Leave a reply

Conferenza stampa pre Cannes

L’Art Directors Club organizza un incontro tra i giurati italiani degli imminenti Cannes Lions e i giornalisti.
L’appuntamento è fissato per mercoledì sei giugno, alle nove e trenta, presso Biancolatte (Via Turati 30 Milano).
Oltre ai tre giurati soci Adci (Bernardi, Bertini e Boscacci) ci saranno anche Filomena Rosato (sezione PR) e Isabelle Harvie-Watt (sezione Media).

Estendo l’invito a tutti i soci Adci del gruppo Facebook “goodfellas”.
Penso che possa essere utile favorire l’incontro e lo scambio di informazioni tra chi ha iscritto lavori a Cannes e chi ci rappresenterà in giuria.

Per cortesia chi intendesse partecipare scriva a massimo.guastini@adci.it


21 Replies

Alcune verità sulle false campagne pubblicitarie

quintessenza della scultura barocca. Certamente è la scultura più personale di Gian Lorenzo Bernini.

Sono infinitamente grato ai soci dell’Art Directors Club Italiano per non avere esercitato pressioni su di me e gli altri consiglieri in queste settimane.

Tuttavia, dopo tante chiacchiere lette, sento il bisogno di aggiungere alcune mie considerazioni sui cosiddetti fake. E sento il bisogno di farmi anche quelle domande che i commentatori anonimi più accesi della blogosfera si sono dimenticati di pormi.

Provo anche a dare una definizione di “fake”, forse approssimativa ma più restrittiva rispetto al regolamento degli Adci Awards, per condividere tra noi cosa vogliamo dire quando utilizziamo questo termine.

Userò il termine fake per indicare anche quei lavori nei quali marchio e prodotto di un cliente (ancorché informato e consenziente) vengano usati solo per generare un contenuto adatto a colpire l’attenzione dei giurati nei festival pubblicitari più importanti del mondo.
In questi casi il prodotto vero che si vuole vendere è in realtà la capacità creativa dell’agenzia. O degli autori. In questa chiave di lettura i fake sono sicuramente lo step di una strategia auto promozionale.

Ma i fake non sono la causa diretta di nessuno dei mali che affliggono la nostra categoria professionale oggi. Sono sicuramente il sintomo di un “profondo disagio”. Sintomo, non malattia.
Quando i creatori di contenuti fondavano o guidavano almeno metà delle prime 50 agenzie operanti in Italia (quelle che allora detenevano l’80% dell’intero mercato) non si parlava di fake.
Quando i creatori di contenuti avevano un dialogo diretto con gli imprenditori e gli uomini di azienda, la parola fake era priva di significato.

È fondamentale che i più giovani abbiano ben chiaro questo aspetto o rischiano di lasciarsi confondere dalla retorica di chi oggi non prova nemmeno a impegnarsi seriamente per le reali battaglie di interesse comune.
E se non mi credete, forse non avete letto questo post e non avete guardato la shortlist stampa&affissione degli Adci Award 1992.
Una quarantina i settori merceologici rappresentati. Molte le marche leader. E budget strategici, soldi veri, allocati su ottime idee.

Le vere idee venivano approvate e prodotte. Potevano dimostrare il loro valore nelle autentiche dinamiche di mercato. E il valore che generavano si riverberava in prestigio e valore economico per i creativi autori di quei lavori.

Se i fake sono un sintomo qual è la malattia?
La progressiva scomparsa dell’etica nelle dinamiche professionali del settore pubblicitario, nelle remunerazioni, nei rapporti con i dipendenti, ha da troppo tempo inevitabili ripercussioni sulla qualità dei contenuti che mettiamo on air e online. Ecco allora che un “sistema pubblicità” privo di etica diventa un problema di rilevanza sociale. Ecco che un lavoro delicato, per le responsabilità morali e sociali che implica, rischia di non essere più né un mestiere né un insieme di tecniche e competenze. Ma solo l’improvvisazione di chi vive improvvisandosi. Solo un’innegabile forma d’inquinamento cognitivo. Il pessimo nutrimento dell’immaginario collettivo. Nel bene e nel male possiamo essere contagiosi.

Qual è la cura?
quella che vado indicando da ormai diversi anni. Occorre che i creatori di contenuti tornino a essere imprenditori. Piccoli o grandi è secondario. Che dedichino tutte le proprie energie a convincere clienti veri a seguirli, a sceglierli.

