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Consigli per Giovani Leoni.

 

Mancano poco più di due settimane al momento in cui i professionisti under 28 (compreso), si sfideranno nei nuovi Giovani Leoni.

Il 17 marzo alle ore 9:00 sul sito giovanileoni.it verranno diffusi i 4 brief: Stampa, Film, Digital e Design. Da quel momento, che siano 24 o 48 ore, dovrete dare il meglio di voi. Il regolamento lo potete trovare qui.

Qui invece qualche consiglio a tutti i partecipanti:

Non siete in agenzia.
Qui non ci sono direttori creativi da conquistare, o clienti da adulare, o richieste banali da soddisfare. Dimenticatevi qualsiasi dinamica di agenzia, affidatevi alla vostra creatività cercando comunque di non andare fuori brief.

Non fatevi aiutare da esterni.
Non solo per una questione di rispetto delle regole e degli altri partecipanti. Qui non si tratta di una gara d’agenzia o di risolvere un brief con mestiere. La furbizia, l’astuzia, l’esperienza dei direttori creativi o dei professionisti più anziani non è detto che sia utile in questo caso, anzi. Qui si premiano la freschezza delle idee, quel pizzico di incoscienza e di novità che sono presenti più nei giovani che nei rispettabilissimi direttori creativi.

Una e subito.
Ogni coppia potrà presentare solo una soluzione creativa. Per cui una volta individuata concentrate tutte le energie solo su di essa e su come migliorarla. Sacrificate tutto il resto del brainstorming senza paura e senza rimpianti. Non cercate compromessi e non lavorate su due idee contemporaneamente, sarebbe solo uno spreco di energie.

Non aspettate le 8:55
I tempi sono strettissimi, ma non aspettate l’ultimo secondo per mandare la vostra idea. Appena ne siete soddisfatti inviatela all’indirizzo del concorso. Questa nuova formula è nuova per tutti, anche per gli organizzatori. Se tutti mandassero le loro proposte negli ultimi 5 minuti disponibili potrebbero generarsi problemi di sovraccarico o simili che sarebbe meglio evitare. Non ci saranno proroghe sulla scadenza, neanche di qualche minuto, quindi non dovrebbe essere bello per chi partecipa non riuscire a inviare la propria proposta perché il sistema è intasato.  Mentre facendolo con una o due ore di anticipo ci sarebbe tutto il tempo per far fronte alle diverse problematiche.

 

Come ultima cosa qui ci sono tutte le campagne (vincitrici e non) realizzate durante la Cannes  Young Lions Competition degli ultimi anni, di sicuro vi tornerà utile per capire quale possa essere il metro di giudizio e la qualità dei lavori.

 CANNES YOUNG LIONS PAST WINNERS

Ora non resta che aspettare le 9:00 del 17 marzo.
In bocca al lupo. O al leone.


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“Il buon lavoro costruisce e fa crescere un brand” – Adci Awards: Serena Di Bruno e la sua Giuria.

Oggi tocca a Serena Di Bruno (Presidente Stampa & Affissione ADCI Awards 2012)  presentarci la sua Giuria che esaminerà i lavori iscritti nella sezione Stampa & Affissione degli Adci Awards. Ricordo che il termine di iscrizione è stato prorogato sino all’otto marzo.

Da chi è composta la tua giuria e con quale criterio/i hai scelto la tua squadra?

I componenti della mia giuria sono:
Selmi Barissever
Stefano Rosselli
Francesco Guerrera
Luca Albanese
Bruno Vohwinkel
Luca Pannese
Gaetano Del Pizzo
Valerio Le Moli
Paolo Cesano
Cristiana Boccassini.

Ho scelto delle persone che stimo e che sento affini professionalmente e con le quali sono sicura di riuscire a creare un clima di costruttivo dialogo durante le votazioni che sono, come si sa, spesso molto animate.
Inoltre conosco personalmente la maggior parte di loro e quindi c’e’ anche una profonda stima personale.
Ho comunque cercato di rappresentare più agenzie possibili e di fare un gruppo variegato per età e ruoli.

