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Accuse farlocche, osservazioni da Avvocato e fumo in faccia.

Nelle settimane successive alla premiazione degli Adci Awards ho letto molte inesattezze e, in alcuni casi, anche dichiarazioni decisamente false e diffamanti nei confronti dell’Art Directors club Italiano. Ora che le acque sembrano essersi temporaneamente chetate, mi pare il momento giusto per farle tornare trasparenti, con tutte le rettifiche del caso. In bold troverete le dichiarazioni più false e “farlocche” nelle quali mi sono imbattuto.

l’Adci promuove e premia la falsità. Nel senso che ancora quest’anno come da tanti anni a questa parte ormai purtroppo, le campagne che vengono portate sull’annual e che arrivano a vincere un premio dell’Adci, o sono finte o sono uscite una volta forse col piano mezzi pagato dall’agenzia o sono addirittura inventate o per prodotti inventati perché l’abbiamo visto sui blog di settore…

non si può promuovere la bugia, non si può promuovere la disonestà, non si può promuovere la falsità. Oggi l’ADCI premia campagne finte.

L’Adci ha dato quest’anno ampia dimostrazione di combattere e ostacolare la falsità. L’attuale Consiglio Direttivo ha eliminato quasi il 40% delle campagne entrate nella shortlist della sezione stampa e affissione. Va anche specificato che non tutti i lavori sono stati eliminati perché “fake”. Terminata l’ultima coda di approfondimenti pubblicheremo le motivazioni delle esclusioni.
Tutto il lavoro di controllo svolto dal Consiglio Direttivo e i verdetti comunicati il 7 giugno, sono una dimostrazione sufficiente a chiarire la posizione dell’attuale Adci. Non promuoviamo la bugia, non promuoviamo la disonestà, non promuoviamo la falsità. Da 18 mesi (da quando è in carica), il Consiglio Direttivo Adci ha fatto tutto quanto in suo potere per promuovere e diffondere comportamenti etici, nonché virtuosi e responsabili, in ogni area del nostro lavoro, non solo limitatamente agli Adci Awards.
È sicuramente falso affermare il contrario.

E guarda Durex: l’ha citato l’Espresso e l’ha citato Dagospia che era un falso.

L’Espresso e Dagospia hanno riportato in realtà un brevissimo comunicato, pressoché identico, firmato D. Gua. (Davide Guadagni).
Il fatto che il giornalista in questione abbia deciso di dare credito a una sua fonte, senza verificare l’autenticità della notizia, dovrebbe forse sollevare dubbi sulla sua affidabilità e correttezza, limitatamente a questo frangente, non sulla credibilità degli Adci Awards.

Scrissi a Davide Guadagni (5 maggio) anticipandogli che Durex, in base ai documenti esibiti, era in realtà in regola con la CFE degli Adci Awards. McCann fu infatti la prima agenzia a inviarmi la documentazione necessaria, prima ancora che partisse ufficialmente la fase delle verifiche.
Ecco parte della mia email inviata a Davide Guadagni:

nel pubblicare le dichiarazioni di Giovanni Pagano Lei ha scelto di raccontare una sola versione dei fatti, senza controllarne la veridicità e senza confrontarla con la versione dei fatti dell’Art Directors Club Italiano.
Più sotto troverà la nostra risposta. Come noterà, non supera lo spazio che Lei ha deciso di dare a quella che per me è una non notizia.
E proprio perché la considero una non notizia, non Le chiedo di pubblicare questa nostra versione dei fatti. In un Paese dove già troppi “vecchi” litigano senza costrutto e dove quasi nessuno fa niente di concreto per i giovani, preferirei che desse spazio, molto più spazio, all’attività svolta dall’Art Directors Club Italiano per favorire l’inserimento dei più giovani, in un settore divenuto molto difficile.
Mi riferisco a Il Grande Venerdì Di Enzo.

A differenza di Repubblica, che dedicò spontaneamente al grande venerdì di Enzo una pagina intera, l’Espresso preferì invece pubblicare solo la falsa notizia Durex. Peccato.