I fake sono un furto?
I fake non sottraggono premi a nessuno. Vorrei fosse chiaro anche questo.
A differenza delle competizioni sportive, dove i metalli vengono assegnati in base all’ordine di arrivo, indipendentemente dalla prestazione fornita, gli Adci Awards non premiano i “meno peggio”.
Per vincere un oro occorre che il lavoro venga considerato eccellente dalle giurie. Questo può portare all’assegnazione di ex aequo. Ma può anche determinare la mancata assegnazione di qualunque metallo.
I fake possono diventare un furto teorico di reputation quando danno luogo a ranking che a loro volta determinano privilegi economici in agenzia o di status in un Club come l’Adci.
Attualmente nessun ranking può conferire un rango particolare ai soci Adci. E non credo che con l’inasprirsi della crisi ci sia ancora qualche agenzia che paghi gli stipendi sulla base dei premi vinti con campagne “ad hoc”. Credo che i salari premino oggi la capacità di risolvere problemi reali, o eventualmente la possibilità di portare budget e quindi fatturato.

L’eventuale squalifica, quale che sia la causa, di un lavoro iscritto agli Adci Awards, non promuove mai quelli classificati dietro dai verdetti delle giurie. Un bronzo resta bronzo anche qualora vengano squalificati oro e argento.


Perché non hai mai fatto un fake in vita tua? Non sei capace o pensi che ci sia qualcosa di sbagliato?

Potrebbe avere ragione Marco Cremona, che scherzando, ma forse no, mi disse “non li fai perché non ne sei capace”.
La mia verità non è tanto diversa. Non me lo fanno “rizzare”. Quindi non ne sono capace.
Mi sentirei anche a disagio nel chiedere a un direttore marketing:

“Approvami questo annuncio, così posso iscriverlo ai premi. A te non costerà nulla. Penseremo noi a tutto, produzione e pubblicazione comprese. Dovrai solo firmarmi una mail in cui sostieni di avermi commissionato questo annuncio”.

Ma questo “imbarazzo” potrebbe essere un mio problema soggettivo. Non sarebbe democratico imporre a tutti di condividerlo.

Penso anche che un Annual Adci pieno di fake non sarebbe uno strumento utile alla cura di quella che prima ho indicato come la nostra “vera malattia”.
Tornare a essere imprenditori implica il possesso di capacità argomentative davanti agli uomini di azienda. Un “fake”, per quanto di metallo prezioso, non è di per sé argomento convincente.
Dobbiamo saper dimostrare che la creatività è utile e genera valore se vogliamo migliorare la comunicazione italiana.
È una battaglia ambiziosa e per niente facile. Ma mi “titilla” infinitamente più di una battaglia per definire ed eliminare i fake.
È fondamentale (strategico) battersi perché quelle che consideriamo grandi idee possano dimostrare il loro valore.
Da questo punto di vista, il “fake” è il rifugio di chi ha perso o non combattuto questa battaglia.

Al tempo stesso mi piacerebbe molto vedere 60 progetti italiani in shortlist a Cannes. E non mi farei domande, in quel caso, se siano fake o no. Anzi auspicherei una collaborazione in tal senso tra tutti i soci Adci. Cannes è una vetrina internazionale. È il festival mondiale della creatività. Non sarebbe male se aziende di altri paesi pensassero di poter acquistare idee e capacità strategiche da creativi italiani. Anziché in Argentina o in UK.

Tutto molto bello, ma non divagare. Ci sono dei lavori entrati in shortlist che sembrano essere quello che con la tua personale definizione indichi come fake?
Sì. Ce ne sono. Circa una dozzina complessivamente. Ma potrei sbagliarmi. Potrebbero non essere fake nemmeno per quella che è la mia personale e più restrittiva definizione personale.
Inoltre, per l’attuale CFE, non sono fake i lavori usciti almeno una volta e approvati dal committente:
“una singola uscita mediatica, approvata dal committente e pianificata su un mezzo coerente con il target e con gli obiettivi di comunicazione, costituisce la condizione minima e sufficiente per l’iscrizione agli ADCI Awards”.
Premiamo le idee, non l’entità delle pianificazioni.
Ovviamente mi piacerebbe vedere le idee migliori supportate dai budget più importanti. Come succede in altre parti del mondo.
Non sono il solo a considerare inguardabile, stupida, e spesso “cognitivamente inquinante” gran parte della attuale pubblicità. E non è un problema di soldi. Non c’entra la crisi economica.

