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Buoni propositi per il 2014. Stare meno seduti

Bad posture is the number 1 culprit for damaging your health at work

Stare seduti troppo tempo in auto, casa e ufficio è dannoso per la schiena e per la circolazione sanguigna. Usare sedie alternative e alzarsi almeno ogni trenta minuti, fra i tanti altri benefici, stimola l’ossigenazione del cervello e la creatività. Quindi ogni tanto alzati e fai una passeggiata, anche per fare una pubblicità migliore.


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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri

“Castello Cavalcanti” Il nuovo video di Wes Anderson per Prada.

Verrà presentato nella sede milanese di AIAP questa settimana, “Designing news”, di Francesco Franchi.

Un altro volume tipografico, edito da MIT press, sulla metropolitana newyorkese “Helvetica and the New York City Subway System”, di Paul Shaw.

Il lavoro degli americani VSA Patners per IBM (tra gli altri)

Su twitter: @claudianeri


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Come si trasforma in vittima una donna colpita dal cancro del seno?

Ribaltando l’ordine delle parole il risultato cambia. Attenzione a questa domanda: come si trasforma il corpo di una donna vittima del cancro al seno?

Se lo chiedeva qualche settimana fa l’Huffington Post, presentando the SCAR Project, campagna di prevenzione del cancro del seno. L’autore è David Jay, fotografo di moda statunitense. Jay ritrae cento donne under 40 di tutto il mondo, battezzando il progetto con il maiuscolo SCAR, CICATRICE.

Obiettivi: prevenire la malattia nelle giovani. E restituire dignità alle “survivors”, sopravvissute.

Dice Jay:

Ho deciso di scattare queste foto per far capire le conseguenze del tumore al seno. Nella nostra società il cancro al seno viene celato dietro un nastro rosa, dietro iniziative che sembrano quasi voler commercializzare il male. Molte donne mi hanno chiesto di mostrare la realtà. Di mostrare i loro corpi segnati.

La campagna fa il giro del mondo, il documentario dedicato, Baring it all, vince un Emmy. La pagina Facebook di Jay viene prima oscurata, poi ripubblicata, e nel giro di pochi mesi raggiunge più di 42 mila like. Fioccano polemiche, ma soprattutto recensioni entusiaste dalle più importanti testate internazionali. In Italia si parla di “immagini necessarie” (D di Repubblica), e di “foto shock sugli effetti devastanti della malattia” (Tg Com 24).

Nelle molte interviste, colpisce una frase del fotografo:

La riconosciamo subito. La condizione umana. Speranza, disperazione, amore, perdita, coraggio, paure. È una bellezza fragile. La realtà non è sempre bella. Ma questa è la realtà.

L’ambizione è dunque quella di rappresentare una realtà diversa da quella che vorremmo aspettarci. Realtà sottratta agli artifici della retorica e della spettacolarizzazione, si scommetterebbe. Eppure. Si sceglie come ribalta il set fotografico, luogo normalmente deputato all’esibizione del corpo, sposandone i canoni di rappresentazione. Scorrendo le immagini, l’effetto è senz’altro dirompente. Ma l’effetto di senso devia dagli scopi espressi.

Le pose sono stereotipate, le ambientazioni ridotte al minimo o assenti. Nessun elemento rimanda a un’attività di routine, come se in presenza del male (subìto? Sconfitto?) per la donna non esistesse più normalità. E tuttavia resistesse nonostante tutto la volontà di riappropriarsi di uno standard estetico, che pesa in assenza: un’assenza spettacolarizzata lungo una galleria di cicatrici oblique, protesi imperfette, definitive mutilazioni.

Il punto non è evidentemente rappresentare la riconquistata normalità di queste donne, nè la realtà della loro situazione. Emerge piuttosto qualcosa di intrinsecamente, originariamente, a-nomalo, di cui sono diventate passive testimoni. Il loro corpo esiste in ragione di una traccia, e attraverso questa parla, tacendo. Del cancro, o carcinoma (dal greco karkinos, granchio) qualcuno diceva infatti che la malattia, come l’animale, divora i tessuti “con una morsa dolorosa e acuta”. Era Ippocrate, nel 400 a.C.

Ad oggi il National Cancer Institute raccomanda invece di attenuare la portata simbolica distruttiva della parola “cancro”, parlando di “neoplasia”. Perché, come si legge in un recente articolo dell’oncologo Umberto Veronesi, “ il cancro non è solo una malattia grave e a volte mortale, ma è anche la rappresentazione della maledizione, è il male per antonomasia, un male oscuro e inspiegabile che nasce in noi e dall’interno ci distrugge, tanto che è una parola usata per denominare le degenerazioni sociali che appaiono inestirpabili. Come si può pensare di guarire da un’entità simbolica, uno spettro che si può materializzare solo pronunciando il suo nome?”.