Quali indicazioni darai ai componenti della tua giuria nel valutare i lavori iscritti?
Abbiamo tracciato con gli altri presidenti e con Vicky Gitto delle linee guida. Comunque in generale la mia indicazione principale sarà di usare il buonsenso.
Un buonsenso che porti a non escludere case history importanti per il nostro mercato e che assegni i metalli, se ce ne saranno, a dei lavori davvero rilevanti. Ricordandoci sempre che siamo alle giurie dell’Adci Italiano e non di un premio internazionale e che l’annual deve premiare chi ha fatto un ottimo lavoro considerando anche il momento storico che stiamo vivendo e il punto di partenza del brand in questione.

 

Perché hai accettato di fare il Presidente di giuria?

Perché lo ritengo un onore.

 

Perché i creativi dovrebbero iscrivere i lavori agli ADCI Awards?

Perché ancora mi ricordo con grande emozione la prima volta che ho avuto l’onore di essere pubblicata.
Perché questo lavoro diventa ogni giorno più difficile e ricevere un riconoscimento per il frutto delle proprie fatiche è impagabile.
Perché è un modo per mettersi in gioco e tirare le somme di un anno.
Ma soprattutto perché vincere un premio è una buona pubblicità. E non è questo che facciamo?


In un momento di crisi come questo perché è secondo te importante battersi per la qualità dei lavori?

Bisogna sempre battersi per la qualità dei lavori e tenere alta l’asticella, ancor di più in questo momento storico in cui l’ansia rischia spesso di prendere il sopravvento. Il buon lavoro costruisce e fa crescere un brand, quindi meglio fare anche solo dei piccoli passi in avanti, che fare dei passi indietro. Bisogna lottare, tenere duro ed essere i primi a credere nel nostro lavoro e nel valore della creatività.


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Il primo corto di Giuliano Garonzi (per Nike)

Vi segnalo il debutto alla regia live action di Giuliano Garonzi, con questo corto realizzato per Nike e nel quale ha diretto Enzo G. Castellari e Kobe Bryant. Ne ho approfittato anche per fargli qualche domanda sulla sua esperienza in Svezia.

Nike Sporstwear – Milano Kalibro Kobe, di Giuliano Garonzi.

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Da quanto tempo sei in Svezia? E come ti è venuto in mente di andarci?

Sono in Svezia dall’agosto del 2010. Mia moglie è di qui e dopo 10 anni passati insieme in Italia abbiamo pensato di prenderci una pausa e tornare nel suo paese. Lei per perfezionare la sua professione all’università (è la producer del mio studio nonché una consulente di comunicazione con grande esperienza nella moda e nel design), io per respirare per un breve periodo un’aria diversa. Due giorni prima di partire, mentre impacchettavamo la macchina abbiamo scoperto di avere un bimbo in arrivo. Siamo partiti senza sapere quando e se saremmo mai tornati. Viktor è nato il 16 aprile del 2011 e siamo ancora qui, con nessuna voglia di tornare indietro. Sempre lo scorso aprile ho aperto qui il mio studio. Non ho voluto un nome e nemmeno un’etichetta. Si chiama come me ed è il mio studio.
All’interno ci faccio tutto ciò che so fare: film, animazione, design, alfabeti, fotografia, scultura.

Successo è una parola antipatica da utilizzare, ma i risultati che sei riuscito a ottenere sino a oggi mi portano a chiederti: che requisiti deve avere un creativo italiano per porsi l’obiettivo di fare un percorso analogo al tuo all’estero?

Dustin Hoffman dice di amare ciò che fai, di lavorare duro e di non precoccuparti degli errori che commetterai nel farlo. Per me non importa ciò di cui mi occupo. I miei clienti mi scelgono per l’amore che permea ogni mio progetto. Sono uno che ha scelto di faticare, di non avere dipendenti. Quando qualcuno mi commissiona un progetto, questi deve avere l’assoluta certezza che quel lavoro verrà concepito e realizzato da me. Di giorno, di notte, il sabato o la domenica.

Che consigli daresti a un giovane (per istat sono giovani sino a 35 anni) che voglia provare un’avventura all’estero?

Oggi per riuscire all’estero bisogna avere coraggio, dimenticarsi la paura, fregarsene della conoscenza delle lingue che tanto ci preoccupa nei curriculum. Molti di noi hanno paura del confrontarsi con i creativi degli altri paesi. Guardano il proprio portfolio e pensano di non valere nulla. Ciò che ci vende non sono i nostri lavori ma la nostra conoscenza, la nostra parola, i nostri occhi pieni di coraggio, la nostra paura di niente.

