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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri 30_11_015

twitter: @claudianeri

Da New York l’eclettismo di Tom Sachs, che con le sue istallazioni non smette di sorprendere

Il talento di Aurore de la Morinerie, artista e illustratrice francese

La svizzeritudine dei designer tedeschi di Optik Studio, guidati da Jens Müller – autore di LogoDesignLove recentemente pubblicato da Taschen

Eugenio Recuenco, talento foto/cinematografico spagnolo, spesso preso in prestito dall’advertising italiano


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Google & ADCI: YouTube Ads Leaderboard Italia (#ytali S2 E6/12)

Ottobre, un mese bellissimo, ma infinitamente sottovalutato.
Così sottovalutato che ne parliamo solo ora che è finito quel bomberino di novembre.
Tant’è, non tutti i numeri 10 possono essere capitani.

Eccovi il sesto episodio della seconda stagione della YouTube Ads Leaderboard Italia, per gli amici #ytali. 

Display a prova di… sushi – ZenFone 2 Laser e ZenFone Selfie | ASUS

Progresso, meh.
Si poteva fare anche sul Nokia 3310. Anzi, si poteva fare col Nokia 3310.

Imagine The Possibilities | Barbie

Dopo 56 anni di sessismo e rassegnazione, eccoci qui.

Le bambine possono finalmente pensare liberamente al loro futuro. Finalmente potranno essere future donne, insegnanti, dottoresse, Marò.
Le bambine devono poter essere ciò che vogliono. Bambine, per esempio.

Bella mossa della Mattel, comunque.

The New Microsoft Surface Book

Tutti gli spot su computer e cellulari sono uguali. Ma alcuni sono più uguali di altri.

LEGO® Star Wars™ – BB-8 – Millennium Falcon™

Che dire, qualsiasi cosa fatta con i lego è la vita.
Next step: il video di una “canzone” di Gigi D’Alessio.

Something big is coming…

Le parole sono importanti.
Ecco.
E i titoli dei video ancora di più.
Overpromising, per rimanere in tema.
W la Triumph.

***

La classifica è mensilmente pubblicata su Think With Google.
Ricordiamo che la classifica #ytali non si limita alle view assolute, bensì viene determinata da Google utilizzando alcuni dei segnali di gradimento più significativi espressi dagli utenti su YouTube tra cui: il numero di visualizzazioni nel nostro Paese, la percentuale di visualizzazione di ciascuna pubblicità e il rapporto tra visualizzazioni organiche e visualizzazioni a pagamento.


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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri 23_11_015

twitter: @claudianeri

Tra arte e fotografia Mattia Balsamini.

Con base a New York typography e calligraphy di Tanamachi studio

Il talento di Rachel Gannon, illustratrice inglese.

Il progetto fotografico Neighbors di Arne Svenson


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Dalla bella figura al design | Paola Antonelli, Hall of Fame ADCI 2015

Laudatio a cura di Till Neuburg

Nella lingua italiana, design è sinonimo di linea, forma, bellezza – una sorta di deus ex machina che nobilita un oggetto normale in un’alta testimonianza della modernità. Se invece vai a vedere come i dizionari anglosassoni definiscono questo vocabolo, salta fuori una parola molto più semplice e concreta: progettazione.

   Chi in giro per il mondo inventa, definisce, propone un oggetto, un sistema, un’idea produttiva, è niente di meno e niente di più di un progettista il quale – inevitabilmente – interagisce con la curiosità, l’estro, la tecnologia, l’energia, la società. Oltre a essere, in modo implicito, un ideatore, un artefice, un trasformatore, il designer è anche un insaziabile disseminatore di FAQ. Un sollevatore di pesi, misure e tante domande; un ossessivo cronista, spia e paparazzo culturale, che si agita ben oltre i fatidici Five Ws (Who, What, Where, When, Why). A lui interessa prima di tutto How.

   Ma, per raccontare il Magical Mystery Tour dal nostro far bella figura al design, facciamo un fast rewind – fino al giugno del 1989. Il giorno 5 di quel fatidico e prolifico mese, in un’enorme agorà di Pechino un giovanotto innescò un’ennesima Lunga Marcia, che avrebbe spinto un quinto della popolazione mondiale dai Libretti Rossi verso i carri armati e infine anche in direzione del consumismo, del profitto e dell’iPhone. Esattamente una settimana dopo, in un resort sciistico del Colorado, un altro giovanotto, un tantino più avanti negli anni, avrebbe messo sottosopra per sempre il tantra meneghino del disain. In occasione dell’«Italian Manifesto» all’International Design Conference di Aspen, il nostro Achille Castiglioni scombussolò allegramente l’immagine che le nostre riviste, cucine, poltrone, penne stilografiche, posacenere e automobili avevano disseminato nel Wonderland internazionale dell’estetica lavorativa e abitativa. Di fronte a una platea entusiasta, divertita e allibita, in appena dodici minuti quel matto ridicolizzò per sempre l’estetismo neo-milanese/brianzolo. (Da qualche mese, quell’evento è ora godibile anche su YouTube). Incurante di cosa avessero da dire o ridire i suoi numerosissimi ultrà di lingua inglese, il nostro figlio di Teti in armi verbali e gestuali, tranquillamente si esprimeva nell’idioma in uso in Piazza Castello 27. Tra i complici che facevano parte di quella spedizione propositiva, c’era praticamente tutto il gotha della Milano del design: Bellini, Cerri, Clemente, Colombo, Cutolo, De Lucchi, Giacomoni, Lupi, Magnago Lampugnani, Sacchi, Talarico, Viti. In mezzo a loro, c’era una tostissima e giovanissima interfaccia tra storia, didattica, giornalismo, ricerca, divulgazione e progettazione, di nome Paola Antonelli.