Cosa state facendo per accertarvi che gli annunci entrati in shortlist nella sezione stampa&affissione abbiano i requisiti minini per restarci?
Quello che prevede l’attuale CFE.
“L’effettiva pianificazione dei lavori, l’approvazione del committente, l’assenza di plagio e la rispondenza tra quanto iscritto e quanto pubblicato potranno essere accertate, da quando si chiudono le iscrizioni e fino alla data di assegnazione dei premi compresa, con la richiesta di giustificativi, fatture o quanto altro sia ritenuto necessario per convalidare la selezione o il premio.”

Cosa intendete fare in concreto per ridurre il fenomeno degli annunci fake?
L’attuale cfe offre già dei margini di intervento. Nel prossimo introdurremo ulteriori miglioramenti.
Al di là di quello che io possa pensare personalmente dei “fake”, riterrei comunque una follia investire tempo ed energie per sconfiggere il sintomo di una patologia ben più complessa.
Mi sentirei come il medico incompetente che, davanti al paziente affetto da una grave forma di insufficienza epatica e renale, perdesse tempo a curare i brufoli sulle natiche. Sintomo sicuramente antiestetico, ma destinato a sparire con il rispristino delle funzioni compromesse. Un cadavere privo di brufoli è pur sempre un paziente morto.
Non ho nemmeno voglia di fare il poliziotto o il pubblico ministero. Non perché eviti le battaglie. Quando l’anno scorso ci fu da difendere il diritto a ritirare il premio di tre ragazzi che non erano nemmeno soci Adci non mi tirai indietro, nemmeno davanti alle assurde minacce legali.

Hai subito ricatti o pressioni poco lecite da parte di creativi di peso o agenzie importanti nel controlli che state conducendo per la sezione stampa&affissione?
No. Nessuno mi ha chiamato, scritto o chiesto un incontro per parlarmi dell’argomento.

Avrete il coraggio di togliere dalla shortlist i lavori di agenzie importanti?
Io non parlerei di coraggio. Trovo fuori luogo l’utilizzo di questo termine in un frangente del genere. Elimineremo eventualmente i lavori per i quali non ci è stata fornita la semplice documentazione richiesta. Senza drammi, ritengo. Chi partecipa agli Adci Awards ne accetta implicitamente il regolamento.

Quando fornirete la shorlist definitiva della sezione stampa&affissione?
Abbiamo esaminato tutti i casi e la documentazione fornitaci dalle agenzie. In un paio di situazioni abbiamo chiesto alle agenzie dei chiarimenti. All’interno del Consiglio Direttivo Adci sono ancora in corso alcune discussioni (talvolta accese ma sempre corrette). Saremo pronti entro il 7 giugno.
La cerimonia di premiazione si terrà il 14 giugno e per la call for entries avremmo comunque tempo sino a quel giorno.


33 Replies

Esperimento mentale su verità, finzione e creatività

Facciamo due ipotesi. Lo scenario 1 è il peggiore; lo scenario 2 è il migliore.

Scenario 1

I creativi dell’agenzia A concepiscono un annuncio stampa che sembra perfetto per vincere un premio. Realizzano l’esecutivo e chiedono se il cliente, gentilmente, permette loro di far uscire la campagna a spese dell’agenzia con una singola uscita necessaria per iscrivere il lavoro al premio preferito. L’annuncio viene iscritto e vince un bronzo.

Scenario 2

I creativi dell’agenzia B ricevono un brief da un cliente. Realizzano il consueto ventaglio di proposte e dalla presentazione interna emergono 3 proposte da presentare al cliente. Il cliente le valuta e chiede altre proposte. L’agenzia presenta altre 3 proposte, che vengono nuovamente bocciate, anche se sembra individuata una strada promettente. Alla terza presentazione, l’agenzia presenta ulteriori 3 proposte, di cui ne viene approvata una, sia pure con numerose modifiche, oggetto di altre due presentazioni di rifinitura. Totale: 9 proposte differenti. L’annuncio finale esce su diversi media, come pianificato, e viene iscritto a un premio. Vince un bronzo.

Domande:

1. Creativamente, sono stati più bravi i creativi dell’agenzia A o quelli dell’agenzia B?

2. Nel caso dello scenario 2, è stata brava l’agenzia che ha realizzato 9 proposte senza sapere quale sarebbe stata approvata, oppure è stato bravo il cliente che, fra 9 proposte (di cui 8 sbagliate o insoddisfacenti) ha scelto quella che poi ha vinto il premio?