Facciamo anche dei nomi: c’è qualche creativo italiano che secondo te avrebbe le caratteristiche per provare un’esperienza oltre i nostri asfittici confini?

Mauro Gatti è secondo me un genio che meriterebbe un’esposizione maggiore. Siamo amici e so che prima o poi lascerà l’Italia, con sua moglie e i suoi 3 amati cani.
Andrea Manzati, illustratore fantastico che ho avuto la fortuna di avere al mio fianco quando Happycentro era ancora una cosa mia. Oggi fa il freelancer (qui il suo sito), è umile quanto basta ma infinitamente talentuoso.


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“Più premiamo, meno valgono i premi” – Adci Awards: Mauro Manieri e la sua Giuria.

Mauro Manieri presidente sezione Social e Radio Adci Award 2012

Come ogni anno abbiamo prorogato la scadenza degli Adci Award. Avete tempo sino all’otto marzo. A differenza degli anni passati abbiamo pensato di rivolgere alcune domande ai Presidenti delle Giurie.
Apre le danze Mauro Manieri, Presidente della Giuria che valuterà le campagne sociali e quelle radio.

Da chi è composta la tua giuria e con quale criterio/i hai scelto la tua squadra?

Non ho seguito un unico criterio. Ne ho seguiti un po’, tanto per rendermi la vita più complicata.
Criterio A. Pur essendo tra i creativi che vivono e lavorano Milano, ho sempre trovato strana la poca presenza di giurati di area torinese. Ne ho chiamati 3 sui 10 giurati di mia competenza.
Criterio B. Presiedo, oltre alla quella “sociale”, anche la giuria radio, solitamente sovrappopolata da copywriter. Ma davvero gli art director non sono in grado di giudicare una buona idea radio? Quelli con cui ho avuto la fortuna di lavorare, lo sono stati tutti. Ergo: 4 su 10 sono art director.
Criterio C. Adoro i network internazionali. Ci lavoro dentro da una vita. Ma la realtà dell’advertising italico è sempre più ricca di sigle che nascono localmente e si guadagnano col sudore della fronte il loro spazio. Ecco perché solo 3 giurati provengono da sigle internazionali.

Ed ecco la squadra (ne manca uno, ancora incerto): Alessandro Sabini, Giuseppe Mazza (sostituito da Francesco Simonetti), Michele Mariani, Michela Grasso, Paolo De Matteis, Stefano Volpi, Andrea Stanich, Sofia Ambrosini. A questi si aggiunge Daniele Dionisi.

Quali indicazioni darai ai componenti della tua giuria nel valutare i lavori iscritti?

Quelle del Call for entries e quelle di Vicky Gitto, presidente dell’annual 2012.
Più una sola mia: più premiamo, meno valgono i premi. Non regaleremo nemmeno un bronzetto a chi non se lo merita veramente. E niente metalli alle campagne per il vinaio compiacente sotto casa.


Perché hai accettato di fare il Presidente di giuria?

È quello che mi chiedo anch’io.

Perché i creativi dovrebbero iscrivere i lavori agli adci awards?

Per lo stesso motivo per cui un calciatore dovrebbe desiderare di vincere il campionato.

In un momento di crisi come questo perché è secondo te importante battersi per laqualità dei lavori?

Perché è proprio con la qualità che si esce dalla crisi.

Massimo Guastini chiede di condire queste mie risposte con cenni biografici a piacere. Cosa che, proprio per il vostro piacere, tenderei a risparmiarvi.
Chi però avesse un bisogno impellente di info sul mio conto, può andare su http://it.linkedin.com/in/mauromanieri per il mio cv, o su http://mauromanieri.blogspot.com per una raccolta non esaustiva delle puntate della mia vita professionale.


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Crowdsourcing utile, umano e creativo: Amazon Mechanical Turk.

Oggi, ricollegandomi anche al recente post di Paolo Guglielmoni sui Wiki Brands e sui progetti collettivi (qui), parlo su Partecipactive  di una piattaforma di crowdsourcing, dove l’intervento di ogni membro non solo è retribuito ma è fondamentale.