   Ridendo, scherzando e traducendo, la “nostra” Paola non solo se la cavò benissimo a gestire in modo competente e divertente quella lucida dissacrazione live, ma dimostrò da subito – per chi non l’avesse ancora capito – di che stoffa era fatta. Non certo di ricami verbali, teoremi damascati e riti triti e inamidati, ma della più cangiante texture che già allora era a portata di mente per chi amasse svolazzare lassù – nel rarefatto ma indissolubile intreccio tra competenza, passione, mobilità fisica, linguistica e mentale… and so on.

   Nata a Sassari e vissuta per pochi anni a Ferrara, Paola Antonelli era diventata una milanese doc. Non certo della Milano da succhiare, della rucola e della movida lungo gli Sbadigli, ma quella degli studi e del lavoro, del planning e dell’efficienza, dei viaggi e del diamoci da fare. A casa sua la cultura non si scriveva con la C maiestatis (come in Costituzione, Via Crucis, Carabinieri), ma con una semplice c – come in casa, capire, competenza, carriera (come ematologa quella di sua madre, nella chirurgia quella del padre).

   Da piccola sognava di fare la Valentina Tereskova che proprio nell’anno della nascita di Paola, era stata la prima donna a superare gli orizzonti terrestri della brava ragazza, della compagna obbediente, dell’alcova. Se oggi ci rallegriamo per il (fugace ma sagace) rientro della nostra Samantha Cristoforetti del design, festeggiamola con una standing ovation da Prima della Scala… che, mi auguro, s’interromperà solo quando anche il più giovane e ignaro creativo italiano avrà capito che non tutti i progetti per un futuro interessante nascono per forza a misura Duomo.

   Prima che, una ventina d’anni fa, Paola Antonelli spiccasse il volo stratosferico per il Museum of Modern Art, il suo curriculum era stato geograficamente a zigzag, ma dal punto di vista professionale sempre perfettamente lineare: dopo due anni poco felici alla Bocconi s’iscrive al Politecnico e si laurea in architettura; poi, esperienze di concept, layout e organizzative per mostre di design in Italia, in Francia e in Giappone lavorando con Italo Lupi, Giulio Castelli, Paolo Viti, Achille Castiglioni, Pierluigi Cerri; segue qualche esperienza con la Triennale di Milano; approda infine all’UCLA (University of California Los Angeles) dove insegna per quasi quattro anni. Durante uno dei suoi tanti voli tra le due coste americane legge un annuncio con il quale il MoMA cerca una persona adatta per fare l’assistant curator per iniziative espositive; lei si ritiene adatta e i capi del museo la pensano allo stesso modo. Affare fatto.

   Tutto qui? Nemmeno per sogno. Dopo essere diventata Curator, Senior Curator e infine anche Direttore Ricerca e Sviluppo del Museo, oggi insegna alla Harvard Graduate School of Design, ha già svolto ben tre magnifiche conferenze TED (Technology Entertainment Design), partecipa regolarmente al World Economic Forum di Davos. Tra le sue centinaia di lezioni, master, interviste, premiazioni e speech per sigle come BaseNow, BBC World News, Wired, Big Think, Design Boom, Hyperallergic, MIT Media Lab, PopTech, Seed, Sensorium, Meet the Media Guru (a Milano)… e decine e decine di altre presenze pubbliche, nel 2011 il primo e più prestigioso Art Directors Club del mondo, quello di New York, la elegge nella sua Hall of Fame motivando la induction con queste semplici parole: “Attraverso le sue mostre, lezioni e contributi scritti, si batte per promuovere una più profonda comprensione dell’influenza trasformativa e costruttiva del design sul mondo”.

   È una motivazione che noi dell’ADCI non solo sottoscriviamo con caratteri cubitali, ma evidenziamo col marker pink fosforescente più accecante che si possa trovare in giro per Milano. In quella nobile bacheca newyorchese – che ha per logo nientemeno che la firma di Albrecht Dürer – Paola si trova in compagnia di gente come Richard Avedon, Saul Bass, Herbert Bayer, Bill Bernbach, Alex Bogusky, Leo Burnett, A.M. Cassandre, Lee Clow, Walt Disney, David Droga, Charles Eames, Steven Frankfurt, Milton Glaser, John Hegarty, Jim Henson, Helmut Krone, Annie Leibovitz, George Lois, Herb Lubalin, Nicholas Negroponte, Shirley Polykoff, Joe Pytka, Paul Rand, Norman Rockwell, Joe Sedelmaier, Ben Shahn, Art Spiegelman, Andy Warhol, Dan Wieden… e di altri due italiani: Giorgio Soavi e Massimo Vignelli.

