattiche rincorrendo l’attualità, o possono essere un’occasione anche per un pensiero profondo su cosa significherà costruire marche che non solo crescano ma anche prosperino nel mondo del dopo Covid-19, tra strategie di distinzione, differenziazione, entertainment e purpose.


Lascia una risposta

I WEBINARS DI FACEBOOK – MESSENGER: CONVERSATION STARTER

EPISODIO 2 – Il 9 aprile alle ore 16.00

Domani, 9 aprile, dalle 16.00 alle 17.00, il secondo dei tre imperdibili appuntamenti realizzati in collaborazione con Facebook esclusivamente per i soci ADCI.

Nel secondo webinar, “MESSENGER: CONVERSATION STARTER”, Patricia Consonni (Facebook Creative Agency Partner) ci parlerà di progettazione di campagne con l’uso di Messenger, ed in particolare di:

1) Opportunità: una panoramica delle opportunità creative e delle strategie per la creazione di campagne di messaggistica ed esperienze lungo il percorso del consumatore;

2) Framework: informazioni su come creare campagne ed esperienze di messaggistica efficaci e creative;

3) What’s Next: uno sguardo al futuro della messaggistica come mezzo creativo.


Come partecipare:

Abbiamo inviato ad ogni socio un invito via mail, sarà sufficiente registrarsi al webinar ed attendere il promemoria che ti permetterà di accedere alla classe.

N.B. L’invito è stato inoltrato alla mail con la quale hai effettuato l’iscrizione all’Art Directors Club Italiano. Se non ricordi la mail di registrazione o riscontri qualsiasi problema contatta claudia.pardo@adci.it.


Lascia una risposta

Covid-19 e buon senso: quando la crisi mette alla prova i Brand

Autrice: Samanta Giuliani

Tempi estremi mettono alla prova moltissimi fenomeni che fino a ieri davamo per scontati. E se è vero per la società, l’economia e la politica, è altrettanto vero per la comunicazione.

Da mesi, una delle buzzword più ricorrenti negli elevator pitch di qualsiasi professionista del nostro settore è stata purpose”. Convincere i brand a individuare il senso della propria esistenza nella società al di là del proprio manifesto obiettivo di business è stata la crociata a cui abbiamo consacrato come professionisti le nostre slide, le nostre case study, i nostri appelli più accorati. 

Nessuno si aspettava che sarebbe arrivato un evento molto più grande di noi a mettere alla prova la nostra capacità e quella dei brand di perseguire nei fatti quel purpose che ci eravamo scelti.

Covid-19 è una delle crisi sistemiche più drammatiche nella nostra storia recente. Ogni brand in quanto azienda ha importanti problemi di business da affrontare in questo momento storico: alcuni settori vivono una frenata considerevole (viaggi, ristorazione, retail) mentre altri esperiscono una crescita sotto steroidi (e-commerce, video-game e streaming, farmaceutiche, food). 

È interessante notare come generalmente per le marche la prima domanda sia stata: continuiamo a comunicare? Se sì, come? 

In questi giorni ha provato a rispondere Machado – Global CMO di Burger King – commentando la campagna Whooper Quarantine appena uscita in Francia: “Se tu stai già facendo qualcosa di concreto per aiutare, probabilmente ti sei guadagnato il diritto di interagire con i tuoi fan attraverso le classiche ads, promozioni e comunicazioni social. E sì, ho detto “probabilmente”. Dipende tutto da che tipo di brand sei, la situazione contingente nel Paese in cui ti muovi, e come si stanno muovendo gli altri player. In questo momento, quello che raccomando è una grande dose di buon senso prima di fare qualunque cosa”. 

Immagine che contiene frigorifero, coperto, aperto, neve

Descrizione generata automaticamente

Quarantine Whooper – campagna di Burger King Francia

Al di là della stampa dedicata al “Whooper della quarantina”, infatti, Burger King sta donando kids’ meals attraverso la sua app mobile, attività utile soprattutto per i genitori per i quali è difficile provvedere ai pasti dei propri figli ora che le scuole sono chiuse. 

Assodato che Burger King France sta già contribuendo su un piano più concreto del semplice advertising, mi è sembrato appropriato continuare l’approccio “fun, entertaining and a bit daring” del brand lanciando la campagna Quarantine Whopper” – ha aggiunto Machado.