La piattaforma in oggetto, un Crowdsourcing Marketplace, si chiama Amazon Mechanical Turk ed è stata creata da Amazon inizialmente ad uso degli sviluppatori dell’omonimo sito di commercio elettronico per risolvere quesiti che non possono essere affidati a un computer e necessitano dell’intelligenza umana ma che poi è stata utilizzata anche per altri scopi. Come l’uso creativo che ne ha fatto Aaron Koblin (uno dei più grandi digital media artist al mondo) che è riuscito a creare con i membri del Marketplace di Amazon, grandi opere d’arte involontariamente collettive.

L’articolo è qui. Buona lettura.


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WikiBrands in Italia.

Wiki è la parola che più rappresenta questa fase del nuovo millennio. La fase veloce, partecipativa, cognitivamente collettiva. La partecipatività sta ridefinendo la nostra intelligenza, la nostra identità, il nostro modo di comunicare: anche in pubblicità.

Per questo è importante che un libro come WikiBrands, di Moffit e Dover, sia arrivato in Italia: segna un minestrone nella riflessione sul mestiere della comunicazione.

Leggetene la quarta di copertina e capirete:

Il brand continua a rappresentare un valore fondamentale per il business solo se saprà abbracciare pratiche di comunicazione realmente innovative, in una difficile transizione dall’immagine alla relazione. Con l’affacciarsi sul mercato di una nuova generazione di nativi digitali, col passaggio della maggior parte dell’informazione dalle mani delle aziende a quelle delle singole persone e con l’emergere di nuovi comportamenti culturali dettati dalle nuove tecnologie, il marketing si espone a una sfida epocale, individuando strategie basate sull’engagement con i consumatori, sulla collaborazione e persino sulla condivisione della proprietà del brand.

Wikibrand è una chiamata alle armi, una guida strategica e una road map verso il futuro. Un appello alle aziende a spostare l’attenzione da ciò che fanno (pubblicità, comunicazione, vendite) a come lo fanno (connessione, partecipazione, brand engagement).
Il libro, frutto degli studi di due tra i maggiori esperti mondiali di media e marketing, spiega come sfruttare i nuovi modelli di business, le tecnologie e le community di appassionati online, fornendo centinaia di esempi e testimonianze dirette di casi di successo.

Che lavoriate in un’azienda ormai consolidata o che siate alle presa con il lancio di una start up, questo libro saprà offrirvi numerosi spunti e suggerimenti:

  • come creare engagement con i consumatori attraverso il passaparola e i contenuti generati dagli utenti;
  • come generare un’esperienza condivisa di valutazioni, recensioni e cultura online;
  • come costruire una comunità mediante il microblogging e il crowdsourcing.
  • come stabilire una connessione veramente autentica e capace di creare valore.

Destinato a imprenditori e manager, ma anche ai responsabili di marketing e comunicazione che dovranno dirigere questo cambiamento, Wikibrands è uno strumento prezioso anche per gli esperti del digitale, gli studiosi di comunicazione e per chiunque sia interessato a capire come le aziende leader siano costantemente alla ricerca del coinvolgimento del proprio pubblico”.

E’ da diverso tempo che si parla di questo progetto. Sicuramente è da diverso tempo che parlo di questi argomenti con Matteo Righi, nelle serate ADCI (in realtà mista, reale e/o virtuale): discutendo su quanto sia cambiato lo scenario della creatività nel mondo, di quanto occorra ragionare in maniera “partecipativa” e tecnologica se si vogliono produrre idee davvero potenti e rilevanti per le persone. Soltanto idee concepite in questo modo possono davvero alimentare la conversazione, far parlare le persone, facendo parlare anche di sé.

Per questo, per entrambi è stato una piacevolissima sorpresa essere coinvolti, come autori di case history “partecipative” italiane, da Marco Lombardi, presidente Y&R e docente IULM, puntuale e appassionato curatore dell’edizione italiana del volume.

E visto che di “era della partecipazione” si parla, non fermatevi a questo post, ma leggetevi anche quello di Matteo Righi su Partecipactive, di Luca de Biase nel suo blog; e partecipate alla conversazione su twitter e su facebook.

 


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Halftime, too many times.

Senza giri di parole: lo spot Chrysler dell’ultimo SuperBowl mi ha disgustato.