   Ormai lo capiscono anche dalle nostre parti che Paola Antonelli non è solo una donna di mondo, ma qualcosa di dannatamente più seducente e inquietante: una sorta di TomTom culturale, una donna-drone che si agita e s’innalza in ambienti sempre on the edge, preferibilmente mimetici, multimediali, virali. Fa sorridere che questa infographic novel sia iniziata in una Milano dove sotto i ricordi del Derby Club, del Santa Tecla, dei cinema di Prima, Seconda e Terza visione, del Premio Bagutta, della Grande Inter e di Carosello, c’era ancora scritto un virtuale “Vernice fresca!” Il design meneghino era coniugabile solo se faceva rima con sigle tipo Danese, De Padova, Brionvega, Fratelli Nava, Fiorucci, Pedano, Ottagono, Casabella, Electa, Umanitaria, Piccolo Teatro, Unimark e, last but never lost: ADI e Compasso d’Oro. Tutti nomi, sigle e identità che si trastullavano di preferenza in una Milano più benedetta dai danee, che autenticamente e semplicemente bene. I rari outsider che di quel bon ton sostanzialmente radical chic se ne fregassero allegramente (Castiglioni, Del Buono, Dorfles, Munari, Soavi, Trischitta) giocavano di preferenza a tutto campo, spesso fuori ruolo, dribblando – se erano in giornata – qualche volta persino sé stessi. La sella da trattore, Krazy Kat, il Kitsch, i gesti italici delle mani, il cane con la Valentina, la mostra itinerante Exhibit… non rientravano certo nel decalogo del formato DIN A4, dell’Helveticatondochiarocorpodieci, della sezione aurea da vecchio PCI.

   C’era in giro un clima ossessivamente e pedissequamente nordico, un po’ da regime Victorinox, da norme DIN, da Leica, Bauhaus e prodotti Braun, che con tutta evidenza non giovava più al metabolismo di una giovane studiosa la quale era ormai già atterrata, non solo con la testa, lontano dalla Malpensa: prima a L.A. e poi a NYC.

   Quell’enorme provincia chiamata U.S.A. non era (e non è) solo il Big Country dello Star Spangled Banner, dell’Apple Pie e dell’American Dream. In alcuni isolotti di nome Frisco, Seattle, L.A., Miami, Boston e NYC., di quando in quando scoppiettano dei popcorn che qui da noi si possono sentire, vedere e gustare al massimo nel web o in qualche multisala dell’immaginazione. I Beatniks, il Grunge, la Wieden & Kennedy, la HP e la Apple, Google, Crispin Porter+Bogusky, il BeBop, Woody Guthrie e Bob Dylan, la DDB di Bill Bernbach, tutta l’epopea della Pop Art, la Juilliard School, Woody Allen (e potremmo andare avanti per almeno altre venti righe)… sono proprio il Dark Side of the Moon di un paese dove, nonostante Nixon, il KuKluxKlan e Dianetics, “succedono” le cose che qui non capiteranno mai.

   L’Italia (prima durante il Boom, poi ai tempi del Milione di posti di lavoro e oggi con i pimpanti venditori del nulla nei sempre più anoressici toksciò) non ce l’avrebbe mai fatta ad affidare a una “donna sola al comando” le sorti comunicazionali del più importante museo d’arte del paese. Al MoMA, oltre a organizzare mostre di rilevanza epocale, la Antonelli si occupa anche di come orientare il traffico di chi frequenta quel posto facendo surfing sul web. Interpellata da Vittorio Zincone su cosa pensasse di questo nostro inamovibile specchietto retrovisore per allodole, per pavoni, gufi, corvi, avvoltoi e pappagalline di ogni inimmaginabile colore, Paola Antonelli non si tira indietro: «Diciamolo: in Italia la mia è una generazione persa. Non ha possibilità di affiorare. La generazione prima, quella dei sessantenni, non molla l’osso. Hanno messo un tappo. Per motivi di età e di sesso: nessuno mi avrebbe nominato curatrice a trent’anni, come è successo al MoMA, e malgrado le mille conquiste, in Italia la disparità tra uomini e donne è ancora assurdamente tangibile».

   Ne sappiamo qualcosa persino noi, che l’abbiamo eletta in questa defilata ma combattiva Hall of Fame. A partire dal lontano 1990 (quando nacque la galleria dei nostri eroi) fino al 1999, in nove lunghi anni la proporzione tra fiocchi azzurri e quelli rosa era stata di 47 a 1 (q-u-a-r-a-n-t-a-s-e-t-t-e-a-u-n-o!!!). La prima Eva che avevamo cacciato nel Paradiso della nostra pubblicità, si chiamava nientemeno che Fernanda Pivano (un’italiana che, con il suo infinito amore per i grandi scrittori statunitensi, i poeti beat e infine gli autori postmoderni, ci aveva insegnato che, dopo Cristoforo Colombo, l’America avremmo dovuto scoprirla come minimo una seconda volta). Piombammo poi in un altro letargo novennale prima di eleggere, nel 2012, Annamaria Testa. Nel 2013, con Giovanna Cosenza a Lorella Zanardo, riuscimmo finalmente a completare il nostro primo poker d’assi al femminile.

