4 Replies

Conclusa l’Assemblea dei soci ADCI: completa fiducia al programma di Guastini e al suo Consiglio.

Si è conclusa poche ore fa l’Assemblea dell’Art Directors Club Italiano.

Una cinquantina i soci presenti, oltre la GoPro di Lele Panzeri, grazie alla quale potremo caricare nei prossimi giorni il video dell’incontro.

Gli argomenti all’ordine del giorno erano stati preannunciati da Massimo Guastini, sia in questo blog sia attraverso le interviste alla Stampa di settore.
Potete trovare i contenuti in questa presentazione, uploadata su Slideshare.

Non ci sono state nuove candidature a guidare il Club e i presenti hanno concordato all’unanimità di proseguire il percorso avviato.

Grazie a tutti per la fiducia. In attesa della pubblicazione delle foto, vi invitiamo a giocare con il nuovo sito dell’Adci per trovare e segnalarci gli inevitabili bug.


Leave a reply

I contenuti dell’Assemblea Adci di oggi.

Ordine del giorno

1. Relazione del Consiglio Direttivo su attività del Club tra inizio aprile e fine settembre.
Ci soffermeremo su
a) presentazione nuovo sito Adci (Matteo Righi)
b) anticipazioni Annual 2012 in uscita a novembre (Paola Manfroni)
c) accertamenti sezione stampa&affissione (Massimo Guastini)

Riguardo il punto c, intendo approfondire se
- alcuni Soci si sono sentiti trattati non correttamente
- ci sono verdetti non condivisi
- ci viene imputato qualche grave errore nella conduzione della vicenda

2. Relazione del Presidente sui prossimi (ipotetici) diciotto mesi.

3. Chiederemo se esistono candidati alla carica di Presidente e Consigliere del Club. In caso positivo, rassegneremo le dimissioni e contestualmente ci ricandideremo per permettere ai Soci di scegliere tra due (o più) programmi.
In ogni caso non è mia volontà restare in carica oltre la primavera 2014 e in caso di nuova elezione, rassegnerei comunque le mie dimissioni entro il 31 marzo 2014.
4. varie ed eventuali.


Leave a reply

Assemblea Soci Adci e le mie riflessioni di metà mandato.

Sabato 29 settembre 2012 alle 10.30, presso Hdemia, ci sarà l’Assemblea Ordinaria Generale dei Soci dell’Art Directors Club Italiano.
Chi non potrà partecipare troverà comunque (*FORSE) online le slides con i contenuti principali della presentazione.

Ordine del giorno
1. Relazione su principali attività del Club nell’ultimo semestre.
2. Relazione sui prossimi (ipotetici) diciotto mesi.
3. Chiederemo all’Assemblea se tra i presenti ci siano Soci intenzionati a candidarsi alla guida del Club, al nostro posto. In caso positivo, rassegneremo le dimissioni e contestualmente ci ricandideremo per permettere ai Soci di scegliere tra due (o più) programmi.
Non è mia volontà restare in carica oltre la primavera 2014 e anche nell’eventualità che domani fossi rieletto, dopo una nuova votazione, rassegnerei comunque le mie dimissioni entro il 31 marzo 2014.
4. varie ed eventuali

Ho riordinato i post dell’ultimo periodo sul ruolo e sul senso che ritengo debba avere l’Art Directors Club Italiano.
Li trovate in questo pdf “riflessioni di metà mandato“.

(*FORSE) Slideshare deve avere dei problemi. Alle 19 non mi ha ancora caricato le slide da condividere domani.


7 Replies

Perché spariremo se non apriamo.


Alienus Non Diutius.

(motto latino adottato dalla Pixar University)

La partenza di Ulisse (Claude Lorrain – 1646)

L’entità più prodigiosa, e in gran parte misteriosa, dell’universo conosciuto ci è in realtà molto vicina. È il nostro cervello. Solo il 14% della corteccia cerebrale è composto da aree motrici e sensitive. Il restante 86% è costituito invece da aree associative. Già questa disparità potrebbe suggerire qualcosa.

Vi passo un’altra considerazione: secondo un modello ricorrente, tutto quello che non si interfaccia tende a sparire. Vale anche in Economia.
Ma restiamo al sistema nervoso, da cui sono partito.

Durante la fase fetale dell’uomo, l’organismo produce 250 mila neuroni al minuto. La produzione si blocca a un mese dalla nascita, quando prende il via una seconda fase, che durerà tutta la vita: la creazione di connessioni tra le cellule. Le cellule che non si interfacciano vengono eliminate.