Perché? -chiedete.

Rispondo in inglese:

It’s halftime.

Both teams are listening to a Madonna performance that sounds eerily similar to a Lady Gaga song they’ll hear 10 years from now.

It’s halftime in America too.

People are out of work and they’re hurting.

And they’re wondering where all their money went.

Well, $12.5 billion of it went to Chrysler. In the form of a bailout.

But it’s okay, because Chrysler is all-American.

Though technically 58.5% of Chrysler is owned by an Italian corporation.

And Chrysler manufactures many of it’s vehicles in Canada. And Mexico.

But I guess that doesn’t make for a great commercial.

Unlike polar bears. Or dogs. Or that digestive yogurt.

Yeah, Americans are hurting.

And their dollars are being used to bail out the chosen ones.

Instead of themselves.

What happened to freedom?

What happened to choice?

Yeah.

We need to guard them like Ben Roethlisberger’s friend guards a bathroom door.

Allegedly.

OK, ma perché inglese? -chiedete

Beh – rispondo – perché è il VO di un magnifico spoof che ha dato voce esattamente a ciò che mi frullava in testa, quando mi è venuta voglia di scrivere questo post per il blog ADCI.

Per cui, guardatevelo. E ridete, amaramente.

 


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ADCI Awards Novità CFE 2012: estesi eleggibilità dei lavori e termine di iscrizione. ULTIMA PROROGA

Ci sono importanti novità per la CFE degli ADCI Awards 2011: la nuova versione della Call for Entries 2012 può essere scaricata qui.

La novità più importante è l’estensione di un mese della data di uscita delle opere che possono essere iscritte:

Possono essere iscritti i lavori usciti nel periodo dal 1° Febbraio 2011 al 29 Febbraio 2012 (in precedenza il termine era il 31 gennaio 2012).

Oltre a questa ci sono altre piccole novità e correzioni. Chi ha già iscritto i suoi lavori può comunque stare tranquillo: non è necessario rifare tutta la procedura, eventuali correzioni verranno fatte d’ufficio. Si possono comunque iscrivere in aggiunta eventuali lavori in uscita durante questo mese di febbraio.

La data ultima per iscrivere i lavori resta il 29 febbraio 2012 viene aggiornata all’8 al 15 marzo 2012 perché diverse agenzie sono in ritardo . Per dubbi, esigenze particolari, problemi logistici, scrivere o telefonare qui.

Inoltre  possono essere iscritti tutti i lavori effettivamente pianificati in Italia, e realizzati in Italia da creativi di qualsiasi nazionalità, così come i lavori realizzati e pianificati in altri Paesi, ma realizzati con il concorso di almeno un creativo di nazionalità italiana, come scritto nel precedente post.


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Ius sanguinis vs. ius soli.

Se la “I” finale ha un senso, gli ADCI Awards dovrebbero rappresentare un premio alla creatività italiana, e il nostro Annual archiviarne il meglio per posteri e contemporanei, allineato sugli scaffali accanto a quello francese e tedesco e spagnolo. Ma in tempi di globalizzazione e di sacrosanta cross contamination, cosa vuol dire “creatività italiana”? Ci siamo posti il problema in Consiglio, nel definire le regole per la partecipazione al nostro premio (in realtà il problema era già emerso con almeno un paio di Consigli di cui ho fatto parte, ma ogni volta c’era qualche caso particolare che costringeva a nuove interpretazioni).

La decisione che ne è scaturita è un mix dei due principi giuridici dello “Ius sanguinis” e dello “Ius soli”, che ci è sembrata giusta e ragionevole. I creativi italiani potranno iscrivere agli ADCI Awards tutti i loro lavori, che siano stati pianificati in Italia o in altri Paesi. D’altra parte, ci è parso scontato che i creativi di qualunque nazionalità, nel momento in cui vivono e operano in Italia, partecipino alla definizione di una “creatività italiana”.

In conclusione, potranno essere iscritti tutti i lavori effettivamente pianificati in Italia, e realizzati in Italia da creativi di qualsiasi nazionalità, così come i lavori realizzati e pianificati in altri Paesi, ma realizzati con il concorso di almeno un creativo di nazionalità italiana.

In attesa di scioglierci nell’ADCM (Art Directors Club Mondiale), viva l’Italia. E soprattutto viva le belle idee.