Ma torniamo alle accuse farlocche.

…Noi abbiamo iscritto dei lavori, sapendo che avrebbe vinto qualcosa che evidentemente era farlocco e che sarebbe stato pieno di annunci falsi…e noi abbiamo mandato delle cose qualsiasi, perché era giusto una provocazione…

Per avere la possibilità di contestare i verdetti delle giurie degli Adci Awards non occorre spendere oltre 3600 euro di iscrizioni. E non serve nemmeno pagare la quota associativa (260 euro). C’è una soluzione ancora più economica: basta iscrivere un singolo lavoro, anche nelle sezioni meno costose (80 euro) per acquisire il diritto di contestare i verdetti entro 15 giorni dalla pubblicazione della shortlist. Lo spiego a beneficio di chi non ama leggere i regolamenti, e di chi avesse meno soldi da sperperare in provocazioni. L’Adci ama le provocazioni e le consente a prezzi tutto sommato popolari.

chiedo la restituzione delle quote perché mi ha fatto vergognare la vicenda di scosse versus twitter…

bah, questa sembra uscita da un gruppo di autocoscienza. Vergogniamoci per lo sfruttamento sistematico perpetrato a danno dei giovani colleghi, tutti i giorni, in diverse agenzie di pubblicità italiane. Sentiamoci imbarazzati per l’opinione che i clienti hanno di noi, ampiamente guadagnata sul campo grazie a certi comportamenti, tenuti non solo in gara ma anche in altri contesti.
Arrossisco per le modalità di relazione con la stampa di settore: veder fumare in faccia a un direttore di giornale (maratoneta per di più) è solo l’ultima frontiera della nonchalance tendente alla cafoneria.

Meglio passare alle osservazioni inviateci da un avvocato (in bold)

Nonostante le Vostre azioni riparatorie volte ad escludere alcuni di questi lavori, risulta evidente che sia le votazioni sia l’esito del concorso siano stati falsati dall’iscrizione e dalla presenza nella shortlist dei suddetti lavori.

Non è per niente evidente. In realtà, gli eventuali falsi, fake, o annunci farlocchi che dir si voglia, non tolgono premi a nessuno e quindi non falsano l’esito del concorso. Questo perché gli Adci Awards contemplano la possibilità di assegnare più ori (e più argenti e più bronzi) a differenti campagne. E non c’è un tetto limite ai lavori che possono entrare in shortlist. In alcune sezioni la percentuale di lavori selezionati è stata inferiore al 12%, in altre superiore al 20%. Se l’80% dei lavori iscritti fossero stati ritenuti ottimi dalle giurie, sarebbero entrati. In una categoria può accadere, per esempio, che vengano assegnati tre ori, 6 argenti e 4 bronzi. Ma può anche accadere che nessun lavoro venga nemmeno selezionato per la pubblicazione. A differenza delle competizioni sportive, l’eventuale cancellazione di un vincitore non promuoverà in nessun caso chi è arrivato dietro.


Numerosi dubbi, invero, vi sono in ordine alla effettiva diffusione mediatica di alcune campagne pubblicitarie iscritte, tra le quali la vincitrice (Campagna Durex) e della loro reale committenza da parte del cliente produttore l’oggetto pubblicizzato.

In realtà non sussistono dubbi, in base alle prove forniteci da Mc Cann, sulla pianificazione effettiva di Durex “crusher” e sulla reale committenza da parte del cliente. A meno di non volere accusare la società Reckitt Benkiser (proprietaria dall’estate 2010 del marchio Durex) di avere “coperto” l’agenzia pubblicitaria uscente, la stessa Mc Cann Erickson. Per quanto incauto, e secondo me fuori luogo, questo sarebbe autentico coraggio.
Ma la lingua di certi miei colleghi preferisce seguire altri percorsi al cospetto delle aziende. Forse meno nobili. Sicuramente più prudenti, per quanto lascino un po’ di amaro in bocca. Molto più facile prendersela con l’Adci.