Sembrerebbe che interfacciarsi sia il primo passo per essere utili. E chi non è in grado di trovare una propria funzione attraverso una ramificata serie di relazioni e connessioni è destinato a scomparire.

Suona sinistro, solo se ci si oppone. La buona notizia è che il nostro cervello ci rende meravigliosamente adattivi. Basta usarlo.

Nei post degli scorsi giorni ho cercato di argomentare due aspetti fondamentali.
L’Art Directors Club Italiano ha un senso, una ragione di esistere (un’utilità) solo se persegue la vision espressa come obiettivo primario nel nostro stesso Statuto:
migliorare gli standard della creatività nel campo della comunicazione e delle discipline a essa collegate. Promuovere la consapevolezza dell’importanza di questi standard all’interno della comunità aziendale, istituzionale e del pubblico in genere, in Italia e all’estero.
Un obiettivo che ci spinge, guarda caso, a interfacciarci e ad avere un’utilità.

Questo obiettivo è realizzabile a condizione di essere un vero Club, formato da soci accomunati dalla consapevolezza del proprio ruolo e dalla volontà di incidere positivamente nella società. Per non renderla ancora più volgare. Per aiutarla a risalire, sia pure un gradino alla volta.

Ritengo che questa consapevolezza e questa volontà, unite all’impegno di seguire le indicazioni espresse dal nostro Manifesto Deontologico, debbano divenire le uniche condizioni di ammissione all’Art Directors Club Italiano.

Abbiamo più bisogno di motivazioni presenti che di c.v. in questa battaglia culturale.

L’obiettivo è migliorare la comunicazione italiana, non raccontare che siamo l’associazione che si autodefinisce dei migliori creativi italiani.

L’essere molecole unite da forti motivazioni, attuali e utili a tutti, ci renderà sostanza e ci darà stabilità.

Essere uniti da motivazione deboli ha fatto sì che il numero dei Soci con diritto di voto sia rimasto stabilmente assestato intorno ai 200. E quelli davvero attivi meno di quaranta.
Perché a seconda della politica sulla composizione delle giurie e i criteri di iscrizione agli Adci Awards c’è sempre stata una parte di scontenti che non confermava la propria iscrizione.

Uno stallo infinito.

Avere legami deboli ci ha reso estramente fragili, instabili e incapaci di sviluppare una “buona chimica” con gli altri agenti circostanti.

Sia per l’Ulisse di Omero sia per quello di Joyce, il contatto con l’altro arricchisce (e non distrugge) l’identità.
Questo Consiglio Direttivo sta invitando i Soci dell’ADCI ad arricchire la nostra identità, che si è impoverita per mancanza di confronto e interazioni.

So che il requisito delle tre pubblicazioni negli Annual Adci, o riconoscimenti considerati altrettanto importanti, per poter accedere al Club, è per molti un tabù oltre che un cambio di Statuto.
So anche che se non apriremo il Club a chi è interessato al nostro vero obiettivo più che ad Annual e Awards, spariremo.

Nel caso l’attuale Consiglio Direttivo restasse alla guida del Club anche per i prossimi 18 mesi, faremo in modo che tutti i Soci possano esprimersi online sulla questione.

 


2 Replies

Dedicato a quelli che vogliono scappare dalla pubblicità.

BRIGHT Products – BELL solar lamp – Crowdfunding from BRIGHT Products on Vimeo.

Si chiama Kristian Bye, otto mesi fa ha lasciato quello che definisce il suo lavoro sicuro nell’advertising e si è buttato su questa idea. Non la definisco brillante solo per evitare giochi di parola. Gli servono 50 mila dollari per realizzare il suo progetto e ne ha già messi insieme quasi otto mila da quando è partita la sua raccolta fondi su indiegogo.com.


1 Reply

Il Vice Ministro Martone risponde a Emanuele Nenna.

Il viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Michel Martone, ha inviato al Post questa lettera in risposta alla mia di pochi giorni fa. La riporto qui integralmente, ringraziando sinceramente Michel per la sua attenzione e precisione. Intanto prenoto la pizzeria.

Caro Emanuele,

Mi creda, non basta entrare per qualche mese nelle stanze ministeriali per rimanere sordi ai problemi di tanti piccoli imprenditori che stanno combattendo per non licenziare nel pieno di questa estenuante crisi economica.

Il seguito della lettera qui: Il Vice Ministro Martone risponde a Emanuele Nenna | Spot.


7 Replies

Perché i cosiddetti “fake” minano la credibilità dell’ADCI.

 

È difficile sapere cosa sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità.