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Behindsight. “Da TV a video, da Watch-Time a Screen-Time, da Youtube a YouTV?” #part2

#PARTE 2. (scusate il ritardo ma ci sono stati alcuni problemi tecnici ora tutti risolti)

A complicare ulteriormente il futuro della televisione, e indubbiamente artefice principale della sua crisi, ci si mette il fatto che la TV non è più l’unico schermo per i consumatori e che quindi il mercato offre delle alternative o complementi all’esperienza di consumo televisivo. Dall’altro lato della barricata troviamo un fenomeno che da 7 anni a questa parte sta letteralmente trasformando il web: i contenuti video. Se infatti tutti noi siamo intuitivamente portati a pensare che siano stati i social network il fenomeno “digital” con la più alta crescita di questi anni, ci stupirà sapere che il consumo di contenuti video, in rete è cresciuto a ritmi ancora superiori, imponendosi di fatto come il vero fenomeno di rivoluzione di massa della rete negli ultimi anni: +1905% è il tasso di crescita del consumo di contenuti video dal 2000 al 2009 rispetto alla crescita dei social network nello stesso periodo (+883%). A dispetto di queste cifre però, il valore degli investimenti pubblicitari nell’area video, è pari solo a 3 miliardi di dollari, briciole rispetto alla TV.  Quali sono i nuovi modelli di TV intesa come consumo di contenuti video? Il modello di televisione alternativo o complementare a quello della TV tradizionale, è capitanato da Youtube, Netfix, Hulu, Vimeo. Sono fenomeni che non possiamo ignorare e che, in funzione delle direzioni che stanno prendendo, impatteranno direttamente sul modo di concepire il rapporto con lo screen televisivo. A capofila di questo movimento, c’è Youtube: “solo” 7 anni fa pioniere, iniziatore e promotore della cultura dei video online e oggi il più grande contenitore video globale e secondo motore di ricerca al mondo. 800 milioni di unique user al mese, 3 miliardi di visioni al giorno, 48 ore di nuovi contenuti caricati ogni minuto. 8 volte il numero di spettatori di Hulu (NBCUniversal, News Corporation e Walt Disney). La prima piattaforma media globale. Ma anche Youtube non sembra ancora aver trovato la risposta all’interrogativo sul futuro della televisione. Sì, perché a dispetto dei numeri impressionanti che lo descrivono, anche Youtube non appare perfetto e alcune delle sue criticità attuali sono direttamente riconducibili al DNA stesso del brand. Youtube nasce infatti sotto l’egida di User-Generated Anarchy: libera scelta non solo dal lato dell’upload ma soprattutto della scelta di cosa vedere e quando vederlo. Ciò rende il consumatore libero di operare qualsiasi scelta di programmazione e di broadcasting. Libero fino al punto di poter fare la propria televisione costruendosi un palinsesto personale e istantaneo. Ma questa libertà, congiuntamente all’iper-abbondanza di offerta di contenuti, sta creando un paradosso: l’immobilismo del consumatore stesso, incapace di scegliere, ogni 3 minuti (tempo medio di 1 contenuto video su YT), cosa vedere dopo, a differenza invece della TV dove il blocco di programmazione dura in media 22 minuti. E su questo punto, nonostante YT sia il secondo motore di ricerca più popolare al mondo, il brand non è ancora riuscito a trovare la soluzione giusta per un consumo più lungo e continuativo. Ricercare entertainment è diverso da ricercare informazioni: “lol” è la keyword più utilizzata su YT, ma così facendo titoli ed etichette dei video non forniscono indicazioni molto utili alla profilazione con l’algoritmo. Risultato? L’average tuber spende  solo15 minuti al giorno su YT, contro le 4-5 ore di watch-time televisivo del consumatore medio americano. Ciò spiega perchè, nei quartier generali di Youtube, sia attualmente in corso una virata significativa che potrebbe anche alienare una parte dell’audience storica dei suoi fedelissimi. Il cambio di homepage in vigore da pochi mesi testimonia infatti la prima risposta alle criticità di cui si parlava. Stiamo andando verso un tentativo di aiutare e guidare il processo di ricerca, scelta e programmazione fai-da-te degli user, attraverso l’introduzione di canali e la tematizzazione per ambiti di interessi. Non