28 Replies

Fake adv e fake fan nei social network: a chi servono davvero?

Mentre il mondo dell’advertising italiano si interroga sul fenomeno delle finte campagne pubblicitarie – i famosi fake, o scum come dicono all’estero – è di questi giorni la denuncia di Marco Camisani Calzolari, esperto e docente di linguaggi digitali, sui finti fan presenti nelle pagine Facebook e nei profili Twitter di brand italiani e internazionali.
Camisani Calzolari sulla sua pagina Facebook (notizia poi ripresa dalle maggiori testate italiane) sostiene che: “L’80% dei fan delle aziende italiane è fasullo”. Secondo me esagera. Non posso pensare che il lavoro di tanti operatori del digitale sia un fake e il fenomeno così diffuso, come non posso pensare che la maggior parte delle campagne iscritte ai vari Awards siano fasulle o create ad hoc.

Ma torniamo alla notizia. Camisani Calzolari ha comprato con facilità – e allo scopo di indagine come spiega – per 20 dollari 50 mila (finti) fan su Twitter (passando da 4.000 a 58.000 in pochi giorni) e con altri 30 6 mila like sulla sua pagina Facebook.
I siti che offrono fan a basso costo sono davvero tanti, tra i più noti ci sono Seoclerks, Letusfollow e Growfollowers ma anche offerte speciali su EBay dove è possibile comprare fan da sgamati operatori di paesi del terzo mondo, dove 20 dollari significano lo stipendio di una settimana di un’operaio specializzato. Ma ci sono anche i fake fan creati dai bot (i programmi che generano profili falsi) che costano ancora meno.

Ma perchè associare due tipi di attività così apparentemente diverse come quella dei fake in advertising e dei finti fan nei social network?
Perchè gli stimoli che ne sono all’origine sono in realtà simili, perchè si basano sull’esigenza di ottenere risultati a qualsiasi costo, un po’ come i voti comprati alle elezioni, ma questa è un’altra storia. Entrambe le attività fanno leva sulle esigenze di ottenere risultati richiesti dagli azionisti – nel caso delle Agenzie Pubblicitarie e dei loro Direttori Creativi – o dal board aziendale nel caso dei marketing manager.

Come sa chi ha frequentato agenzie appartenenti a network internazionali, i premi sono necessari per migliorare il ranking dell’agenzia nel Gunn Report e mettere tranquilli azionisti e banche. Ovviamente non è solo questione di premi – anche i profitti sono importanti – ma di sicuro aiuta: soprattutto a mantenere il posto di chi ha gli obiettivi misurati in ori, argenti, bronzi e shortlist. Quindi, può capitare che si tenti la strada più breve per conquistare metalli preziosi e con i fake molti sostengono sia il modo più facile.

Può anche essere vero: se puoi fare quello che vuoi, se puoi osare più di quello che ti concede la routine, se puoi fregartene del target al quale è destinato il prodotto, la strada potrebbe diventare davvero in discesa. Se non si devono ottenere risultati con reali consumatori ma solo con chi fa lo stesso mestiere – come i membri delle giurie dei vari Awards – si può fare a meno di studiare le inclinazioni di un target specifico di consumatori/utenti e fare risultato con un target che si conosce benissimo, perchè uguale a loro. Un po’ come se chiedessero a mia mamma di realizzare per la mia cena di compleanno il mio menu preferito.

.

Ma torniamo al digitale. Come succede nelle Agenzie di Adv – dove un fake premiato può rappresentare il successo anzichè la morte professionale di un intero reparto o di un DC -  il numero dei fan nei social network rappresenta il KPI settimanale o mensile che un marketing manager deve ottenere per soddisfare le richieste dei suoi superiori. E la via per ottenerli potrebbe sembrare davvero a portata di mano, ma se ci pensiamo bene si ottiene solo un dato utile a fare bella figura con il capo.

Contano i numeri rispetto al reale engagement dei consumatori?
E la quantità in confronto alla qualità?
Davvero ci interessano false persone che poi non consumano, non interagiscono, non consigliano, non partecipano?

La risposta è scontata. Non è utile ai brand che permettono campagne di adv tradizionale che non vendono nulla. Non è utile a quelli che nel digitale preferiscono persone false al posto di quelle vere.  Ma neanche ai professionisti che vedono mettere in cattiva luce il lavoro che svolgono tutti i giorni per trovare idee che riescano a coinvolgere veri fan, veri follower e veri consumatori.