(Albert Einstein)

San Sebastiano Massimo (Il Martirio dei Fake)

Innanzitutto perché, ve lo assicuro, le discussioni che innescano possono risultare estremamente dolorose per qualunque essere umano si trovi a lavorare nel Consiglio Direttivo dell’Art Directors Club Italiano.

Poi, perché non raggiungono lo scopo di mostrare ad aziende, istituzioni e pubblico che un’altra comunicazione è possibile.
Non dimostrano ai committenti che è possibile dialogare con gli utenti senza trattarli da imbecilli.
Non lo dimostrano perché non essendo stati un reale atto di comunicazione non hanno avuto un vero pubblico.

Una pubblicità senza pubblico non è pubblicità.

E in assenza di dimostrazioni lasciamo tutti liberi di pensare che “la diamo a tutti” sia uno slogan a effetto. Che Parah faccia bene a trattare il suo target da idioti o, peggio ancora, da maitresse con operazioni come questa.
E permettiamo che anche molti colleghi e operatori si ostinino con la stupidaggine del “che se parli, anche male, purché se ne parli”.

Per anni abbiamo raccontato agli studenti che i loro lavori, sia pur selezionati dalle giurie Adci, non potevano vincere premi o entry perché esercitazioni, non annunci realmente pianificati.

Io provo un profondo disagio nel sostenere questa tesi, se scorro a caso uno degli Annual pubblicati nel nuovo millennio.

Si è scritto sin troppo per spiegare le cause del fenomeno fake. Sicuramente sono il sintomo di un disagio diffusosi con il progressivo deterioramento della relazione tra Aziende e Agenzie. I fake erano rarissimi sino al principio degli anni novanta, perché i clienti tendevano ad approvare ottimi contenuti. E li sostenevano con investimenti strategici.

I “fake” possono contribuire all’obiettivo primario del Club solo se non vengono dissimulati (e disseminati) tra i reali atti di comunicazione. Possono essere persino utili per mostrare “nuove frontiere” alle aziende, se usati per coinvolgere le aziende stesse in un processo di ricerca e sviluppo di nuovi linguaggi.

Cosa suggerisco
Togliamo anche la foglia di fico del basta un’uscita.
Ma chiediamo un reale iter approvativo. Un’iscrizione autorizzata dall’azienda e, a quel punto, una giuria costituita sia da soci del club sia da chi lavora nei reparti marketing delle principali aziende operanti in Italia.

Una giuria speciale e sperimentale, per una sezione dichiaratamente volta alla ricerca e allo sviluppo. Una giuria dove ci si confronti apertamente sul significato di creatività e la cui discussione possa essere condivisa in diretta streaming. Perché il dibattito abbia una funzione utile.

E che i verdetti di questa giuria divengano un contributo da condividere in rete, per avere feedback non solo da altri addetti ai lavori ma soprattutto dal pubblico.
Una ricerca “in vivo”, grazie alla rete. Una ricerca vera, anziché un’esibizione di falsi. Non trovate che sarebbe immensamente più utile?

Anche in questo caso, abbiamo bisogno dell’aiuto e del supporto dei soci. Della disponibilità a essere un Club e non un pueblo chico.


12 Replies

Il gentleman driver della pubblicità

È proprio dannatamente vero: le cose più preziose diventano veramente tali, quando di colpo non le hai più. E così, quando ieri lunedì, verso le 16, ho saputo che Michele ci aveva appena lasciati, mi resi immediatamente conto che persino uno della mia età, aveva perso un autentico pro-genitore.

Pro come Progetto, Profilo, Profondo, Professionale… Genitore semplicemente come Geniale.

Credo di poterlo dire senza strafare: per tutti i pubblicitari italiani della generazione anta, Michele Rizzi è stato un autentico generatore di coerenza, di stile, di levità. Per almeno trent’anni, aveva dimostrato per quale motivo le campagne multi-soggetto, le filastrocche commerciali, non sono solo delle nursery rhyme. Variare un tema, anagrammare simbolicamente un visual, rileggere l’ennesima versione di un happy trend, significa entrare in confidenza con la marca, il prodotto, il tricolore della modernità (cyan, magenta, giallo) – esattamente come ci succede con la squadra del cuore, i sound dell’adolescenza, il bacio della buona notte e della buona mattina.

