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L’Art Directors Club Italiano sceglie di diventare ancora più elitario. E apre a tutti.


Interpretare davvero la migliore comunicazione italiana oggi vuol dire abbattere vecchi steccati, e accettare di contaminarsi. Una scelta difficile, che l’Assemblea Straordinaria ADCI ieri sera ha fatto con coraggio, riformando all’unanimità il proprio Statuto. La decisione più radicale, l’abolizione della “barriera delle tre entry” – i tre lavori premiati, fino a ieri necessari per l’iscrizione – trasforma di fatto il Club in una community allargata, potenzialmente aperta a chiunque condivida gli ideali etici ed estetici della comunicazione incarnati nel nuovo Statuto e nel Manifesto Deontologico. Un Club meno di status e più di motus, che vuole incidere con sempre maggiore efficacia sulla qualità della comunicazione italiana. Auguri di un Buon anno a tutti, e di un Ottimo Anno all’ADCI.


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Il Club vota per recuperare significato

Inizio questo post dalla fine della mia prefazione all’Annual N. 26, da oggi finalmente a disposizione dei Soci.

Piaccia o meno, l’immaginario collettivo si nutre più di comunicazione pubblicitaria che di arte. Se n’era accorto già Bill Bernbach, alcuni decenni fa: “tutti noi che per mestiere usiamo i mass media contribuiamo a forgiare la società. Possiamo renderla più volgare. Più triviale. O aiutarla a salire di un gradino”.
La progressiva scomparsa dell’etica nelle dinamiche professionali del settore pubblicitario, nelle remunerazioni, nei rapporti con i dipendenti, ha da troppo tempo inevitabili ripercussioni sulla qualità dei contenuti che mettiamo on air e online.
Ecco allora che un “sistema pubblicità” privo di etica diventa un problema di rilevanza sociale. Ecco che un lavoro delicato, per le responsabilità morali e sociali che implica, rischia di non essere più né un mestiere né un insieme di tecniche e competenze. Ma solo l’improvvisazione di chi vive improvvisandosi. Solo un’innegabile forma d’inquinamento cognitivo. Il pessimo nutrimento dell’immaginario collettivo.

Non a caso ho scritto insieme ad Annamaria Testa e a Pasquale Barbella il Manifesto Deontologico dell’Adci.

È mia opinione che l’impegno a rispettare e difendere i principi e gli appelli del nostro Manifesto debba diventare l’unico requisito per entrare nel Club, indipendentemente dal ruolo professionale. È mia opinione che per essere davvero l’unica associazione capace di perseguire nei fatti la visione di una comunicazione etica, sia necessario aprire il Club. Ci sono altre forme di vita intelligente nel nostro universo. Nella galassia che chiamiamo “clienti”, in quella che definiamo “fornitori” e anche in quella che dovremmo conoscere meglio: gli utenti. Potremmo non essere soli. Potremmo brillare di più. Potremmo persino contribuire a una società migliore battendoci per una comunicazione migliore, facendo il nostro mestiere.

So che il requisito delle tre pubblicazioni negli Annual Adci, o riconoscimenti considerati altrettanto importanti, per poter accedere al Club, è per molti un tabù oltre che un cambio di Statuto.
So anche che spariremo se non apriremo il Club a chi è interessato al nostro vero obiettivo.

Spariremo perché questo Paese non ha bisogno di un circolo elitario che si autoproclami il club dei migliori creativi. E non avendone bisogno non considererà mai rilevante un simile ammennicolo.
Questo Paese ha invece bisogno di un Club che si batta per migliorare la comunicazione.

Un Club nel significato originario del termine, che in inglese indicava un bastone con una estremità stretta, facile da impugnare, e una più grossa e robusta.
Era un’arma.

E Il termine inglese Club deriva dal germanico Klubba (clava). La parola Klubba deriva dalla radice indoeuropea gel (massa compatta), che ha dato origine alle parole gleba, agglomerato, agglutinare.

Ricominciamo a considerare la parola Club come termine che indichi uno strumento utile a una battaglia (culturale e di valori). Sarà il primo passo per provare a tornare rilevanti.