Dopo il calcio drogato dalle scommesse, il doping di atleti olimpionici, gli sms acquistati in blocco nei call center per vincere Sanremo, avevamo bisogno anche del mercato nero dei fan dei social network? Secondo me no, voi che ne pensate?

 


Leave a reply

Ocse: Italia in coda per la qualità della vita.

La ‘dolce vita’ non e’ piu’ di casa in Italia. Per lo meno in base all’Indice sul Benessere sviluppato dall’Ocse che vede la Penisola al 22esimo posto su 36 paesi in una classifica capeggiata dall’Australia, davanti a Norvegia, Stati Uniti, e Svezia, mentre i fanalini di coda sono Turchia e Messico. L’indicatore, lanciato lo scorso anno, si propone di andare oltre la freddezza dei numeri del Pil (che gia’ segnalano le
criticita’ del Belpaese) per misurare la qualita’ della vita sulla base di 11 ingredienti, che vanno dall’istruzione all’ambiente, dal reddito all’occupazione, dalla sicurezza alla salute, fino ad arrivare alla ‘soddisfazione sulla propria vita’ e all’equilibrio lavoro-famiglia. Un’equazione con tante variabili che gli italiani hanno difficolta’ a risolvere.

In base allo studio, l’Italia ha un reddito medio leggermente superiore alla media dei Paesi industrializzati (23.917 dollari l’anno contro 22.387), che la pone all’11esimo posto della classifica, “ma c’e’ un considerevole divario tra i piu’ ricchi e i piu’ poveri. Il 20% della popolazione piu’ benestante guadagna cinque volte piu’ del 20% piu’ povero”. Il capitolo ‘lavoro’ vede l’Italia scivolare al 23esimo posto, anche a causa del tasso di occupazione (57% complessivo, ma solo il 46% per le donne), il terzultimo tra i 34 Paesi Ocse piu’ Russia e Brasile, cosi’come e’ piu’ alto della media il tasso di disoccupazione di lungo termine (4,1% contro 3%).

Sotto la media i guadagni medi che ammontano a 32.404 dollari (contro 34.033 dollari). L’equilibrio tra lavoro (1.778 ore all’anno) e vita personale e’ uno dei capitoli piu’ controversi, e dolenti per le donne, pur figurando l’Italia al 15esimo posto. Mentre gli uomini del Belpaese dedicano 103 minuti al giorno per la cura della casa o la cucina (30 in meno della media Ocse) e meno di un terzo rispetto alle donne che arrivano a 326 minuti di lavoro domestico. Una delle differenze piu’ alte tra i Paesi industrializzati, certifica l’Ocse. Gli uomini passano piu’ tempo al lavoro (retribuito): il 9% fa gli straordinari contro il 2% delle donne. L’Organizzazione sottolinea che l’Italia e’ sotto la media per tre
indicatori-chiave: il tasso di occupazione femminile, il tasso di fertilita’ (1,4 figli per donna) e la poverta’
infantile. Di fatto “le donne devono scegliere tra il lavoro e la maternita’”.

Scontenti per l’ambiente e poco soddisfatti in generale

Nella Penisola, il 24% delle donne nate nel 1965 non ha avuto figli contro il 10% delle francesi. Il Paese spende solo l’1,4% del Pil per le famiglie con figli contro il 2,2% della media Ocse. Per l’istruzione, l’Italia e’ 28esima, sia per le non brillanti performance dei liceali della Penisola nei test di matematica e lingua italiana, sia per la bassa percentuale di diplomati di scuola superiore (54% contro la media Ocse del 74%). Quanto al fattore ‘casa’,le famiglie spendono il 23% del reddito disponibile per avere un tetto sopra la testa contro la media Ocse del 22%, ma il 92% e’ soddisfatto della propria situazione abitativa (87% Ocse).

La ‘vita di collettivita” non eccelle: solo 2 minuti al giorno di volontariato (contro i 4 minuti Ocse) e solo il 34% riferisce di avere aiutato uno sconosciuto nell’ultimo mese (“una delle percentuali piu’ basse dell’Ocse”). Il 91% pero’ ritiene di avere qualcuno a cui fare affidamento in caso di necessita’, in linea con la media dei Paesi industrializzati. Per ‘impegno civile’ l’Italia e’ 21esima: solo il 49% dei cittadini ha fiducia nelle istituzioni politiche contro il 56% della media Ocse, ma la partecipazione alle elezioni e’ elevata (81% contro 73%).