   Ora, nel 2015, quell’irrequieto quartetto femminile si tramuta finalmente in un Batti il cinque che non solo coinvolge tutte quante le nostre dieci dita (clapclapclap), ma segna anche il numero dei continenti, il pentagramma, la quintessenza… e, prima ancora, l’accesso al MoMA all’angolo con la Fifth Avenue, che di netto taglia in due la città più vitale, ricca, stimolante del pianeta. Cara Paola, come è possibile che lì da te, le italiane e gli italiani con il pepe sotto il sedere ce l’abbiano fatta a smuovere persino le routine testardamente W.A.S.P. della nazione più potente del pianeta, mentre qui da noi a malapena riusciamo a salvare il salvabile del nostro paesaggio, del nostro cibo, della bellezza intesa – appunto – come “linea”, “estetica”, “far bella figura”?

   Com’era possibile che per eccellere nella scienza, nel cinema, e persino nella musica e nell’arte, ai vari Frank Capra, Enrico Caruso, Leo Castelli, Renato Dulbecco, Federico Faggin, Enrico Fermi, Giancarlo Menotti, Rita Levi-Montalcini, Tina Modotti, Rodolfo Valentino, bastasse abbandonare la loro terra per trovare Lamerica dei loro sogni a migliaia di chilometri a ovest, oltreoceano, nel versante estremo dell’Occidente? Sarà un caso che “la vita bella” e “la grande bellezza” del nostro vivere day-by-day siano ancora saldamente intrecciati con il finto, l’ignoranza, le bugie e il kitsch? Come tutti sappiamo “far bella figura” è prima di tutto un segnale di panico e di sottomissione, un’esortazione alla messinscena, un autentico must dei perdenti. Ma è un pensiero che fa talmente parte del nostro DNA culturale, che di fatto è un’espressione gergale intraducibile. Per spiegare a un norvegese, cinese o americano cosa significa questo ghirigoro concettuale, dovremmo scomodare Tullio De Mauro, Umberto Eco e forse persino Roberto D’Agostino. Pare che, in senso reverse, da noi il vero significato della parola design, sia altrettanto intraducibile. Da qui, una domanda semplice e secca: Come mai, per un occhio attento alle vicende visive italiane, i titoli delle seguenti mostre inventate tutte da Paola Antonelli sembrano così inconsueti, curiosi, diversi?

            -  Mutant Materials in Contemporary Design (1995)

            -  Open Ends (2000)

            -  Workspheres (2001)

            -  Humble Masterpieces (2004)

            -  Design for the Real World (2006)

            -  Safe: Design Takes on Risks (2006)

            -  Design and the Elastic Mind (2008)

            -  Rough Cut: Design Takes a Sharp Edge (2008)

            -  Action! Design Over Time (2010)

            -  Talk to Me: Design Between People and Objects (2011)

            -  Standard Deviations: Types and Families in Contemporary Design (2011)

            -  Design and Violence (2015)

   Come si vede, quasi sempre vi compare anche la keyword design. Invece i lemmi beautiful, look, taste, shape, figure, pleasant, non appaiono mai. Il design che ha in mente Paola Antonelli è evidentemente molto più avanti rispetto a questa gamma di valori. Tutto qui.

   Un Tutto e un Qui piuttosto rilevanti, mi sa. Non credo che la nostra festeggiata sia particolarmente attratta dai canoni che guidano la genesi e i consumi nel nostro luxury design, ma piuttosto dal fatto che, per esempio, per condire la pasta con qualche colpo di grattugia di Genuine Italian Parmisan non dobbiamo compiere una trasferta chilometrica da Peck, da Eataly o da qualche gioielliere di slow food, ma basta che facciamo un salto nel negozietto sotto casa. Tutto il contrario di quanto succede nella New Amsterdam dei nostri giorni. Cosa sia (e sarà) il nostro design, forse dobbiamo ancora scoprirlo – senza scomodare sempre e solo la sezione aurea, l’Helvetica, il quadrilatero della moda, il Salone del Mobile, la Lambretta e il Compasso d’Oro.

   Senza smentire le nobili radici della nostra reputazione estetica, per Paola Antonelli il nostro vero design sta altrove.Nella socialità, nei conflitti tra materia e pensiero, in un nuovo div-ismo tra divertimento, divulgazione e diversità. In una parola: in noi stessi e nel futuro che stiamo annusando pure noi – i cani tartufo della comunicazione aka art director e copywriter.

   Bentornata Paola, è bello sapere che ci sei. A New York City. In giro per il mondo. Qui.


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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri 16_11_015

twitter: @claudianeri

Le immagini della quotidianità nell’opera di Do- Ho – Suh artista coreano.

La moda nelle immagini di Gautier Pellegrin giovane fotografo francese di base a Milano.

Il talento indiscusso di GIPI illustratore e autore di graphic novel

Dagli Stati Uniti lo sguardo fotografico di Pamela Littky


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Il messaggio di Toscani ai giovani.

Oliviero Toscani ha partecipato a IF! Italians Festival, sabato scorso. Si è calato senza molti problemi all’interno del format delle “dieci domande scomode” condotto da Davide Boscacci, Direttore Creativo dell’agenzia Leo Burnett.

Al di là dell’adrenalina mista a testosterone e sudore, che inevitabilmente addensano questo genere di interviste, sono seguite a mio avviso alcune utili indicazioni per le nuove generazioni.