Nel bando del concorso è altresì evidenziato l’incoraggiamento da parte Vostra tanto dell’eccellenza creativa quanto della deontologia professionale. Tali principi sono stati violati nell’edizione del corrente anno.

In un paio di casi (sono ancora in corso gli approfondimenti) i princìpi sono stati probabilmente violati. I responsabili verranno sanzionati, nei limiti di quanto concesso dallo statuto Adci. In altri casi i lavori sono stati esclusi dalla shortlist, ma per ragioni differenti e che nulla hanno a che vedere con la violazione dei principi di deontologia professionale.
Vorrei anche far notare che uno Stato non cessa di essere civile perché alcuni dei suoi cittadini commettono reati.

Lasciamo l’avvocato e torniamo all’assistito

….Dopo di che è andata come di fatto è andata, Il consiglio a un certo punto ha anche rigettato dei lavori, dopo un po’, e poi si è anche dimesso perché le critiche sono troppe.

Non ci siamo dimessi per le critiche. A dire il vero non ci siamo nemmeno dimessi. Il 29 settembre offriremo la possibilità, a chiunque lo voglia, di candidarsi per guidare l’Adci al posto nostro. Senza attendere la fine del nostro mandato (primavera 2014). Le ragioni le abbiamo spiegate il 14 giugno, nella seconda parte di questo post. Non credo siano troppo complicate e che richiedano l’assistenza di un legale per essere comprese. Basterà presentarsi in Assemblea, saper scrivere il proprio nome e cognome e ottenere un voto in più dell’attuale Consiglio Direttivo. L’Avvocato non servirà. Saranno sufficienti un po’ di coraggio e un grandissimo impegno, non retribuito, nei tre anni successivi.


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Lettera aperta ai Grandi Manager della Pubblicità Italiana

Condivido questa lettera aperta, scritta con Annamaria Testa, perché sono socio fondatore di un’agenzia indipendente e considero improcrastinabile la necessità di riportare trasparenza in un settore ottenebrato dall’opacità.
Condivido questa lettera anche come copywriter e presidente dell’Art Directors Club Italiano. Perché penso che tutti i “creativi” (e non solo, ovviamente), soci e non soci, non possano fare a meno di porsi domande analoghe.
Ritengo che chiunque voglia continuare a considerarsi un professionista dovrebbe pretendere una risposta.

Cari colleghi,
una domanda semplice semplice: come fanno le grandi agenzie, gran parte delle quali peraltro iscritte ad Assocomunicazione, a sopravvivere e pagare stipendi coi prezzi che stanno chiedendo ai clienti?

Eppure il Codice Deontologico di Assocomunicazione recita (art 7): La giusta remunerazione è l’elemento fondamentale che assicura la qualità dei servizi offerti e l’indispensabile professionalità. Il compenso è riconosciuto come l’elemento portante che regola i rapporti fra Associate e utenti. L’applicazione del giusto compenso e la difesa della sua integrità costituiscono principi fondamentali da ribadire a salvaguardia delle professionalità del settore.

C’è qualcosa che ci sfugge e, da imprenditori indipendenti della pubblicità, attenti sia alla qualità, sia alle condizioni di lavoro, sia ai conti, saremmo incantati di saperne di più.

Prendiamo, fra i moltissimi, un caso recente (Poste Italiane) che ha coinvolto diversi nomi noti. Ricordando che ci sono casi anche più imbarazzanti.
Nel caso di Poste Italiane si tratta di un incarico che dura tre anni, chiede – a detta del cliente – il coinvolgimento costante di più persone, e viene aggiudicato a circa 60.000 euro complessivi. Vuol dire 20.000 euro all’anno. Il costo, spese generali escluse, di un singolo stipendio regolare da apprendista: circa 1000 euro al mese.