THE SCAR materializza lo spettro, e in queste immagini non è chiaro se sia la donna sopravvissuta al tumore, o il tumore sopravvissuto alla donna. Anche quando è stato rimosso, e – magari – curato.

La cicatrice diventa maiuscola, irreversibile, sopravvive oltre il corpo e lo riposiziona, sottoponendolo al giudizio di uno sguardo esterno. La malattia non smette di agire, anche quando la vita, nei suoi aspetti più essenziali, è salva. Alla donna che guarda è rivolta una domanda implicita: vuoi diventare così? Alla donna mastectomizzata che guarda è rivolta un’affermazione specifica: ai nostri occhi tu sei così. THE SCAR. Una cicatrice.

Il procedimento, ben noto a chi si occupa di pregiudizi e stereotipi, richiama un concetto dal nome altisonante: il “congelamento metonimico”. Un ventaglio di proprietà complesse è ridotto a un solo aspetto, ritenuto rappresentativo della totalità. La parte per il tutto, si impara sui banchi di scuola: il seno, nudo e tornito, per la donna sana in certe immagini commerciali e non solo; la mancanza di seno per la donna sopravvissuta al cancro in questa campagna. Ogni discriminazione si nutre di questo meccanismo, di questa riduzione. Anche la discriminazione di genere.

Sono del tutto omessi gli enormi progressi della chirurgia conservativa del seno, l’evoluzione delle protesi mammarie, la vita di centinaia di migliaia di donne che prosegue normalmente, anche durante e dopo l’esperienza del “carcinoma infiltrante”. Si tace il fatto che dal cancro al seno si può guarire, e che guarire è più che sopravvivere. Il come e con quali tracce lo stabilisce, appunto, la prevenzione, la conoscenza del tema. Il suo ingresso di diritto nella cornice delle pratiche e delle retoriche quotidiane, come evento possibile, da anticipare, da mettere sotto lo scacco del controllo regolare.

Quello che non si comunica è il cardine della prevenzione: se la neoplasia è presa in tempo, la mastectomia può essere evitata.

La parola chiave di questa campagna di prevenzione è invece un’altra: il rifiuto. Ed è qui che gli obiettivi del messaggio collidono: se c’è rifiuto non c’è identificazione. E se non c’è identificazione non c’è prevenzione.

Sessant’anni fa uno psicologo sociale chiamava “dissonanza cognitiva” il meccanismo per cui “ogni incoerenza percepita tra i vari aspetti della conoscenza, dei sentimenti e del comportamento instaura uno stato interiore di disagio che la gente cerca di ridurre tutte le volte che le è possibile” (Festinger, 1957). Vale a dire che il disagio attraversa lo shock, e infine lo ignora. A distanza di quasi sessant’anni la comunicazione sociale sembra ancora cedere alla tentazione dell’impatto, secondo gli stili e i codici della comunicazione commerciale, e forse secondo i suoi stessi scopi. Siano essi sfacciatamente proposti, o solo intuibili.

Nel maggio 2013 il progetto di David Jay si amplia. Sulla pagina di The Scar Project compare una nota dell’autore:

Cari amici, ho iniziato a lavorare al mio prossimo progetto. Si chiama The Unknown Soldier, e sotto diversi aspetti si ricollega a The Scar Project. Il messaggio è lo stesso: lì non si voleva parlare esclusivamente di cancro del seno, qui non si vuol parlare solo di guerra.

 Allora chiediamoci: di cosa altro vuole parlare questo progetto?

Ribaltando l’ordine delle parole il risultato cambia: come si trasforma in vittima una donna colpita dal cancro del seno?

Attenzione a questa domanda.


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La creatività giovane fa ECHO.

 

Più precisamente ECHO AWARDS 2014.

Un appello a tutte le giovani coppie creative italiane under 30.
Realizzate voi la Call for Entry per ECHO AWARDS 2014 e volate direttamente a San Diego.
Avete tempo fino al 20 dicembre per presentare la vostra proposta creativa.
La migliore si trasformerà in un volo di andata e ritorno per San Diego, per vivere più da vicino il Festival dotati di tutti i comfort.
Che dire? Babbo Natale vi sta facendo un bel regalo, guys!
Qui sotto il link dove troverete tutto, ma proprio tutto sul

COME PARTECIPARE

Good luck!

 


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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri

Per ricordare Nelson Mandela, il Mandela Poster Project

A Parigi, al Musée des arts décoratifs, è iniziata “Typorama“, curata da Philippe Apeloig

Pensato e pubblicato a New York, progettato da italiani, stampato nel Veneto, GREY, magazine tra arte, moda, design fotografia.