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Assemblea Adci del 19 dicembre 2012

Il prossimo 19 dicembre, alle 19.30, ci sarà un’Assemblea Generale Straordinaria dei Soci Adci.
L’ordine del giorno prevede di votare le modifiche allo Statuto per

-eliminare la barriera delle tre entry per l’accesso al Club
-restituire più potere ai Probiviri

All’incontro sono invitati tutti i Soci, anche i sostenitori. Questi ultimi non potranno però votare. Approfitteremo dell’occasione per distribuire l’Annual N. 26 oltre che per brindare e scambiarci gli auguri.
Vi aspettiamo alle 19.30 presso Accademia della Comunicazione, via Savona 112/A.

Le motivazioni che spingono il Consiglio a proporre queste modifiche statutarie le ho esposte nell’Assemblea Adci del 29 settembre scorso.
Ne ho scritto anche QUI i il 28 settembre.

Se non avete avuto modo di partecipare alla vita del Club degli ultimi mesi ma desiderate arrivare all’Assemblea aggiornati, vi suggerisco di leggervi queste riflessioni di metà mandato

Nel caso non vi fosse possibile intervenire, vi ricordo che potete dare la vostra delega a un collega o a un Consigliere di fiducia. Ogni Socio può raccogliere tre deleghe.


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“Le prospettive della comunicazione pubblicitaria italiana”, Milano, Università Bocconi


Dedicate due ore, se le avete, a questo appuntamento in Bocconi il prossimo giovedì 13 dicembre.
Giovanna Maggioni, direttore generale di Upa, chiude il corso semestrale di Linguaggi della comunicazione tenuto da Annamaria Testa, parlando delle prospettive della comunicazione pubblicitaria in Italia. L’intervento inizia alle 14.30 puntuali e termina alle 16.00
Via Sarfatti 25, III piano.


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Miss Representation: un film e un movimento per cambiare l’immagine della donna. Anche nell’ADV.

Miss Representation è un documentario americano del 2011, presentato in anteprima al Sundance Film Festival diretto e prodotto da Jennifer Siebel Newsom. Esplora come i media tradizionali contribuiscano a dare un’immagine sbagliata della donna, rappresentandola come chi non ha posizioni di rilievo nella società e dove la sua natura è travisata e eccessivamente semplificata. Spesso ciò accade anche in comunicazione e non è strano che l’ultimo video dedicato a questo tema dal Movimento che è nato a seguito del film, e pubblicato nel canale YouTube, sia proprio dedicato all’advertising.

Nel film viene analizzato come la rappresentazione della donna in tutti i media mainstream, (e quindi non solo la Pubblicità) ma anche TV, News, Stampa e una certa parte di Internet, agiscano invece sulle persone trasformando certi atteggiamenti e rappresentazioni in qualcosa che poi entra a far parte della cultura popolare.

Non solo condizionando gli uomini, ma anche le donne stesse, che negli Stati Uniti rappresentano il 51% della popolazione ma solo il 17% delle persone elette al Congresso, ma anche ill modo di pensare e gli atteggiamenti delle giovani donne, da Barbie in poi.

Per fortuna il documentario, attraverso il parere di donne di estrazione diversa, suggerisce come sia possibile cambiare. Altrettanto cerca di fare lo spot del Movimento, pubblicato 4 giorni fa e dedicato alla pubblicità. Uno spot che ci invita ad agire, regalando probabilmente un’esempio a chi come me vorrebbe vedere il Manifesto deontologico ADCI messo in pratica (qui i primi esempi).

Buona visione e non dimenticate di dire cosa ne pensate!


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Lettera da Sidney di Marco Betti.

Ho avuto Marco Betti come studente all’Accademia di Comunicazione. L’ho preso nella mia agenzia a fare uno stage ponendogli una sola condizione, e cioè che non rinunciasse al sogno che mi aveva confessato: tentare un’avventura all’estero.

Dopo aver lavorato con me per un anno, Marco è partito per l’Australia.