solo, ma sul fronte contenuti c’è una seconda rivoluzione in casa Youtube: l’introduzione di servizi come movie-streaming e i nuovissimi Youtube Original Channels. Entrambi i servizi traducono l’intenzione di Youtube di alzare significativamente il livello qualitativo dei contenuti offerti, rendendolo competitivo con altri servizi online (Hulu e Netfix) e anche con quelli televisivi (è solo un altro screen), senza contraddire radicalmente la propria origine user-generated. L’obiettivo ultimo è naturalmente quello di prolungare la permanenza media degli utenti, watch-time, e consentire CPM rates più interessanti. In breve: il più grande media player globale sta cercando di gettare un ponte che unisca la cultura dell’informazione e dell’abbondanza (Google) e la cultura dell’intrattenimento e della scarsità-premium (Hollywood). La tv del futuro ancora non c’è. E così neanche un modello di investimento pubblicitario alternativo a quello tabellare. Sono più le domande che le risposte. Stiamo andando verso una specie di convergenza? Lo scontro e la sfida sarà sui contenuti? O sulla qualità della programmazione? Oppure sulle regole di fruizione e consumo? Sulle business revenue e la sostenibilità-profittabilità del modello? I Due universi paralleli, TV e contenuti video, sono conviventi ma sempre più prossimi a qualche forma di clash, di collisione, di contaminazione. Il consumatore è lo stesso e sarà proprio lui a prendere per mano brand e mercati e a guidare il cambiamento, con i suoi comportamenti adattativi e le sue nuove abitudini. Insomma, i silos isolati, tv, computer, smartphone e tablet, cui siamo stati abituati finora, sono sempre più vicini a rompersi e a mescolarsi. Forrester prevede che entro il 2016, metà delle case americane avranno televisori con wi-fi che riporteranno in salotto i contenuti video del web. La tecnologia è già osmotica quindi. Il consumatore anche. Apple è pronta ancora una volta a stravolgere le regole del gioco con Apple TV, che si prevede introdurrà nuove forme di condivisione multi-piattaforma ora anche nel comparto televisivo. Un cambio di direzione significativo rispetto a quanto stanno facendo tutti i player di mercato, intenti a sfidarsi a suon di 3D e alta definizione. La vera sfida sarà su come i consumatori potranno interagire con i contenuti video, su più schermi e in maniera sociale. A tal proposito, ho scovato questi due esempi particolarmente recenti e interessanti di come potrebbe svilupparsi questo futuro della televisione: shelby.tv e la loro tecnologia touchplay. Shelby.tv è una nuova idea di TV sociale, che costruisce il palinsesto del consumatore creando uno stream di contenuti video “pescati” dai profili facebook e twitter dei propri amici. Con in aggiunta la possibilità di interagire socialmente con gli stessi contenuti mentre li guardi, commentando, condividendo, taggando, ecc… Una TV socially-oriented, che cerca di risolvere il problema di YT, la scelta, attraverso un meccanismo di contestualità sociale.

A questo link (purtroppo non si riesce ancora a fare l’embedding) potete vedere una demo di come funziona Shelby.tv

La seconda, touchplay, è l’evoluzione interattiva di Shelby.tv appena presentata al CES 2012, attraverso cui l’interattività via ipad con i contenuti della TV viene abilitata direttamente anche nel televisore di casa, introducendo delle nuove forme di interazione con i contenuti totalmente estranee all’esperienza televisiva da salotto. Anche qui un link per vedere touchplay in azione.

Per concludere. A me sembra chiaro che i silos finora separati di TV e web, a partire dal mondo video, si stanno spaccando e stiamo andando a tutta velocità verso forme di convergenza multiplatform. Con alcuni distinguo importanti rispetto al passato: che le modalità di fruizione, le tipologie di contenuti, gli approcci al palinsesto, i comportamenti degli utenti, sono profondamente diversi nei due mondi di provenienza e rispetto a quanto eravamo abituati dal passato. La tecnologia abilita, o disabilita. Io ho appena acquistato una TV wi-fi, l’ho connessa ad internet e sto sperimentando. Vi assicuro che qualcosa cambia. E non è nella tecnologia, bensì nella nostra testa.

E voi, che televisione vi immaginate?