Undici suggerimenti in risposta a “dieci domande scomode”.

1. Siate artisti della comunicazione più che pubblicitari.

Io ho fatto tante cose al di là della pubblicità. Non sono un pubblicitario e non chiamatemi Guru, li considero insulti. Usate il termine Guru tra voi pubblicitari. Io sono un fotografo e morirò fotografo.

Nasco come reporter. Da una famiglia di reporter. Dopo mia sorella di dodici anni più grande e dopo mio padre.

Ho capito che per avere impatto dovevo trovare un canale diverso dal puro reportage.

Ho capito che la pubblicità poteva dare più visibilità alle mie immagini. E ho usato la pubblicità per fare quello che volevo fare.

2. Non sprecate le vostre vite.

Ricevo in continuazione email dai giovani che mi raccontano la loro delusione. Nel vostro sistema la creatività non esiste più. E questo è gravissimo. Chi è il responsabile?
Raccontate palle al mondo.

3. La creatività non è la priorità delle agenzie di pubblicità.

Ormai siete stati messi sotto dal management. Perché avete bisogno di questa parola, “creatività”? La creatività non è la prima attività delle agenzie di pubblicità. La prima attività è non perdere il budget.


4. La vita non è nelle agenzie di pubblicità.

Ragazzi dovete girare il mondo. Non potete stare qui con la moquette e le segretarie nelle agenzie. Dovete girare, guardare, imparare. Il mondo succede fuori, dovete imparare li.

5. Trovate la vostra voce e usatela per raccontate cose rilevanti.

Non potete rimanere chiusi nella mediocrità, nella forma, nei sistemi. Tutto ciò che si ferma alla forma, alla composizione, all’estetica, è mediocre. L’unico vero scopo è interessare la condizione umana. Non potete gettare il budget, i media che avete a disposizione, per fare cose irrilevanti.

6. Siate creatori, non direttori.

Il Padre Eterno ha creato da solo, non dirigeva nessuno.

7. Coltivate il dubbio più che le pseudo certezze.

La creatività è la conseguenza di un impegno, di una voglia, di un sogno che si realizza. E quando lavorate in questi termini può darsi che voi facciate qualcosa di creativo

E se vi sentite sicuri, facile che non sarà qualcosa di creativo. Con le ricerche generate solo la mediocrità. Per accontentare tutti non accontentate veramente nessuno.

8. Dovete provocare reazioni nelle persone.

La provocazione è alla base di tutto.

…voi ormai non provocate più niente.

La mia etica è fare una comunicazione che interessi le persone, e NON fare una comunicazione che non esiste. Come fate a fare le riunioni in 25 per parlare di quale sarà il target delle noccioline? Smettetela!

Quel mondo è finito da molto tempo.

9. Abbiate una leadership culturale sul cliente.

Per essere liberi e quindi per essere creativi….voi dovete arricchire anche culturalmente il vostro committente.

10. Andate alle riunioni da soli.

…ah lo so perché non vi piace questa….(riferendosi a uno spot Ania che Boscacci ha fatto proiettare – ndr)…perché fecero una gara. Mi trovai il giorno del briefing io da solo e altre 4 o 5 agenzie. Le agenzie arrivano anche in otto, comprese un paio di scosciate con i tacchi, ste fighe…mi hanno spiegato che sono gli account. E per tre anni ho vinto sempre io.

Per questo non vi piace lo spot Ania. Magari c’eri anche tu alla gara (riferito a Boscacci – ndr)

11. Siate sovversivi

Su questo invito c’è stato il maggiore momento di tensione.

È successo perché, mentre la regia proiettava campagne di Toscani più recenti, Boscacci ha commentato:

sta parlando di sovversione mentre passano queste immagini….non mi dica che ha fatto il pubblicitario per fare queste foto? (sottointeso: dov’è la sovversione in queste foto?)

Qui lo scambio merita di essere raccontato alla lettera:

Toscani: E dimmi qualcosa di sovversivo che ha fatto la Leo Burnett? Oddìo Santo. Siete lì in quaranta tra direttore artistico, direttore creativo lalalalalà e dimmi qualcosa di culturalmente interessante della Leo Burnett.

Boscacci: La invitiamo alla premiazione di stasera, ci saranno un sacco di lavori belli e anche sovversivi.

Toscani: Ma va là. La gente si ricorda ancora miei lavori di trent’anni fa. Vi ricordate una campagna della Leo Burnett di trent’anni fa?

Oliviero Toscani non è salito sul ring (fuori casa) delle 10 domande scomode per caricare a testa bassa. Ha occupato il centro del palco e risposto senza mai scomporsi.
Non ha danzato come una farfalla e punto come un’ape. Ma ha colpito duro. Chirurgicamente.

Quando le domande hanno cercato di chiuderlo all’angolo dell’ultima, controversa, fase del rapporto con Benetton, ha risposto con orgoglio:

no, queste cose qua ve le dite voi tra mediocri…
Benetton in 18 anni era diventato 20 volte più grande ed era uno dei 5 marchi più noti al mondo. Quanto vale questo?