Quando nel lontano 2003, nel Creative Cafè (una delle più pimpanti mailing list create da Enzo Baldoni), chiesi agli amici “Chi sono le dieci persone che ti hanno cambiato la mente e la vita?”, Lele Panzeri mi rispose così:

Daniele Cima
Rolling Stones
Mario Capanna
Jimi Hendrix
Frank Zappa
Melville
London
Dard (quello dei gialli Sanantonio)
Simenon
Michele Rizzi

Due anni dopo, sulla mailing list dell’ADCI, commentai con grande entusiasmo il libro “La pubblicità è una cosa seria” che Michele aveva pubblicato nel lontano 1987! Nonostante il titolo apparentemente didascalico, il testo era di una freschezza inaudita. Sentite qua:

“Oggi siamo di nuovo giunti al circolo vizioso del conformismo: tutta la
pubblicità pretende ormai di essere ‘di rottura’. E in tal modo tende
inevitabilmente a collocarsi su uno standard, e dunque a perdere la sua
originalità. Perché quando tutti vogliono andare controcorrente si crea il
conformismo dell’anticonformismo”.

Esattamente un quarto di secolo fa, Michele aveva già messo in chiarissimo la malattia, allo stesso tempo infantile e senile, di gran parte della nostra conclamata creatività, dove i paroloni “trasgressivo”, “sinergia”, “digitale” e “trendy” si mordono ossessivamente la coda (anche quella di paglia, ça va sans dire).

Chiusi il mio commento con queste parole: “L’autore non ha nulla del profeta. È solo un buttadentro di ottime maniere. È un socio fondatore dell’Art Directors Club Italiano che l’ha appena nominato Direttore Scientifico per i rapporti con il mondo accademico e le istituzioni. Vorrei che fosse ripubblicato. Vorrei vederlo negli zainetti dei miei studenti. Vorrei vederlo sui tavoli dei clienti. Ladies and gentlemen: Michele Rizzi!”

Pochi giorno dopo la mia ola, l’amico e futuro presidente Guastini, mi aveva risposto così: “Ho sempre avuto una stima infinita per Michele Rizzi. E sono sempre stato troppo timido per dirglielo anche adesso che sto per compiere 45 anni”.

Il regista Luca Miniero si espresse invece con questo pensiero: “Ho letto quel libro dieci anni fa quando ho avuto la fortuna di frequentare Michele. Lo rileggerò alla luce delle tue parole, devo dire che Michele Rizzi è una delle persone più rigorose e innovative che ho conosciuto nel nostro ambiente”.

Quando nel 2005 l’ADCI lo elesse nella sua Hall of fame, i motivi erano ottimi e abbondanti, ma uno in particolare ci aveva convinti che nella nostra bacheca uno come lui doveva avere un posto particolare (tra l’urgenza e l’imbarazzo, lasciatemi citare un brano della mia laudatio):

“…Rizzi è stato più volte membro del consiglio, ma forse il suo contributo più prezioso è stato il suo costante impegno per i giovani creativi, culminato dieci anni fa, nella bellissima iniziativa «Chorus line». Era un corso d’orientamento per studenti neodiplomati che intendevano – come si diceva già allora – ‘entrare’ nella pubblicità. Il ruolo di Michele Rizzi si basava su esperienze solide e prestigiose. Quando, otto anni prima, a Milano nasceva l’Accademia di Comunicazione (tuttora la più attenta e più seguita fucina italiana di nuovi creativi), Michele Rizzi vi svolse una mission sostanziale: indicava gli obiettivi didattici, dialogava con gli studenti e, naturalmente, teneva dei corsi importanti”.

Non è un caso se la sua campagna più nota e commentata è (sic) “associata” alla Michele Rizzi & Associati perché, ben al di là della geniale simbiosi tra ironia anglosassone e italianità popolare, quelle pagine non avrebbero mai potuto uscire da una struttura banalmente “marketing oriented” dove l’ultima parolaccia spetta sempre all’Auditel o al business-man in black di turno.

Il fatto quotidiano di allora, era che nel mare nostrum delle acque minerali, Michele era un autentico riferimento di indiscussa competenza: oltre a Ferrarelle, aveva lanciato e rilanciato con successi inauditi anche la Fiuggi, la Boario, la Sangemini per la quale (mi cito ancora) “…Rizzi la rilanciò con una campagna di rara efficacia: anziché negare le sue radici di ‘acqua per i bambini’, trasformò la sua genuinità in una metafora del buon umore, dell’allegria, della solarità. Si vedeva un sorridente neonato che, lanciato e rilanciato dalle braccia di un’ipotetica complice-madre, diventava un contagioso esempio di salute. Nello spot si sentiva «Barbra Anne» dei Beach Boys – un popolarissimo brano-simbolo della vitalità giovanile che ancora oggi abbiamo tutti impresso nella nostra memoria emotiva”.

La sua profonda competenza e professionalità nel settore, è confermata anche dal fatto che in occasione di un convegno internazionale sulle acque minerali tenutosi, nel 1995 a Villa Erba, non a caso Michele Rizzi era stato il conferenziere più applaudito.