C’è qualcosa che non torna. Facciamo qualche ipotesi
1. su quel lavoro, per quel cliente, verrà impiegata una singola professionalità del valore di 1000 euro al mese, e senza un centesimo di guadagno per l’agenzia
2. su quel lavoro verranno impiegate persone che guadagnano molto meno. Anzi: magari niente …ma quale professionista lavora gratis?
3. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, pagati però da più consistenti tariffe versate da altri clienti
4. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, attualmente sottoutilizzati perché l’agenzia è alla frutta, ci sono più dipendenti che clienti ed è meglio lavorare sottocosto che tenere la gente a girarsi i pollici
5. su quel lavoro si guadagnerà comunque, facendo la cresta, per esempio, sulle spese di produzione. O con qualche altro artificio poco trasparente
6. non è vero che che il lavoro chiede molto impegno di molte persone: verrà fatto a costo zero nei ritagli di tempo, alla faccia del cliente e come capita capita
7. su quel lavoro verranno persi un bel po’ di soldi… ma perché?
a. c’è il gusto di fregare la concorrenza col dumping, anche a rischio di farsi del male da soli
b. le grandi agenzie sono ricchissime e di farsi pagare tutti i lavori non gli importa un fico
c. le grandi agenzie italiane sono comunque per la stragrande maggioranza sedi periferiche di gruppi multinazionali, che fanno profitti in economie più vivaci. E agli headquarter di quel che, nel bene e nel male, succede in Italia interessa poco

Dai, cari colleghi, illuminateci con qualche altro motivo comprensibile, e migliore.
Se ce ne sono, vuol dire che avete fatto l’invenzione del secolo: il lavoratore virtuale. Gli annunci autogenerati. Lo spot automatico. Il viral che si inventa da solo. Oppure avete robotizzato l’intera agenzia.

Sì, illuminateci: noi, che continuiamo come si faceva una volta a lavorare a lungo sui brief, a investire tempo per trovare idee efficaci, a formare e a pagare le persone, siamo ansiosi di sapere che futuro, scaturito da quale meravigliosa trovata, aspetta tutti noi e le imprese italiane che continuano, nonostante tutto e in questi tempi complicati, a fare affidamento sulla buona comunicazione pubblicitaria.

(Annamaria Testa – Massimo Guastini)


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Summit Upa: voci vere.

Non mi è stato possibile partecipare al Summit Upa, ma grazie al blog di Annamaria Testa nuovoeutile ho l’opportunità di colmare la lacuna.
Oltre all’intervento del Presidente Sassoli de Bianchi (qui il video integrale), molto interessanti mi sono apparsi sia il contributo di Giavazzi (Perchè bisogna ridurre le tasse. La lezione italiana e quella tedesca) sia quello del teologo Elmar Salmann: L’utopia della pubblicità, il mood di Moody’s e il senso del limite. Rileggerlo all’indomani del declassamento dei bond italiani è quanto mai opportuno, oltre che utile.


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The Original Goodfellas Party.

Giovedì 12 luglio, dalle 19,30 alle 23,30 presso First Floor Under (TBWA\Italia, via Costanza 21, Milano) festeggeremo i successi italiani a Cannes 2012, sia quelli dei talenti affermati sia quelli dei giovani.

Siete tutti invitati, sia che facciate parte del Club sia che non siate iscritti all’Adci, unica condizione necessaria è che vogliate festeggiare i Goodfellas, è cioè che dimostriate un sano spirito di appartenenza alla comunità dei creativi italiani.

IMPORTANTE. Per partecipare scaricate l’invito qui sotto e compilatelo: mostrandolo all’entrata vi sarà consegnato un badge che vi darà diritto a 3 consumazioni gratis. Senza questo invito non si entra né si beve.

Ci vediamo questa sera.