In tempi recenti, Luciano Benetton ha così ricordato quegli anni:

Il nostro rapporto di collaborazione è nato dal desiderio comune di realizzare una comunicazione d’avanguardia. In un paio di decadi abbiamo prodotto campagne su temi di interesse universale, per essere comprese in 120 paesi.

I risultati ottenuti sono stati molto importanti. Abbiamo aperto un dialogo costruttivo con il pubblico, presentandoci come un gruppo aperto al mondo e sensibile ai problemi della vita altrui. Al tempo stesso siamo entrati di diritto nel dibattito culturale internazionale, fino al punto che le campagne di Toscani per Benetton sono parte della storia della comunicazione degli ultimi anni. Ho condiviso con Oliviero uno dei periodi più straordinari della comunicazione, vissuto con passione, divertimento e grande energia per quasi 20 anni.

Non sembrano le parole di un cliente scontento.

Oliviero Toscani ha presentato qualche settimana fa il suo ultimo libro “Più di 50 anni di magnifici fallimenti”.

Andy Warhol e/and Oliviero Toscani, 1973.
© Oliviero Toscani


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My ADCI Awards : la rivoluzione fatta col Papà

Mio padre è partito lui.
Mio padre vive in Africa da oltre dieci anni.
Mio padre. Da mio padre, non ho mai avuto il modo di andarci. Il tempo. La voglia.

Stacco.

Non è agli ADCI Awards che per la prima volta ho visto il film di Ogilvy & Mather per Wind.

Sono uno degli oltre uno su due che l’hanno condiviso alla prima view, due estati fa. Siamo otto milioni. E sono tanti i “kappa” che Wind ha investito su questa idea.
Questa è tecnicamente una rivoluzione: un budget considerevole, a cinque zeri, da un cliente tradizionalmente presente in tv e sui media classici, dedicato a un’idea digital first. Se vi pare un dettaglio, rileggete otto volte, poi fatevi un giro per capire che aria tira.

Certo, l’idea deve essere considerevolmente buona. E, a proposito di aria, parlerò fuori dai denti: sento un sacco di scoregge sul tema storytelling: una cosa che fa parte della natura umana da quando popolavamo le caverne che abbiamo trasformato nel santo graal dell’era del marketing-non-di-massa. Ma anche la storia del santo graal è una storia di uomini, non dell’oggetto in sé. Storytelling è una modalità che viene confusa con una cosa.
Questo film non si confonde: è la storia di due uomini. È narrazione pura. Mi parla attraverso un trattamento che spesso abbiamo il coraggio di utilizzare solo per certe campagne sociali. Non mi schiaffeggia col prodotto. Passa con naturalezza le sue informazioni di servizio sull’oggetto (i santissimi device & connettività) mentre (com-)muove con forza la mia parte emotiva. Forse la schiaffeggia. Con quella forza stemperata dall’affetto che solo un padre.

Stacco.

Tutte le (poche) volte che mio padre mi ha dato uno schiaffo, lo accompagnava con un “Ricordatelo!”.
“Papà” quest’anno vince tre ori, un Best Use of YouTube per i risultati eccezionali ottenuti sulla piattaforma di Google, e il Grand Prix dell’Art Directors Club Italiano. Ma soprattutto si presenta e vince con un 4′ pensato per il web, e sostenuto da un budget finalmente above-the-line, in una categoria (Film) tradizionalmente appannaggio di produzioni per la tv.

Ogilvy ha fatto la rivoluzione col Papà. Ricordatevelo.

Me, se mi cercate, sto organizzando un viaggio in Africa per parlare con un vecchio testardo cui mi son ricordato di voler bene.


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10 cose scomode che non sapevate di voler sapere su IF!

1) Rispetto allo scorso anno, il prezzo del biglietto del festival è schizzato repentinamente da 1,00 € a 15,00 €. Sembra uno scherzetto, invece è un +1.400%. Sapete cosa significa? Che se proseguissimo a questo ritmo l’anno prossimo il biglietto costerebbe 225,00 €;
nel 2017 3.375,00 €;
nel 2018 50.625,00 €;
nel 2019 759.375,00 €;
nel 2020 11.390.625,00 €;
nel 2021 170.859.375,00 €;
nel 2022 2.562.890.625,00 €;
nel 2023 38.443.359.375,00 €.
In soli otto anni, quindi, un biglietto di ingresso a IF! potrebbe valere più del PIL del Kenya.

2) Il fatto che il party finale sia stato concluso inopinatamente a mezzanotte e ventisei rappresenta senza dubbio un durissimo colpo per la credibilità dell’intero comparto pubblicitario. Ho visto art director spaesati mentre venivano invitati a lasciare il teatro, costretti a tracannare alla goccia il Negroni Sbagliato che avevano appena ordinato, perché non si poteva nemmeno portare fuori il bicchiere. È questa l’immagine che vogliamo trasmettere ai nostri interlocutori professionali? Non è per questo che abbiamo lottato. Non è per questo che lottiamo ogni giorno. Auspico una tempestiva presa di posizione da parte del Presidente.