Sembra lapalissiano: per guadagnarsi il diritto di parlare in questo contesto, la prima azione è “fare”. Se è vero che i Brand sono proprietà intellettuali intangibili, è altrettanto vero che le aziende sono realtà innestate nel territorio e nella comunità: è un dovere sociale ricordarselo in momenti come questo, che fanno saltare ogni altra regola di marketing. E agire, laddove la situazione economica dell’azienda ce lo consenta, anche senza avere un “purpose” scritto su una slide, anche mettendo in discussione i nostri “territori di marca”.

Non è un caso che le Banche si siano mosse molto bene in questo scenario, donando ingenti somme di denaro (“restituendo”, direbbe qualcuno) e contestualmente virando la comunicazione adv sui propri servizi a distanza, come home banking e consulenza da remoto.

Immagine che contiene fotografia, libro, sedendo, monitor

Descrizione generata automaticamente

Stampa UNICREDIT

Questo non è necessariamente Purpose, ma sicuramente è buon senso e velocità di esecuzione.

Contesti straordinari mettono alla prova le convinzioni e le strategie delle marche, la loro capacità di vedersi e agire come attore partecipe all’interno di un ecosistema reale, che va al di là dei normali “problemi di business”. Davanti a una minaccia di questa entità, i brand devono rifocalizzare le proprie strategie e cambiare i loro mindset. Per esempio, pensando alle persone meno come “consumatori” e più come “cittadini”.  

L’invito a noi come professionisti è per tanto quello di ribaltare per una volta i ruoli: laddove generalmente siamo noi pubblicitari ad essere additati dai clienti come “visionari” rinchiusi nella nostra torre d’avorio, poco interessati all’efficacia delle nostre idee, vestiamo oggi i panni dei Brand Activist, aiutando i nostri clienti a vedere lo scenario vero, reale, umano, in cui ci stiamo muovendo. 

Non è nemmeno più una questione di purpose. Qui si parla di buon senso, per dirla con Machado.

Ma soprattutto non pensiamo che sia banale farci portatori di questo punto di vista.

Sarebbe bello che la prima domanda dei brand e delle agenzie di fronte a crisi come questa fosse sempre: “Cosa posso fare?”.


Lascia una risposta

Nuove date anche per White Square – 24 – 26 giugno.

Anche White Square annuncia lo spostamento del festival, che avrà luogo dal 24 al 26 giugno a Minsk.

Di seguito il comunicato ufficiale.

On June 24-26 Minsk will host one of the largest creative awards shows in Eastern Europe – International advertising festival White Square. Currently, 511 entries from participants from 20 countries of the globe have already been submitted to White Square 2020. Call for entries is open online on official website adfest.by and will continue till May 31.  

Despite the fact that the world is in a non-standard situation facing unusual conditions of new online reality, there is an opportunity to rethink existing experience, find new solutions, prepare the entries and get a powerful boost of inspiration by uploading your best works to advertising festival. Entries to White Square 2020 can be submitted into seven contest categories

CREATIVE: Film, Print, Radio & Audio, Outdoor, Integrated, Branded Content and Entertainment; 

BRANDING: Communication Design, Packaging Design, Digital & Interactive Design;

MARKETING: Brand Experience & Activation, PR, Direct, Innovations;

CREATIVE EFFECTIVENESS;

MEDIA: Channels, Excellence in Media, Media Campaign; 

DIGITAL: Digital, Mobile, Creative Data; 

CHANGE FOR GOOD. Projects devoted to the theme of combating the epidemic and the consequences of coronavirus are accepted into Change for Good contest for free

Entries in each of the contests will be evaluated by independent international jury line-up – persons with worldwide recognition in advertising and numerous prestigious industrial awards for creativity of communications.

White Square is included into Eastern European and Central Asian festival rankings, and into global creativity ranking Adforum Business Creative Report.  

Every year, White Square pays special attention to promotion of prize-winning agencies’ works in industrial media of Europe and the CIS, including over 30 publications in France, Belgium, Germany, Spain, Portugal, Italy, Netherlands, Estonia, Lithuania, Latvia, MENA, Argentina, Serbia, Croatia, Romania, Russia, Ukraine, Belarus, Kazakhstan, Georgia, Armenia etc. 

After moderation stage is successfully completed entries submitted to the festival will be available to be viewed on festival website. The organizers expect to hold the festival in full format, with full educational and business program. Follow the news on adfest.by


Lascia una risposta

Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri 06_04_020

il modo eloquente in cui affronta il tema del Social Distancing Nick Millington direttore creativo di Esquire

I temi domestici delle illustrazioni di Kristin Eriksson

L’Architettura disegnata dello studio Esinam

Il talento di Michael Goesele direttore creativo di Newsweek