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Aziende italiane? Nemmeno l’ombra. (di Francesco Simonetti)

E’ interessante notare, anche se nessuno l’ha fatto, che nonostante un bottino italiano senza precedenti e i giusti sussulti d’orgoglio, a Cannes 2012 ci sia stata un’ assenza ingombrante: i clienti italiani. In spiaggia al sole o al Martinez dopo il tramonto magari li notavi, ma al Palais durante le premiazioni non se n’è vista l’ombra. Se infatti prendiamo il nostro palmares e togliamo gli young lions ( no clients ) o i premi Una Onlus e Coordown
(non profit ), l’Italia dei leoni resta rappresentata da 2 clienti: Heineken e Montblanc. Ma il primo è la casa madre Heineken di Amsterdam che ha commissionato a Publicis Milano una campagna uscita in 30 paesi del mondo isole comprese ( Sunriseè on air anche alle Antille ). Il secondo, Montblanc, ha lavorato con Leo Milano direttamente da Amburgo. Amsterdam e Amburgo, quindi non Milano o Torino o Roma. Le cose non vanno meglio se guardiamo ad altri due lavori “italiani” che si erano distinti all’Eurobest: Burn “Never estiguish” e T-Mobile “Angry Birds”. Il primo, ancora di Publicis Milano, è un budget Coca-Cola internazionale, mentre il secondo di italiano ha solo la coppia creativa che l’ha ideato. Si può obiettare che abbiamo preso il Gran Prix nell’outdoor con Benetton: cliente italiano, creativo italiano ( il bravissimo Carlo Cavallone ), ma sappiamo tutti che 72 and sunny non è un’agenzia italiana, ha sede ad Amsterdam, anche se tra i suoi clienti c’è pure l’italianissimo Pirelli, che da sempre le sue migliori campagne se le fa confezionare all’estero. Anche il Gran Prix ADCI dell’anno scorso, di Cinquepalmi & Venturelli è più francese che nostrano. Quello che ci dicono i risultati di Cannes è che in un’economia globalizzata, i clienti italiani (intesi come gruppi industriali italiani) non ci sono o si rivolgono altrove, mentre le succursali italiane di clienti multinazionali stranieri non hanno abbastanza voce in capitolo per farsi sentire dalla provincia dell’impero. E questo, nonostante la festa, lascia un po’ d’amaro in bocca. Ironico anche che uno dei più grandi clienti italiani, Telecom, abbia celebrato il nostro risorgimento con un’agenzia argentina, ma Garibaldi era l’eroe dei due mondi, si sa. Anche se oggi quell’agenzia è a tutti gli effetti anche italiana.


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Bill Magazine: Esce il terzo numero

Bill Magazine, numero 3Tita manda in libreria il nuovo numero di “Bill-un’idea di pubblicità”

Nel Numero 3: Marco Carnevale sui 30 anni della BBH; speciale “Cina” con, tra gli altri, Francesco Taddeucci sul crafting cinese, il reportage di Reed Young su Ma Yan presidente di giuria a Cannes; Corea del Nord, il paese con un solo spot; Andrea Fontanot sulla vita e la morte del Cool; Speciale Pisapia, dedicato alla campagna elettorale del 2011 con un’intervista al sindaco e al suo campaign manager; Pasquale Barbella sulla Olivetti Story; Guido Cornara presenta nuovi Materiali Bernbach; Andrea Salvadore da NY sulle primarie Usa e altro ancora…

La copertina è dedicata a John Hegarty, visto da Daniel Stolle. Le matite interne da questo numero sono di Filip Peraić.

Sul sito di Bill ci sono inoltre due inediti:

“In fondo abbiamo tutti gli stessi desideri”, intervista a Ma Yan

“Storia di una campagna gentile”, testimonianza di Paola Giulietti, co-autrice della campagna elettorale per Pisapia sindaco di Milano.

Bill Magazine
Art Director Franz Degano
Graphic designer: Giuseppe Pizzuto e Luca Riva

 


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Impressioni da Cannes 2012

We are the change.