Nel settore ‘salute’, l’Italia e’ piazzata discretamente (11esimo posto) grazie alla longevita’ (82 anni, 2 in piu’ della media). La spesa e’ pari al 9,5% del Pil (contro 9,6% Ocse), pari a 2.870 dollari per persona (3.060 dollari). Il tasso medio di obesita’ e’ basso nel complesso, ma e’ tra i piu’ alti dell’Ocse per i bambini (uno su tre e’ sovrappeso). Il 67% degli italiani si ritiene in buona salute contro il 70% Ocse. Il capitolo ‘ambiente’ relega la Penisola al 26esimo posto: ben il 33% degli italiani ritiene di non avere accesso a spazi verdi contro il 12% Ocse (oltre ad essere il livello di insoddisfazione piu’ alto tra i Paesi europei), l’aria e’ piu’ inquinata della media Ocse e la soddisfazione per la qualita’ dell’acqua e’ minore (79% contro 84%).

Per sicurezza la Penisola e’ 23esima: meno omicidi della media Ocse (1% contro 2,1%), ma solo il 58% delle persone si sente al sicuro camminando da sola di notte (contro il 67%).

Tirando le somme, per la generale ‘soddisfazione per la vita’, l’Italia e’ 26esima. Il voto che gli italiani danno in proposito alla propria esistenza e’ di poco superiore alla sufficienza, cioe’ il 6,1 in una scala fino a 10, contro il 6,7 medio. La differenza non e’ tanto tra uomini (6,1) e donne (6), quanto tra ricchi e poveri: 6,4 per i primi e 5,6 per i secondi. Per la cronaca la palma dei piu’ soddisfattidella propria vita nell’Ocse va ai danesi, che sono anche primi nel conciliare lavoro e vita personale.
(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Milano, 22 mag


5 Replies

Stare seduti uccide

Gli svantaggi e i pericoli di stare seduti per lunghi periodi e troppo a lungo nel corso della giornata. Fra l’altro, alzarsi, fare due passi, muoversi, fare esercizio fisico ossigena meglio il cervello e stimola la creatività. Compreso uscire venti minuti dall’agenzia e fare il giro dell’isolato.
Sitting is Killing You


10 Replies

La vie en rosé (Edit PIAF)


Una proposta italiana è entrata tra i 6 finalisti del contest Slogan for Prague, grazie a Daniele Ravenna e Felix Humm. Ce lo racconta lo stesso Ravenna, in un irripetibile cocktail che mixa birra e rosé con un tocco di Gemmarah (credo).

 

Dài, proviamoci: un pomeriggio nello studio di Felix Humm, pungolati dall’idea che i vincitori andranno a Praga a spese della città (e avranno in premio 2000 euro). Ce li berremo tutti in birra. Il contest è per un nuovo slogan che identifichi la città; sarà scelto dalla giuria internazionale di creativi del PIAF – Prague International Advertising Festival. Non sarà facile come Mad for Madrid o I’msterdam. Tra gli insight: storia, cultura, fascino esoterico della capitale mitteleuropea. Chissà in quanti parteciperanno, ma tentare non costa niente, e poi quelle birre…

Passa qualche bicchiere (di vino, siamo ancora a Milano) e scommettiamo sullo slogan !T’S MAGIC! Che banalità, per di più è una parola del brief; va bene che si deve capire a Hong Kong, in Corea, in Paraguay, però…

Praga è anche la città cabbalistica della creazione del Golem, il gigante di argilla creato misteriosamente nella leggenda, usando lettere dell’alfabeto ebraico. E in questa lingua antica Golem ha poi preso anche il significato di “robot”, una parola creata proprio dalla letteratura ceca del Novecento.
Così proviamo a contaminare lo slogan, che Felix ha felicemente composto nel typeface Didot Bold, sostituendo il puntino sulla “i” di Magic con la lettera “yod”, che in ebraico suona “i”. Che coincidenza: tra l’altro, yod è la lettera della creazione che ne genera altre (la più famosa “aleph” è una linea obliqua da destra verso sinistra con due yod incorporate; una è invertita e forma la base della lettera).
Funzionerà una yod messa come un puntino sulla i? Dopo tutto l’essenza delle cose non sta forse nel piccolo, non si nasconde nei particolari?