E dopo un anno di avventura è tornato in Italia per rinnovare il visto, ci siamo visti e gli ho chiesto di scrivere un pezzo per il blog Adci.

Lo pubblico perché spero che, in un momento in cui per i giovani creativi la speranza sembra aver raggiunto il punto più basso, la sua esperienza sia utile per ricordarci che c’è sempre un futuro.

E che questo futuro non significa per forza fare le valigie, ma sicuramente significa rischiare. E se non lo fate ora che siete giovani, quando volete farlo.

Il blog di Marco è questo: copywater.blogspot.it

Lettera da Sidney.

Esattamente un anno fa ho fatto una scelta.

Una di quelle scelte che tante persone, me compreso, hanno messo da parte per molto tempo.

Una di quelle scelte che non è facile prendere ma a cui tutti , almeno una volta, hanno pensato.

Partire. Anzi, scappare. Fare i bagagli. Comprare un biglietto aereo e salutare tutti.

“Ciao, forse non torno più.”

Ma c’è la famiglia. C’è il/la ragazzo/a. C’è un lavoro (a volte) del quale ci accontentiamo. C’è la crisi, purtroppo c’è anche quella.  L’unica cosa che non c’è più, è la speranza.

Novembre 2011. Avevo ventidue anni. Ero poco più che uno stagista in un’agenzia di Milano con un contratto a progetto. Un compenso più che buono considerando la media degli stagisti. Niente notti in agenzia. Qualche brief interessante. Una ragazza. Una vita sociale nella norma.

Guardandomi intorno, potevo considerarmi uno fortunato.

Avevo molte meno ragioni per scappare di quante ne hanno la maggioranza dei giovani creativi che conosco.

L’idea ad essere sincero non fu nemmeno mia, ma del mio Art Director.

“Perché non scappiamo?”

“…Dove?”

“Lontano. In Australia.”

Ho usato il verbo “scappare”, e non “partire” con cognizione di causa. Perché l’Australia non è Londra. Non parti e torni con 2 ore di volo. Non è dietro casa. Non c’è nemmeno l’inglese della regina che tutti abbiamo studiato a scuola. Sei esattamente dall’altro capo del mondo. Da solo.

In 11 mesi ho cambiato 14 lavori. Non potevo permettermi di essere “choosy” come dice la Fornero quindi ho fatto il cameriere in 5 ristoranti diversi, ho guidato un trattore, ho montato fiere, ho fatto l’operaio, il contadino, ho raccolto broccoli, lattuga, e mele. Sinceramente fatico anche a ricordarmi tutti gli impieghi occasionali che ho avuto. Cambiare lavoro è inaspettatamente facile e all’ordine del giorno in un’economia non stagnante.

Alla fine, dopo mesi di tentativi, di mail, dopo decine e decine di contatti sono riuscito a tornare a fare il mio lavoro. Dopo 8 mesi dal giorno in cui sono atterrato a Melbourne, sono entrato come Copywriter e videomaker freelance in una startup di Sydney.

I miei due capi attualmente hanno ventisei e ventinove anni. Uno dei clienti per il quale ho lavorato come freelance ne ha ventuno e capacità ben distanti da quelle che ho visto qui in Italia. Finalmente sento che da qualche parte, nascosta nel mio futuro, c’è una speranza.

Ma tutto questo non voleva essere un’autobiografia del mio ultimo anno. La mia storia voleva essere un invito. Un invito a quei creativi italiani che hanno avuto la mia stessa idea ma alla fine per una ragione o per l’altra, non l’ hanno seguita.

Partite. Scappate. Andate il più lontano possibile. Cambiate lavoro. Perdetevi. Aprite gli orizzonti. Imparate altre lingue. Conoscete altre culture.

Innamoratevi.

Non lasciate che la vostra creatività si assopisca sotto anni di routine e brief ripetitivi. Difendete le vostre idee, mettetele in valigia e portatele dove possono crescere. Affidatele a qualcuno che crede nei giovani invece che a qualcuno che le ricicla per i vecchi.