3) Qual è la cosa più interessante di IF!? Non ho dubbi: il foyer. È il tempio sacro della serendipità: ti incammini verso una sala per seguire un workshop, e ti ritrovi dieci secondi dopo a bere una birra al bar con due ex colleghi e tre sconosciuti. È il luogo dove potrebbe succedere qualsiasi cosa: tipo, io appena arrivato sono stato intervistato da Lele Panzeri con una GoPro. Che poi voglio dire, riuscite a pensare un’immagine più rappresentativa di IF!? Lele Panzeri e una GoPro, la storia e l’attualità meravigliosamente slanciate verso il futuro, insieme. Superbo.

4) Secondo alcune teorie sperimentali, pare che un giorno sarà possibile vincere un oro con un progetto automotive anche senza utilizzare una colonna sonora dubstep. Gli scienziati non hanno tuttavia formulato indicazioni più precise sulle tempistiche ipotizzate.

5) Fosse per me, l’oro nel Film Craft l’avrei assegnato seduta stante, per acclamazione, al video di presentazione degli ADCI Awards. Siamo quello che facciamo. E, nel caso specifico, lo facciamo proprio bene. Complimenti davvero.

6) Il doppio Grand Prix ha un valore simbolico molto importante. Un film e un piano editoriale. Tradizione vs innovazione. Ma anche apollineo vs dionisiaco: un film lineare, poetico, delicato, senza colpi di scena da una parte; una collezione scomposta, pirotecnica, disruptive (come si dice in dialetto milanese) di battute scomode dall’altra.
Il fatto che un piano editoriale raggiunga finalmente per la prima volta il traguardo più prestigioso è un indice importante di come i social media si siano definitivamente accreditati come uno strumento di advertising “nobile”; ma anche il segnale che, probabilmente, le potenzialità di sviluppo creativo del mezzo sono forse arrivate alla massima espansione. Ceres ha rappresentato il miglior modo di eseguire l’instant advertising, ma al contempo ne ha fissato le regole, trasformandolo in un format vero e proprio. Che in quanto format, rischia d’ora in poi di diventare inevitabilmente ripetitivo. Per chi ha a cuore l’innovazione costante, forse è il momento di cominciare a capire dove cercare la “next big thing”. Forse fuori da Facebook. Forse, fuori dai social media. Chissà.

7) Per ordini di regia, a ogni premiazione si potevano dire solo tre parole. Molti si sono scervellati a cercare le combinazioni più brillanti o più bizzarre. Ma a nessuno è venuto in mente di dire, semplicemente: “E i marò?”. Quando ricapiterà un’occasione così, porca miseria? Non so darmi pace.

8) Mi piacerebbe avere anche solo un diciassettesimo dell’autostima di Oliviero Toscani. Mi sono ripromesso di lavorarci sopra a partire già da domani, eh. Intanto però sono convinto che la meritata vittoria di Ceres sia la miglior risposta alla sua famosa critica che l’advertising non sa (più) provocare. Ci riesce eccome, se vuole.
Ma temo che per farlo, non basti avere delle buone idee. Serve anche saperle vendere bene. Ecco, se potessi stringere idealmente la mano ai colleghi di BCube, la stringerei prima di tutto agli account che hanno saputo instaurare un rapporto efficiente, fiduciario e soprattutto rapido con i loro referenti. Una cosa importante per tutto l’advertising, ma vitale per l’instant ad. Mi chiedo spesso quante idee eccellenti sono rimaste nell’hard disk semplicemente perché il cliente ha dato l’ok troppo tardi. Non è mica un dettaglio.

9) Una delle cose che mi ha fatto più piacere è stato vedere che la nostra campagna per il Grande Venerdì di Enzo ha portato davvero fortuna ai suoi testimonial.
D’accordo, Sara Rosset era già una star e il trionfo della sua Back Me App non è stato certo una sorpresa. L’avevamo invitata proprio per questo.
La vittoria di Valentina Ceccarelli e Valeria Camin, giovanissime studentesse, nel 7 Days Brief di YouTube invece è stata davvero una bella rivelazione.
Ma il leggendario bronzo di Francesco Mollo ha dato un senso compiuto a tutto, ripagando qualunque sforzo.
Viva la vita. Viva IF! Viva Mollo.

10) Comunque, bello IF!, ma non ci vivrei.


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What IF! la smettessimo di lamentarci? – Un pensiero.

Si è conclusa sabato sera la seconda edizione di IF! Italians Festival.

Tre giorni densi di creatività allo stato puro, ospiti da tutto il mondo, discorsi illuminanti.
Tre giorni di saluti baci e strette di mano. Di gente che non vedevi da tempo e che ti ha fatto piacere riabbracciare, di persone che avresti preferito evitare e di strani esseri che parlavano per ore chiamandoti con dei nomignoli di grande intimità mentre dentro di te una sola domanda: “ma questo chi minchia è?”.

Tre giorni quasi perfetti, mancavano solo i Marò.

Bene, in questi tre giorni non ho mai sentito nessuno, e ho ascoltato molto, chiedere: “Come stai?”.
Un come stai sincero, intendo. Un come stai che se fosse la scena di un brutto film sarebbe il viso paonazzo di un bambino col fiatone che puntandoti contro la sua felicità ti chiede: “Quante cose belle ti stai schiacciando negli occhi in questo Festival?”.

No.

Le domande ricorrenti erano sostanzialmente 3:
-       Dove lavori adesso?
-       Perché non ti licenzi?
-       Perché non ci licenziamo da ‘sta merda e andiamo ad aprirci un chiosco di banane?