Quasi. Infatti la giuria ha scelto lo slogan Dear Prague,.. proposto da Jakub Vysloužil di Hradce Králové; noi siamo una delle 5 entries finaliste (Italia, Olanda,Ungheria, Repubblica Ceca, Portogallo), scelte su 252.
„We agreed with the Prague City Hall to hand over all entries to the City. If any of the entries were interesting to them, they can contact the author and begin a cooperation. Our competition is not binding for the City of Prague in any way,“ Marek Hlavica, managing director, PIAF.

La birra, il rosé; al Bar Magenta c’è tutto. Ci eravamo dimenticati che il contest si rivolgeva particolarmente ai giovani, come i giovani leoni. E le vecchie volpi?

(Daniele Ravenna )


1 Reply

Goodfellas. Quei bravi ragazzi italiani che vanno a Cannes.

Sono anni che si sente ripetere il refrain: “dovremmo andare ai Cannes Lions uniti come una squadra, così come fanno gli argentini o i brasiliani…” Bene, quest’anno ci proviamo. Data la crisi forse non è l’anno migliore per mietere successi sulla Croisette, ma può essere l’anno buono per iniziare a fare spirito di squadra.

Come Adci abbiamo quindi deciso di far partire il progetto Goodfellas.

La prima attività di Goodfellas è un incontro fissato per mercoledì prossimo, 23 maggio, alle ore 19 in Accademia di Comunicazione. Abbiamo invitato i giurati dell’anno scorso (Bertelli e Del Pizzo) e quelli di quest’anno (Bernardi, Boscacci e Bertini). Lo scopo è quello di trasmettere conoscenze per far arrivare i nostri nuovi giurati preprarati al Festival.

Per preparati intendiamo due cose: consapevoli di come si svolgeranno le giurie ma anche a conoscenza dei progetti iscritti dagli italiani. Per questo motivo invito tutti coloro che hanno iscritto progetti ai Cannes Lions di partecipare.

Inoltre abbiamo aperto su Facebook un gruppo chiuso che si chiama appunto Goodfellas. Perché un gruppo su Facebook? Semplicemente perché è il modo migliore per condividere i lavori iscritti: lì si possono caricare foto, immagini, video e quindi i lavori iscritti.

Chi vuole ulteriori notizie sull’iniziativa Goodfellas può scrivere a maurizio.ratti@adci.it.

E chi ha iscritto lavori nella categoria PR è invitato a segnalarcelo con una certa urgenza perché il giurato di riferimento ha bisogno conoscerli entro venerdì.


5 Replies

Scusate, non vorrei parlare di cose volgari.

Un post di venerdì scorso, nato a seguito della discussione sui “fake”, ha prodotto un commento che forse è sfuggito, nel suo essere apparentemente off-topic. Lo ripropongo in home page. L’autore è Bruno Banone.

Una volta si diceva che un’idea vale il budget che il cliente è disposto a metterci su: se il budget era grosso, in proporzione si traduceva in ricchi stipendi, bonus e benefit. Se era piccolo, toccava lavorare di più per prendere altri budget, oppure niente bonus e benefit. Punto.

I premi erano solo il check-up annuale sullo stato dell’arte e coinvolgevano in prima persona solo quei creativi bravi che guadagnavano un lauto stipendio, non solo perché avevano belle idee, ma soprattutto perché erano anche bravi a convincere il Cliente che le loro idee erano eccellenti, che gli avrebbero fatto guadagnare tanti soldi e che quindi valeva la pena investirci su.

Le agenzie corteggiavano quelle aziende che credevano nelle idee così tanto da scommetterci budget importanti e facevano a gara ad accaparrarsi i creativi che firmavano le campagne più di successo e che godevano di prestigio e credibilità professionale presso i Clienti (successo di mercato intendo, i premi se mai erano una conseguenza).

Allora, le agenzie, oltre a riconoscere ai creativi 14 mensilità, più liquidazione, benefit di varia natura e bonus a Natale, e qualche volta anche a Luglio, avanzavano ancora soldi per mandarli una settimana all’anno al Martinez a misurarselo con i colleghi. Fatti loro.

I creativi e i clienti sapevano che il buon lavoro e le idee valgono oro
e sapevano che va pagato bene, perché le buone idee non crescono sugli alberi. Inoltre, i creativi veri andavano di persona a vendere le loro idee, sapevano presentarle difenderle e venderle dentro e fuori l’agenzia. E i clienti sapevano riconoscerle. E infine, ad ogni buona idea piazzata cresceva il prestigio del bravo creativo. Poi certo, arrivavano i premi, ma era un di cui.