Se riuscite ancora a creare idee in una realtà fatta di preoccupazioni, stenti, e “No” recidivi, figuratevi cosa può regalarvi un’isola che non c’è.

Andate dove è ancora permesso pensare in grande, sognare in grande. Non dico che sarà facile, ma lo sarà sicuramente più che in Italia. Siamo una generazione a cui non è stata data una scelta. La scelta dobbiamo crearcela.

Lacio Drom

M.


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Buon Lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri

Anish Kapoor “gnam gnam style” video contro la censura, per la libertà d’espressione, in supporto dell’artista cinese Ai Weiwei

A Losanna l’installazione architettonica degli svizzeri di allegory.ch

Il video del progetto “The exquisite forest”, Tomorrow Award winner. Notevole.

Il progetto Di Nicole Lavelle, graphic designer e typographer.


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Un pensiero italiano dalle sale dell’Idfa (di Angelo Miotto)

L’Idfa è il festival internazionale del documentario, che si tiene ad Amsterdam. Ho chiesto ad Angelo Miotto un racconto della venticinquesima edizione.

Un milione di euro di guadagno, oltre duecentomila biglietti venduti nelle sale. Ma i numeri finali di Idfa, International documentary festival of Amsterdam, dicono molto di più di un parametro finanziario ed economico.
Vagare fra i canali di Amsterdam seguendo un concetto della psico-geografia, che invita a perdersi a naso in su nei territori metropolitani, è un esercizio piacevole mentre si salta fra una sala cinematografica o un teatro preso a prestito per le proiezioni. Eppure non si riesce proprio a dimenticare il proprio luogo di partenza.
E così la promessa di raccontare alcune tecniche di informazione e comunicazione che trovano cittadinanza all’Idfa aspetteranno qualche rigo, perché prima c’è da dire, senza lagnarsi, di una abitudine a noi sconosciuta.

È il gusto dell’ignoto, la motivazione a muoversi per conoscere, la capacità di partecipare pagando piccole somme d’entrata, il piacere di sentirsi avvolti da un’organizzazione che invade e pervade la città, anche visivamente con i colori di ordinanza di Idfa, il bianco e il blu.
Una cultura nutrita in maniera quasi osmotica dalla ricchezza di proposta dei documentari di ogni latitudine, dagli argomenti più diversi: l’attualità bollente dei conflitti, le storie personali, familiari, documentari musicali, per bambini, un grande tema declinato con incontri pubblici – quello della povertà e delle risorse naturali -, in un incrocio fra la vita del festival e la televisione pubblica. Proprio così: la televisione pubblica trasmette documentari.

Da venticinque anni si celebra un rito, questo rito, che inevitabilemente ha una ricaduta sulla società, sulla cultura e sulle abitudini. Con 18 euro al mese, durante l’anno, in un circuito ampio di cinema di Amsterdam si può entrare e vedere il film che si vuole. Non c’è un limite di visioni. Torniamo al festival. Scolaresche numerose vociano fuori dalla scalinata del bellissimo teatro Tushinsky, a due passi da Rembrandtplein, mentre il turismo scorre placido lungo il mercato dei fiori. Nei Q&A che seguono molte proiezioni il pubblico dialoga con i registi: domande in inglese senza silenzi imbarazzati, discussione. Si entra in sala con una tisana, una bottiglia di birra, il vuoto lo si ripone ordinatamente nelle casse all’uscita.
Certo verrà da pensare al nordico costume di una popolazione contaminata dal calvinismo o da rigide regole sociali, che non mancano in qualche quantità, ma il pensiero corre alle nostre grandi città e a che cosa significhi uno standard medio alto di comprensione del reale rispetto alle esigenze di chi sorbisce comunicazione e quindi di chi la crea.

