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Anonimo non a caso: intervista al creatore di Evasori.info.

Evasori.info è una piattaforma partecipativa online che invita le persone a geotaggare e quantificare l’evasione fiscale in Italia.
L’elettrauto ti propone lo sconto se fai senza fattura? Hai chiesto lo scontrino al bar dove mangi a mezzogiorno e non te l’hanno dato? Mappali, almeno capiremo l’entità e la diffusione del fenomeno.

Bel progetto, affascinante, ma chi lo aveva fatto? La Guardia di Finanza?

No, un professore italiano di informatica che vive negli Stati Uniti, indignato dal comportamento rassegnato e poco attivo degli italiani. Per non tollerare l’evasione, per non diventare complici nel creare un’ingiustizia fiscale che costringe alcuni a pagare le tasse anche per quelli che non le pagano, l’unico modo è agire. E smettere di subire comportamenti che alla fine ci penalizzano direttamente, perchè con lo stato in bolletta, peggiorano i servizi al cittadino e poi ci lamentiamo.
Meglio essere attivi, darsi da fare, contribuire a risvegliare la coscienza sociale. Per questo il professore aveva creato e sviluppato una piattaforma partecipativa e l’aveva messa a disposizione della gente.

Ma perchè una persona un giorno decide di iniziare un progetto così impegnativo e complesso? Quali le motivazioni? Quale l’episodio scatenante? Perchè desiderava restare anonimo?
Più conoscevo la piattaforma e più mi incuriosiva il suo creatore. Gli ho chiesto un’intervista, me l’ha concessa, la trovate qui.



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La pubblicità adesso si fa in bagno.

Anzi, sarebbe più corretto dire “Mano a Mano in El Baño.”

È il caso della geniale e pluripremiata campagna Old Spice che continua a far parlare di sè.

Un nuovo piano strategico che quelli di W+K hanno architettato sostituendo il vecchio testimonial con Fabio che pochi giorni fa si è presentato così al grande pubblico.

Fin qui tutto nella norma WiedenKennediana. Ma è dopo una settimana che  si svela la big idea.

Sulla scena ritorna Isaiah Mustafa, il vecchio modello Old Spice. Ed è subito sfida. Meglio il vecchio modello o il nuovo?

Il campo di battaglia? Youtube, Twitter e Facebook.

Ed ecco che nasce  “Mano a Mano in El Baño”, il nuovo progetto Old Spice dove i due se  la suonano di santa ragione a colpi di video sempre ambientati in bagno.

Old spice guy o Fabio? Fabio oppure Old spice guy?

La risposta? Basterà attendere il prossimo Cannes.

 


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Crowdsourcing rules or sucks? Scoprilo grazie all’e-book gratuito Masse Creative.

In questi giorni l’Art Directors Club Italiano si interroga sul fenomeno del Crowdsourcing in relazione al Concorso indetto dal Ministero del Lavoro sulla piattaforma Zooppa.

E’ un tema complesso, controverso, molto legato alle modalità della rete.

Ha a che fare con il lavoro o è un gioco? Le opinioni sono differenti, si mette l’accento soprattutto sulle piattaforme di User Generated Advertising. Ci si chiede se lavorare alle Competition sia un’opportunità affascinante da parte delle aziende per fare le cose assieme alle persone, o sfruttamento di creativi sottopagati.

Sicuramente all’interno del mondo della creatività italiana c’è il desiderio di saperne di più. Magari dalla voce di un insider.

A tutto questo cerca di dare una risposta  Stefano Torregrossa ha analizzato dall’interno il fenomeno del Crowdsourcing e lo ha raccontato nell’e-book gratuito Masse Creative.

Prosegui nella lettura e scarica il libro qui.


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Copywriting e Business Writing. Quale libro manca?

Impronta ADV lancia via Twitter questo interessante interrogativo, rivolto all’ADCI Art Directors Club Italiano, ai copywriter e per estensione a tutti coloro che si occupano di comunicazione:

@adcinews Chiedo a voi e a tutti i #copywriter (ma non solo):quale grande libro made in USA su copy e /o business writing manca in Italia?

Si possono dare le risposte nei commenti.


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Il Ministero del Lavoro e Zooppa. Opportunità o sfruttamento?

La notizia è uscita dieci giorni fa su YouMark:

Italia Lavoro, ente soggetto al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ha lanciato da pochi giorni una gara creativa su Zooppa.it, piattaforma online di user-generated advertising.

Diversi colleghi mi hanno scritto in questi giorni chiedendomi “cosa ne pensa l’Adci?”. Sotto troverete il mio parere e quello di altri del consiglio direttivo. Da soli non siamo l’Adci. Quindi non fermatevi alla nostra opinione. Voi, cosa ne pensate?