Questa cosa delle banane che dicono tutti, poi, mi ha sempre incuriosito molto. Ma mai quanto le risposte più o meno standard a queste domande.
-       Lavoro sempre nel solito inferno, ma appena riesco me ne vado.
-       Io valgo molto di più della merda che devo fare tutti i giorni.
-       Guarda, parliamo d’altro perché il lavoro mi rovina già abbastanza le giornate, dai.

Sarò solo una piccola fiammiferaia con l’ambizione del tedoforo, ma davvero non capisco questo atteggiamento.

Faccio questo lavoro solo da pochi anni e ne sono innamorata, è vero. È vero anche che ogni volta che dico questa cosa mi si guarda come se fossi un’Anna dai capelli rossi un po’ scema.
E io odio Anna dai capelli rossi.
Ma con una logica da cinquenne sarei intervenuta nell’80% dei discorsi rispondendo con un candido: “Non ti piace questo lavoro? Mollalo.”.
Oppure “Fai un po’ quello che ti pare ma smettila di lamentarti”. Purtroppo quest’ultima è una cosa molto difficile da dire a persone che amano tanto sentire il suono della propria voce.

Eh sì, perché se è vero che c’è grossa crisi e le risposte dentro di noi sono tutte sbagliate, dubito la soluzione sia nelle stesse bocche che ruttano ego e lamentele poco costruttive.

Ma in questi tre giorni ho anche visto una cosa straordinaria. Non una soluzione, ma una proposta. Molte proposte. Idee, discorsi, tentativi concreti di ripartire da dove siamo e farlo con nuovo entusiasmo.

IF! è il modo migliore per smetterla di lamentarsi che mi sia mai capitato di vedere.
È una demo di proattività. È il brief delle 19,30 del venerdì prima delle ferie estive. Una grande opportunità che tutti hanno paura di cogliere. Ma poi qualcuno lo fa, perde ferie, weekend, ore di sonno, anni di vita, realizza un progetto incredibile e vince.

E vinciamo tutti.


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ADCI AWARDS 2015 – Breve resoconto

Ecco un breve resoconto di cosa è accaduto durante la cerimonia di premiazione degli ADCI Awards: i ragazzi di BCube hanno spaccato i culi.

Ore 20.45. Il pubblico di IF! viene fatto accomodare in Sala Grande. Sullo schermo, un conto alla rovescia scandisce i secondi mentre le persone si riversano sulle poltroncine. La folla freme, sgomita. La confusione aumenta. Baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, selfie di gruppo e di nuovo abbracci. Vanna Marchi sta cercando di smerciare le 800.000 Volkswagen che non hanno superato il test. Oliviero continua a dichiararsi l’unico vero direttore creativo presente in sala. Le luci rosse del palco accecano senza pietà gli spettatori, che arrancano con difficoltà verso gli ultimi posti rimasti. Lo scompiglio aumenta. Tante facce felici. Tanta frenesia.

Quando lo spettacolo inizia, la temperatura percepita si aggira intorno ai 30°. La sala del Parenti scoppia d’energia. C’è grande aspettativa. C’è voglia di vedere della bella pubblicità. E per fortuna la bella pubblicità non tarda a farsi vedere. Ogni volta che Lele Sacchi annuncia l’oro di categoria, il pubblico non si risparmia in applausi, urla e altre manifestazioni d’apprezzamento di svariata natura. Ma quant’è bello vedere salire sul palco i creativi più giovani? Sarebbe meraviglioso vederne salire ancora di più.

La cerimonia si conclude con il presidente Guastini che annuncia i due Grand Prix.

Da una parte Ogilvy & Mather con Wind. Un video intenso e poetico che arriva dritto al cuore, con il quale il brand fa un passo indietro, si avvicina ai più autentici sentimenti umani e con grande eleganza prende le distanze da una tecnologia sempre più pervasiva.

Dall’altra parte BCube. Ceres c’è e attraverso una strategia che è già considerata best practice in ambito social, non ha paura di esprime la propria opinione sui fatti di cronaca italiana e internazionale. Grazie a una creatività sempre ironica, istantanea, costante e dissacrante, per Ceres non esiste argomento troppo spinoso o notizia troppo distante dal brand per parlare (e far parlare) ancora una volta di sé.
Si tratta del primo Grand Prix vinto da un’agenzia grazie a un piano editoriale e una strategia social. Possiamo dire che BCube con questo progetto abbia dato un nuovo valore e una nuova centralità a un mezzo che solitamente nelle presentazioni fino a poco tempo fa finiva etichettato sotto la categoria Collateral o Altre declinazioni?
Sono convinto che questa case dovrebbe essere sottoposta all’attenzione di tutte quelle aziende che si ostinano a non destinare adeguate risorse ed energie alla comunicazione digitale e social. Sono convinto che la strategia portata avanti da Ceres dovrebbe essere non il singolo eclatante caso nazionale, ma un approccio molto più diffuso e consolidato tra i brand presenti online.

I ragazzi di BCube ci hanno dimostrato che la creatività bella, senza compromessi e divertente in Italia è ancora possibile, e non può essere ignorata.

Per dirla con le parole di Ceres, la pubblicità ha bisogno di eroi così.