Ma prima ancora di dare l’imprinting indelebile a un intero settore trainante della nostra economia, Michele aveva già cambiato un’altra nostra vecchia, ma spesso sottaciuta, storiella da bar: grazie alle sue campagne, ordinare con gli amici un cafè “decaffeinato” non era più un segno di debolezza, ma un nuovo genere di allegra partita del cuore: le sue campagne cambiavano totalmente immagine a una marca leader. Non era più il caffè ‘che non fa male’, ma un prodotto che ti consentiva di bere tutte le tazzine che volevi, che invitava a socializzare. Per sottolineare questo nuovo filone, il Caffè Hag non veniva più servito sottovoce, ma in vistose tazzine rosse con sopra un bel marchio che assegnava al prodotto una fortissima identity di allegria e di giovialità. Di colpo era diventato un prodotto moderno, popolare, pronto per essere consumato dappertutto – nei bar, in casa, nei ristoranti, nelle mense.

Chi ha avuto la fortuna di convivere quegli anni con Michele (tra i tanti, cito Piero Bagolini, Sandro Baldoni, Piero Campanini, Luigi Ciccognani, Pietro Follini, Elvezio Ghidoli, Sandra Mazzucchelli, Lele Panzeri, Renata Prevost, Lilia Silvestri, Annamaria Testa, Michele Tosi, Gian Pietro Vinti), può testimoniare che i suoi rapporti con i committenti non erano mai da fornitore, ma sempre tra pari grado: lui e gli imprenditori – quasi sempre uomini di cultura prestati all’industria, alla finanza, alla politica, alle istituzioni, ai media, alla pubblicità.

È una lezione storica, oggi più dura, valida e attuale che mai, in un’epoca dove il do-it-yourself, la sveltina e il servilismo, vengono sempre più spesso spacciati per trendy, esercizi di wellness mentale, modernità.

Che quei suoi luoghi si chiamassero Crippa & Berger, Michele Rizzi & Associati, Michele Rizzi-GGK, Harrison McCann e Michele Rizzi, ArteFedeltà, Accademia di Comunicazione oppure ADCI, non cambiava mai la sostanza cioè il suo ruolo – nel senso di allenatore, centrocampista, capitano di uno degli squadroni più divertenti, più eleganti e innovativi che allora giocavano nella nostra serie A. Buttarla dentro e farsi applaudire dalla tribuna, lo lasciava fare volentieri a chi era più giovane, più veloce, più scanzonato di lui.

Ma tanti, proprio tanti, come me, tifavamo prima di tutto per quella combinazione tra Scopigno-Liedholm-Guardiola-Zeman che per ben 87 anni aveva discretamente risposto al nome sempre ammirato, premiato, ricordato di Michele Rizzi.

Dopodomani giovedì, i nobili Amati, Guarnieri e Stradivari, vibreranno all’unisono per averlo di nuovo nella loro, nella sua città.

Till Neuburg


21 Replies

Di Parah e delle cazzate. Della vera bellezza e del vero coraggio.

Paolo Iabichino, Direttore Creativo Esecutivo di OgilvyOne e Socio dell’Art Directors Club Italiano, ha spiegato ieri che
Portare in passerella Nicole MInetti all’ultima sfilata non è una provocazione, è una cazzata“.

Dello stesso avviso sembrano essere anche molti (migliaia) “fan” della pagina Facebook di Parah.
Così ieri sera sono arrivate le spiegazioni ufficiali. Pubblico due screenshot, che restino a futura memoria.

“Sì, volevamo la vostra attenzione” è l’irritante incipit.
“Al giorno d’oggi l’unico modo per colpire l’attenzione sembra essere quello di stupire e creare scandalo”, prosegue il “genio” autore di queste righe. Arriva addirittura a parlare di “mossa coraggiosa”.

Una scelta coraggiosa sarebbe stata individuare dodici brillanti universitarie all’ultimo anno, quelle con la media più alta.
Dare a ciascuna un dodicesimo di quanto avete pagato la Minetti. (Ma anche qualcosa in più)
Farle sfilare vestite. Senza mostrare nessun costume da bagno.
Analoga scelta per la campagna affissione.
Coraggioso sarebbe stato scoprire, dando loro denaro ed evidenza, le giovani donne che possono contribuire a rilanciare il Paese.
Non c’era davvero bisogno dell’ennesimo contest online, per scoprire 300 aspiranti modelle.
E non c’è proprio nessun coraggio nello scoprire donne sin già troppo scoperte da chi il Paese l’ha spogliato anche culturalmente.