Come pare volgare oggi parlare di stipendi interessanti, benefit e bonus e di successo di mercato. In effetti pare roba che ai creativi fa un po’ schifo. Le agenzie e i clienti infatti per delicatezza evitano di parlargliene. Lo sanno anche loro: son ragazzi, si divertono e sono interessati solo i premi. In effetti, osservo che meno soldi il cliente investe su un’idea, più i creativi la trovano fica. Se poi devono chiedere il permesso per farla uscire e pagano tutto loro, deve per forza essere da premio.

Oggi i creativi sono disposti a lavorare a progetto, in stage o gratis, a sopportare di essere pagati poco per produrre tonnellate di lavoro un tanto al chilo. Sono così assuefatti ad essere stuprati mentre guardano da un’altra parte, che sono anni che assistono ai licenziamenti di massa riuscendo a far finta di nulla. D’altronde sarebbe volgare parlarne. L’importante è riuscire a fare una bella paginetta.
Fake, ma bella.

Io penso che appassionarsi e divertirsi nel lavoro sia davvero ok, ma forse se un’idea vale così poco da diventare un mero giochino di società tra creativi, disposti a lavorarci pure gratis, o a riversarne a fiumi su Zooppa o in gare “pay peanuts”, probabilmente si tratta di altro: sapete che poi si diventa ciechi, vero?

Se le idee valgono così poco e si è disposti a pagare per farle uscire, allora non c’è
che da ringraziare il cliente che ce ne chiede a chili ad ogni presentazione: tanto ormai lo sanno anche loro che abbiamo un sacco di fantasia e ci vengono così, per divertimento.

Forse è il caso di tornare a parlare i solide strategie, di effettivi insight, di idee vere, della nostra dignità e del valore che le aziende danno alla nostra professione, misurandosi con il primo segno tangible che nel mondo reale lo dimostra:
il budget che il cliente è disposto a metterci sopra.

Ma scusate, non vorrei parlare di cose volgari che non ci interessano e che ci mandano off topic. Continuiamo pure a parlare di fake.

Sulla questione dei fake, darò anch’io il mio apporto. Secondo me basterebbe creare una sezione nell’Annual chiamata ADCI LAB o ADCI COUTURE o vedete voi di trovare un nome che piace, nel caso chiamiamo un freelance.

In questa sezione finirebbero tutti i lavori usciti, anche una volta sola, anche a spese dell’agenzia ma con il permesso del Cliente. Basterà presentarli con allegati fattura di acquisto dell’effettiva uscita su un media e lettera di autorizzazione del Cliente. Poi via libera ai premi. Sarebbe una sezione dedicata dichiaratamente alla sperimentazione estrema, come si fa da sempre con i prototipi di auto o con l’haute couture nella moda. Nessuna macchia.

Questa sezione dovrebbe servire per fare il punto coinvolgendo in una tavola rotonda Clienti e Istituti di Ricerca per discutere sul gap tra le possibilità creative e strategiche del loro brand e la realtà del mercato, spiegando, motivando, ipotizzando strategie innovative, simulazioni di mercato, cercando stabilire un dialogo professionale, soprattutto ascoltando e cercando di capire qual è la chiave per entrare in relazione con la necessità e la forma mentis delle aziende, riportando un po’ per volta il focus sul concetto che le buone idee non sono solo belle da vedere, ma possono creare un mucchio di soldi. Mi fermo qui, non vorrei essere troppo volgare.


Leave a reply

Rewind – shortlist nella sezione studenti agli Adci Awards 2012

Cliccate qui se volete vedere il video “Rewind”, shortlisted nella sezione studenti agli Adci Award 2012.
Vi segnalo anche la video intervista agli autori, tutti studenti Accademia al momento di progettare e realizzare questo lavoro.

Luca Gallina, oltre a specificarmi di non essere più studente ha aggiunto:

non voglio smettere di imparare. La felicità è un percorso obliquo, un flusso costante che tiene la nostra mente impegnata fino al raggiungimento di un obiettivo. È per questo che sento il bisogno di non adagiarmi, di provare nuove esperienze in nuovi paesi, in California o in Brasile magari, per migliorare il mio inglese posticcio e arricchirmi di altre culture, di modi di pensare diversi.
Ci vuole coraggio, determinazione e credo un po’ di fortuna: spero in futuro di potervi raccontare di averli trovati tutte e tre.