Le tecniche sviluppate nel secolo scorso per indurre comportamenti d’acquisto saranno usate in questo secolo per indurre comportamenti sociali. Addentrandosi in fantasie di sperimentazione politica si potrebbe arrivare ad ipotizzare un mondo in cui le leggi sono sostituite da meccanismi di incentivazione di comportamenti virtuosi.
Questa la riflessione che nasce di fronte a operazioni come Rivers of light, il marrow donors program di Droga 5, il blood Exchange Israele-Palestina, o infine lo stesso film Grand Prix,, una forte presa di posizione ideologica, che invece di imporsi con la protesta o la guerrriglia, si impone piegando le regole del marketing e della comunicazione.
Non sarà un caso che tra i relatori a Cannes ci fossero filosofi e leader politici.
Chi guarda con sufficienza alla comunicazione sociale farà bene a cambiare ottica: tutto l’advertising, da qui a pochi anni, sarà sostanzialmente sociale.
E improvvisamente guardo a quello che mi è sempre sembrato un lavoro divertente ma disimpegnato come al possibile protagonista del più grande cambiamento culturale nella storia dell’umanità: l’idea che si possa regolare la società affascinando, convincendo, ironizzando e suscitando empatia e divertimento nasce nei nostri uffici, che da terminali del consumismo di massa del ‘900, potrebbero diventare luoghi di elaborazione politica, nell’accezione più ampia e nobile della parola.

Maiali.

Che bella scelta. Tra i tre porcellini del Guardian – sofisticata interpretazione di una stessa strategia ventennale, equilibratissimo snobbissimo inglesissimo commercial da Cannes – e l’ingenuo, disarmante, poetico filmato Chipotle, la giuria sceglie il secondo. Indica di seguire questi maiali piuttosto che quelli.
Quello è un apice di professionalità, questo è lo zeitgeist, interpretato con maestria.

Goodbye unisex.

Eppure l’avevo davanti agli occhi da anni, personificato nelle mie figlie che si vestivano di rosa a tre anni , e che a 15 non hanno smesso di marcare la loro femminilità: la cultura unisex in cui sono cresciuta è finita da tempo. Possiamo leggerlo come un successo: noi donne abbiamo raggiunto una tale parità di diritti che non abbiamo più bisogno di negare o mortificare la differenza di genere. Oppure come un regresso: dopo 100 anni di lotte torniamo a segregarci dentro clichè stantii, dalle fidanzate tiranniche di Axe alle mamme oblative di P&G. Propendo per la prima ipotesi, ma non abbasso la guardia. Anche oggi ne hanno ammazzate due: “dramma della gelosia” titolano i giornali, e a me va il sangue al cervello. Viva Lisbeth Salander.
Poi vedi le squadre di maschi che ritirano i leoni, sai che in tempi di conflitto così aspro si sentono più sicuri così, compatti in schemi da spogliatoio ancestrale. Comprensibile. Però mi dispiace. Poi vedo relatrici, direttrici marketing, donne a proprio agio in ruoli di guida e penso: non sarà che li stiamo usando come usiamo i soldati, ragazzi pieni di naturale aggressività mandati a combattere sui fronti più duri?

Li facciamo morire da piccoli.

Ogni anno lo stesso rituale: i giovani italiani vincono. E io non riesco a gioirne. Che gli facciamo quando tornano a casa? Come mai poi spariscono e non riescono ad eccellere nella competizione reale? In realtà sono due domande retoriche, ho le mie risposte, ma in questo spazio non mi interessa esporle, preferisco condividere il tema e vorrei ascoltare le opinioni degli altri.


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Henry Jenkins, massimo esperto mondiale di culture partecipative e transmedialità per la prima volta a Roma lunedi 9 luglio.

Se siete a Roma lunedì 9 luglio, vi segnalo un’importante evento organizzato da IED Roma (la scuola dove insegno anch’io a Milano) e Cross-Media.it. Per un giorno infatti, la capitale si trasformerà nella capitale del Transmedia in occasione dello special Talking IED di Henry Jenkins, massimo esperto mondiale di culture partecipative e transmedialità per la prima volta a Roma.

Tema dell’incontro sarà: La Generazione Transmediale. Come i giovani creativi e la cultura partecipativa stanno cambiando il mondo attraverso i media.