“Evergreen”: il nuovo libro su FHK Henrion, leggenda inglese del design che lavorò anche per Olivetti.

twitter @claudianeri


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I vincitori del Concorso Movi&Co 2013

Nel corso della cerimonia tenuta il 5 dicembre 2013 alla Triennale di Milano sono stati proclamati i nomi dei giovani videomaker vincitori della X Edizione di Movi&Co.
Il primo dei trentacinque video in gara è stato  Soft Skin-Hard Core, spot realizzato da Francesco Saverio Valentino per Samsonite che si aggiudica i seimila euro messi in palio dall’Università IULM di Milano…

Leggi qui il resto dell’articolo con il link al canale YouTube con tutti i vincitori.


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Logo di Firenze, ultimo round: la giuria.

La giuria c’è. Chi ha accettato di farne parte dovrà dare prova di grande abnegazione, oltre che di competenza. Sono ben 5000 gli elaborati in concorso.
Se la giuria dedicherà almeno un minuto di attenzione a ogni lavoro, ci vorranno 83 ore. Pause fisiologiche escluse.
ADCI e AIAP chiedono di conoscere tempi e modalità con cui la giuria svolgerà il suo lavoro, e i criteri con cui saranno assegnati i punteggi.
5000 proposte sono un’adesione straordinaria.
Vogliamo che lasci una traccia. Vogliamo poterne parlare al mondo come una best practice.
In caso contrario, se tanto lavoro dovesse essere valutato con superficialità, ci sarebbe un danno culturale.
Nonché un danno morale per migliaia di professionisti e aspiranti tali che vedrebbero il proprio lavoro giudicato con superficialità.

Questo concorso non è partito nel migliore dei modi, diciamocelo. Leggete come l’ha commentato Milton Glaser, un professionista che di loghi ha una “certa” competenza.

Avete un solo modo per raddrizzare la rotta: un dialogo trasparente. Noi ci siamo. E voi?

 

Qui i post sulla vicenda del Logo di Firenze.


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Dicembre, è tempo di migrare. (Mercoledì diretta web con il consulente del lavoro)

L’abbiamo visto accadere spesso negli ultimi anni.
Dicembre è il mese in cui solitamente viene avviato un movimento migratorio forzato di creativi (e non solo) verso altri “dove”, non importa quali purché non siano la struttura nella quale avevano nidificato nelle ultime stagioni.
Per questo, mercoledì 4 dicembre, a partire dalle 19.30, l’Adci organizzerà una diretta web con un consulente del lavoro. QUI.

La quarta da quando sono stato eletto presidente dell’Adci, la terza nel 2013.

Nel corso della diretta web cercheremo di rendere comprensibile a tutti l’operatività dei contratti atipici e flessibili, nelle agenzie di pubblicità, dopo la riforma del mercato del lavoro (Riforma Fornero).
Riforma che, lo ricordo, ha modificato le regole di gestione delle diverse tipologie contrattuali (sia autonome, sia subordinate).

Credo sia ormai noto a tutti che, anche nel nostro settore,
spesso i rapporti di lavoro subordinati a tempo indeterminato vengono camuffati in rapporti di lavoro di tipo autonomo. Per esempio partite iva, co.co.pro, lavori autonomi saltuari e occasionali, ecc…

Vogliamo dare a chi ci seguirà la possibilità di poter valutare la propria posizione all’interno dell’agenzia ove presta lavoro, al fine di verificare la correttezza del proprio inquadramento.

Vorremmo anche fare un bilancio con il consulente del lavoro dopo circa un anno di collaborazione.
Quale percentuale di casi trattati hanno avuto successo?

La rivoluzione creativa non può limitarsi alla richiesta di attenzione e nuove norme (a proposito, avete firmato la petizione di Alfredo Accatino?) se prima non impariamo a conoscere le regole che già ci sono e non ci battiamo perché vengano rispettate.

Le leggi non sono mai un vero traguardo, ma solo una piattaforma di partenza.

Se vogliamo attuare davvero una rivoluzione creativa, non fermiamoci al “cancelletto” di partenza.
Iniziamo a esercitare il muscolo della scelta: per aggirare le regole sul posto di lavoro non basta la volontà del datore di lavoro.
Facciamo rispettare le regole attuali o non servirà chiederne altre 20, o altre 100.


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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri

APT, organizzazione inglese specializzata in progetti soprattutto editoriali di grande rilevanza creativa.

Eccellenza nel sound design da New York, FNH (felt not heard)

DIA, Branding e video projects da New York

Il vintage italiano più bello: le veline delle arance di Sicilia

Twitter @claudianeri