Il biglietto per le proiezioni di Idfa costa 5 euro. Si può acquistare ai punti Kassa, molto diffusi, oppure on line. Una application per tablet/mobil device, molto semplice e pulita, ti ricorda cosa hai acquistato, l’orario e la sala di proiezione. Dal contenuto alla forma tutto mette a proprio agio: ogni due giorni viene diffuso un giornale in formato A3 che riporta interviste, recensioni, focus specifici su argomenti dei film in concorso o nelle sezioni correlate.
Tutto questo crea cultura, sicuramente al di fuori di schemi compilativi – ci sono anche i grandi appassionati, ci mancherebbe, ma soprattutto una cultura di prossimità al fatto che una proposta culturale di questa portata e di tale ricchezza sia in fin dei conti qualche cosa di ‘normale’.
Ho adottato due zii, anni fa, ad Amsterdam, perché anche i parenti, volendo, si scelgono.
Sono due persone piacevoli, impegnate politicamente, divoratori di documentari, cinema e libri. Al ritorno da una proiezione nell’Eye Museum, dedicato al cinema, sulla sponda opposta rispetto alla stazione centrale, chiedevo loro se quell’edificio incantevole, con una approccio museale divulgativo aperto anche ai piccoli futuri spettatori, fosse stato salutato con particolare enfasi al momento del taglio del nastro.
Beh, mi hanno risposto, sarà un cavallo di battaglia per la città: in due anni è stato costruito dal nulla, ma per noi cittadini è una cosa assolutamente normale. Bella e normale.
Non c’è un’aura da grande opera o un alone da grande occasione in questa teoria di eventi culturali e di luoghi, di architetture e soluzioni di design che si propongono agli occhi dei cittadini e dei turisti. Ignoro lo stato delle casse municipali, anche se sappiamo che le sovvenzioni allo stesso Idfa sono state ridotte. Eppure il senso di piacevole stupore, di immersione e di luoghi normali dedicati all’incontro e al dibattito, alla visione e al mettere in mostra ha il potere di infondere un moderato ottimismo.

Le ragioni storiche e sociali, economiche e il rimbalzo degli effetti religiosi, educativi sono senza dubbio poco accostabili. Ma quando si pensa ai parametri che creano una differenza con le nostre realtà, è inevitabile ragionare anche sull’esigenza, una necessità, di abbattere vecchi schemi di giudizio e di accelerare i tempi.

Raccontare storie riporta una memoria ancestrale, al focolare primitivo, alle iscrizioni in cui si raffiguravano desideri o fatti accaduti. Cioè una parte della realtà vissuta attraverso un’interpretazione o una proiezione di futuro. Raccontare storie tanti millenni dopo ha sempre quella forza primordiale che scatena la curiosità, che crea un senso di riconoscimento o di fantasia. Abituarsi a mangiare questo energetico cibo crea un livello di comprensione e di attenzione che diviene un retroterra comune per larghe fette di popolazione, per target che assumono ampiezze considerevoli.
In quattro giorni nel mio paniere ho messo quattordici film documentari. Da vecchie produzioni di Herzog, alla storia dell’indipendenza della Lituania raccontata attraverso il basket, passando per Hebron e lo Shin Bet, una pianista depressa di 85 anni, sorridente e folle di musica, la Guerra civil spagnola, storie di persone che sembrano thriller scritti dal miglior sceneggiatore noir. E che sono semplicemente vere.
Un prodotto da esportazione per tutti quelli che credono che la democrazia la dobbiamo costruire un pezzo alla volta e che questo abbia il suo prezzo.
Mai stato così contento di mettere mano al mio portafogli.


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Top 10 of everything: il meglio del 2012 scelto da Time.

Ogni anno il sito di Time stila una serie di classifiche che prendono il nome di Top 10 of everything (qui). Tra tutte, alcune sono di sicuro interesse per chi come noi si occupa di comunicazione, advertising, social media e non solo. Ci sono infatti decine di classifiche, da quella dei migliori tweet a quella dei peggiori libri.
Dai meme agli scandali ogni cosa entra in classifica, spot compresi, tra cui quello con Lena Dunham del quale abbiamo parlato qualche tempo fa nel nostro blog (qui).

Cliccate qui se volete scoprire tutte le classifiche o qui se siete interessati a quella dei commercial, dove vincono Chrysler e Clint Eastwood.