La Transmedia Generation è formata da giovani creativi che stanno pensando, imparando, sviluppando nuovi strumenti di comunicazione e si stanno mobilitando politicamente in modo mai così autonomo e consapevole, grazie al loro maggiore controllo sulla costruzione di senso e contenuti, e sulla circolazione del sapere affidata in particolare ai new media.

Maggiori informazioni le trovate qui.


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I terremotati dell’Emilio (di Mizio Ratti)

Riprendo e condivido l’opinione che il consigliere Adci, Mizio Ratti, ha postato oggi nel suo blog personale sulla “provocazione” del signor Emilio Haimann.
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È probabile che sia stata l’ondata di caldo causata da Caronte che abbia dato vita al “Piove, Governo ladro” di Emilio Haimann sulle riviste di settore. Lui se la prende con tutte le associazioni, dall’Adci ad Assocomunicazione, e le cose che dice sono talmente condivisibili che risulta contagiosa la voglia di incazzarsi con le poche associazioni rimaste. Ma visto che quelle di settore le ha citate praticamente tutte, non resta che incazzarsi con l’ACI, l’ONU e l’AIDI (Associazione Igienisti e Dentisti Italiani).

L’incazzatura purtroppo scema, almeno nel mio caso, man mano che seguo l’intervista. Ed è sempre colpa di Caronte: con quest’afa l’effetto soporifero è in agguato dopo 25 minuti di intervista su advexpress e 10 minuti su YouMark, soprattutto perché non capisci quale sia la sua soluzione geniale per risollevare le sorti del settore.

Haimann dice che i 17 Leoni italiani non contano niente e poi motiva la qualità del modello germanico citando proprio i Leoni che i tedeschi hanno conquistato negli ultimi anni; critica le associazioni e poi afferma che le agenzie dovrebbero procedere unite (queste entità si chiamano forse associazioni?), ma quando Salvatore Sagone gli chiede “sì, ma cosa bisogna fare?” tentenna e improvvisa “ho in mente cose che al momento non posso dire…” Per fortuna dopo ci pensa su e nell’intervista successiva a YouMark afferma sicuro che organizzerà un Convegno per quelli che la pensano come lui.

Ora.

Io sono uno che potrebbe pensarla come lui per come le politiche delle associazioni dovrebbero cambiare. E chi mi conosce sa che da anni auspico che nasca un’associazione di agenzie indipendenti perché AssoComunicazione tutela troppo i network. Almeno secondo me.

Inoltre.

Io sono uno che ha una sua agenzia, che per fortuna va bene, e che lavora con clienti veri e internazionali, di quelli che ai premi antepongono sempre i risultati concreti.

Però.

Io non parteciperei al Convegno che sta “organizzando” Haimann perché la sua tirata estiva puzza di disperata retorica new business. E poi perché non mi fido dei suoi buoni propositi dato che, meno di un mese fa, in una gara che vedeva contrapposte le nostre sigle ha presentato appena 7 (sì, avete letto bene, 7) proposte creative.

Per cui, di cosa stiamo parlando Emilio?

Di qualità creativa? Di professionalità? Di etica? Oppure di terremotati?

Già me li sento gli emiliani che soffrono il caldo nelle tende che dicono: “che culo che abbiamo avuto ad avere il terremoto, sennò i soldi delle quote d’iscrizione agli Adci Awards di Hi andavano a quei musi gialli di Fukushima”. Forse sono troppo ligure, ma a mio parere la beneficienza non si ostenta né tantomeno si strumentalizza.

Siamo seri.

Il Consiglio Adci, di cui al momento faccio ancora parte, ha dichiarato di dare le dimissioni nella prossima assemblea che si terrà a settembre. Non lo fa perché, come afferma Haimann, è stato travolto dalle pressioni ma perché vuole capire se i soci sono disposti a trasformare il Club in qualcosa di diverso e più attuale. A settembre presenteremo un programma ben definito per chiudere l’eventuale anno e mezzo che ci manca e speriamo che qualcun altro si presenti perché avere alternative è sempre una cosa sana per qualsiasi associazione composta da umani.