Il prodotto da promuovere

Il cartello finale che deve essere presente nei video

Massimo Guastini
Probabilmente chi ha avuto questa pensata si è sentito molto smart e “mOderno. A me pare una scelta quanto mai infelice, che suona addirittura beffarda nel momento in cui proviene dal Ministero del lavoro. Fissa delle tariffe scandalosamente basse per un professionista. Il miglior video, prodotto e servito chiavi in mano, diritti compresi, prevede una “gratifica” di 4000 dollari. Sarebbe già scarso come rimborso. Ma non c’è nessun rimborso per chi non vincerà.
Ricordo che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, è scritto nella nostra Costituzione, all’articolo 1. Lavoro remunerato ovviamente, perché quello gratuito si chiama hobby. E non ci si può fondare nulla, tanto meno una Repubblica.
Questa demenziale iniziativa non prende minimamente in considerazione un altro aspetto secondo me cruciale: il nostro mestiere non consiste nel produrre dei manufatti. Un video, un logo, un annuncio stampa, non sono solo il supporto che li veicola ma qualcosa di più fondamentale che si chiama “idea”.
E le idee, nel nostro mestiere, dovrebbero valere per quanto, come e dove le usi. Non possono avere un prezzo prefissato come fossero patate.
Ma forse un quintale di patate ben si abbina alle zucche vuote.

Paola Manfroni
Un argomento che ho usato durante un convegno sul crowdsourcing è quello della RISERVATEZZA dei brief industriali seri. Per quel che riguarda lo Stato però, il punto cruciale mi pare sia la non consapevolezza che prima delle idee e realizzazioni c’è una strategia di persuasione del pubblico, che solo successivamente diventa video, logo etc, altrimenti è solo una notizia decorata con le figurine. E siccome lo Stato non annovera nelle sue fila veri esperti di comunicazione, quello che dovrebbe seriamente comprare è una consulenza professionale, non un’idea verbale o visiva che sia.
In questo senso anche le gare tra agenzie -tanto per capire dove vorrei andare a parare – non mi piacciono. Non vendiamo prodotti, ma consulenze. Fanno le gare tra avvocati confrontando le arringhe, per dire?

Mizio Ratti
Secondo me la cosa da condannare è che anziché essere un’opportunità data ai giovani rappresenta uno sfruttamento degli stessi. A fronte di quel budget non c’è la possibilità di remunerare in maniera dignitosa il lavoro.
Prendiamo il primo premio, quello più appetitoso.
5000 euro per ideare e realizzare un video.

Mettiamo pure che uno per girare non spende una lira (spenderebbe comunque il suo tempo).
Cosa sono 5.000 euro?
Una volta tolte le tasse diventano 2.500.
Può sembrare comunque un profitto decente ma invece bisogna ragionare nell’ottica del freelance.
Non è che i 2.500 mi arrivano tutti i mesi: dovrei vincere contest di continuo.

Vi suggerisco poi il ragionamento di un giocatore di poker: l’aspettativa di vincita.
Devi dividere i 5.000 per il numero delle persone che partecipano al contest.
mettiamo che siano 200.
5.000/200= 25 euro.
Questo significa che ogni volta che partecipo a un contest del genere la mia aspettativa di guadagno è di 25 euro.
Dividiamo questi 25 euro per il numero di ore che un ragazzo ha impegato per pensare e realizzare il video e arriviamo alla cifra che il Ministero ha pagato i giovani.
Mettiamo ipoteticamente anche solo 24 ore.
25 euro diviso 24 ore fa un euro all’ora.

Ecco, in sintesi il Ministero del lavoro ha pagato i giovani che ha coinvolto tramite Zoopa 1 euro all’ora.
E senza insegnarli niente dal punto di vista professionale.
Ebbene, questo secondo me è sfruttamenteo.

Paolo Guglielmoni
Conosco una persona che da consulenza come crowdsourcer: ma lui si fa pagare come facilitatore di dinamiche di crowdsource, che effettua direttamente con il cliente. Questo è interessante, è una nuova professione. Il crowdsourcing come scorciatoia x la creatività trovo che sia deprimente.

Fabio Ferri
E’ molto grave.
Questo è uno sparare al ribasso scandaloso, lo sarebbe da qualunque Cliente: E’ ancora più grave e da sfruttatori sapendo che viene dal Min. del Lavoro!

Gianni Lombardi
Secondo me rientra nel solito schema per cui gli italiani furbastri confondono sempre tattica con strategia. Fare sempre garette per le operazioni di comunicazione significa ricorrere a soluzioni tattiche che non costruiscono la strategia. Evidentemente anche il Ministero del Lavoro per la sua comunicazione naviga a vista, come la maggior parte delle aziende italiane (oggi scelgo con Zooppa, domani scelgo l’agenzia che costa meno, dopodomani quella di mio cuggino, settimana prossima l’agenzia trendy, ecc).

Matteo Righi
Un’opportunità per i creativi, un casino per il cliente quando dovrà scegliere.