Ecco quindi un’idea.

Emilio, invece di proporre Convegni immaginari candidati alla Presidenza dell’Adci. Esponi le tue idee e fatti votare in alternativa a Guastini.

Se lo farai ti assicuro che ti darò il mio voto perché mi avrai dimostrato che le tue sono vere convinzioni e non semplici sparate da new business. Se non lo fai va bene lo stesso, basta che tu sia consapevole che nell’arte del mugugno fine a se stesso sarai sempre secondo a noi liguri.

Vuoi un esempio?

Ecco un po’ di mugugno originale che spero tu gradisca.

Mi sono rotto il belino di tutto questo ambiente, di tutta questa gente che si lamenta e critica ma non fa niente o, al limite, si muove esclusivamente per interessi personali. Mi chiedo perché sto dedicando le mie energie e la mia intelligenza a una causa perduta togliendo buona parte del mio tempo alle uniche cose che vale la pena proteggere: la mia agenzia e le persone a cui voglio bene.

Un anno e mezzo fa, Emilio, nonostante fossi scettico come te sull’utilità delle attuali associazioni, ho accettato l’invito di Massimo Guastini di entrare nel consiglio Adci. Mi ha convinto la sua frase “le cose si cambiano dall’interno” e il rapporto di amicizia e di stima nei suoi confronti. Oltre al fatto che ogni tanto bisogna agire anziché autocommiserarsi.

Di Massimo si possono dire molte cose, anche che abbia commesso alcuni errori o che abbia risposto con troppo impeto a certe provocazioni, ma non si può negare il fatto che abbia dedicato al Club il massimo dell’impegno e della dedizione.

A mio parere il Club ha fatto molti passi avanti.

È stato scritto e condiviso un manifesto deontologico, è stata resuscitata la Hall of Fame, sono stati attivati i canali social, da Facebook a Twitter, ma soprattutto è stato fatto tanto per i giovani.

È stato modificato il concorso dei Giovani Leoni, lo si è reso più equo per tutti, permettendoci di mandare a Cannes dei talenti che hanno fatto meglio dei loro coetanei di tutto il mondo. È stato istituito il Grande Venerdì di Enzo, che ha permesso ad almeno una ventina di ragazzi di trovare il loro primo impiego.

Eppure.

Eppure siamo qui a parlare sempre e solo di premi. E di fake.

Non siamo né io né Massimo Guastini a ritenerli così rilevanti, ma siete voi. Per me i fake rappresentano una pratica sbagliata, l’ho sempre detto (se non ci credi chiedilo a Giovanni Pagano), ma giudico che ci siano problemi più seri da affrontare al momento, come il rispetto e la tutela dei collaboratori.

Emilio, lo sapevi che l’Adci quest’anno ha organizzato una diretta con un consulente del lavoro?

Se invece vogliamo parlare per forza di fake, bene: ti informo che quest’anno, per la prima volta nella storia del Club, sono stati squalificati ben 9 annunci.

Si è salvato Durex, obietterai tu.

Certo, si è salvato perché, a prescindere da come ognuno può pensarla, con l’attuale regolamento aveva i presupposti per partecipare, ma questo credo che lo scoprirai attraverso il tuo avvocato.

Il prossimo regolamento, a mio parere, dovrebbe avere le maglie più strette, ma se hai suggerimenti a proposito sono bene accetti.

E sarebbe bello se questi suggerimenti li dessi candidandoti alla guida dell’Adci, ma se come prevedo non lo farai mi piacerebbe che almeno ci dessi delle idee su come risollevare l’ambiente e creare unità d’intenti al tuo prossimo Convegno.

Un Convegno che, forse sbaglierò, ma non prevedo così affollato.

E per farti compagnia sarei pure tentato di parteciparvi, ma ho preferito devolvere la quota di partecipazione all’ABSPP (Associazione Bambini Sofferenti di Pellicine ai Piedi).

Mizio Ratti