Con le modalità di Zooppa, la Community risponderà al brief con la massima libertà e “senza nessun direttore creativo o account che ti vincola”. La community si divertirà a creare come si fa per un concorso. Nessuno si sentirà sfruttato, se ho capito bene dal brief, solo le creatività di chi viene premiato vengono utilizzate e altre degne di ‘Honourable mention’ potranno essere acquistate. Molti invece acquisteranno credito all’interno della community e magari metteranno qualcosa in portfolio.

Se tutto va bene, arriveranno centinaia di elaborati e per la giuria composta esclusivamente dal cliente, identificare quelli più adatti ed essere sicuri di averlo fatto, diventerà davvero difficile.

Il Crowdsourcing è un’ottima cosa, ma la vera esplosione della forza creativa della folla, la si ottiene quando questa forza viene gestita. E’ il caso di Quirky, una community/azienda che produce oggetti grazie alle idee delle persone e dove ogni fase del processo di progettazione è guidata da specialisti, come è giusto che sia nella produzione di un pezzo di design.

Se in questa piattaforma di User Generated Advertising si potesse guidare il processo in tutte le sue fasi, se fosse possibile permettere all’esercito di creativi di relazionarsi con una direzione creativa/strategica tale da garantire un output più definito, sarei seriamente tentato dal proporre un esperimento a qualche mio cliente.

Fabio Gasparrini
Quello che davvero mi stupisce – e che sta a monte di altre sacrosante considerazioni sul rispetto della professionalità e del suo giusto costo – è la scarsa o nulla importanza attribuita a una iniziativa di comunicazione pubblica. Come fosse un gioco, un’allegra leggerezza che può essere gestita attraverso qualcosa che assomiglia molto a un concorso a premi (tant’è che il fee creativo viene chiamato “monte premi”). Non lo farei neppure per un marchio, figuriamoci per una campagna.

Quello di cui il cliente – in questo caso un pezzo importante della Pubblica Amministrazione – non si rende conto, è che una cattiva comunicazione non sono solo soldi sprecati, È UN DANNO. Un danno di posizionamento, di messaggio, di immagine che potrebbe richiedere anni recuperare. E non c’è dubbio che un’operazione gestita in questo modo (con un brief approssimativo, con la scarsa conoscenza del nostro Paese che un grafico magari straniero può avere) sarà un ulteriore esempio di cattiva o medicre comunicazione. Nel migliore dei casi, sarà un’occasione sprecata.

I veri professionisti della comunicazione non partecipano a queste operazioni. Perché il processo non è serio, e perché non remunera abbastanza la loro professionalità.

Come giustamente si è già scritto, non si sceglierebbe così uno studio legale per una causa importante. Né un medico per un consulto. Ma la comunicazione è un gioco innocuo, siamo tutti creativi, alla fine sono figure e parole in libertà, e allora prendiamola davvero come un gioco, anzi facciamone un gioco globale e digitale, che fa tanto giovane e democratico.

Poi uno si chiede come mai la PA in Italia comunica come neanche un poltronificio in Brianza. Con i soldi miei, per giunta.


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Fake d’autore

di Davide Boscacci

Shea Hembrey è una simpatica canaglia che ha avuto l’idea di spacciarsi non per un artista (sai che novità) ma per cento. A ognuno di essi ha dato un nome, una nazionalità, un sesso, un carattere e ovviamente uno stile. Così di volta in volta passa da quadri a installazioni, foto, sculture o videoarte, sotto lo pseudonimo di qualche Mark, Johanna e persino di interi collettivi di artisti.

Non so voi, ma a me sembra la perfetta sintesi di molta (troppa) arte contemporanea, dove basta che uno abbia qualche ideuzza simpatica e i mezzi per produrla (o farla produrre), appiccicarsi un qualche concetto concettuale e mettere le opere in vendita a diecimila euro al pezzo. Eppure, se la guardo dal punto di vista del marketing e della comunicazione, lo trovo decisamente furbo e interessante. Ci siamo sempre chiesti se la pubblicità fosse una forma d’arte. Comincio a chiedermi il contrario.


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5 consigli utili per gestire la propria reputazione online [e anche offline!]

Qui un interessante articolo su come gestire la propria reputazione online. Il che equivale a dire anche come gestirla offline, perché online e offline NON sono più due mondi separati ma sono vasi comunicanti. In sintesi:

1. Cercare e comprendere

Cercare, aiutandosi con i motori di ricerca, i siti che parlano di te o della tua azienda.

2. Ascoltare

Ascoltare e seguire quello che viene detto, comprese le critiche e le segnalazioni.

3. Sii presente

Essere presenti nei social network significa aumentare la visibilità del proprio marchio. Ma la presenza passiva non basta…

4. Partecipa alle conversazioni

Se ti citano, rispondi alle domande, ringrazia per le critiche e cerca di chiarire il tuo punto di vista.

5. Crea contenuti utili

La gente non vuole più celebrazioni pubblicitarie autoreferenziali. Vuole informazioni, notizie utili, storie divertenti. Sito, blog, pagina Facebook e le altre presenze online devono dare qualcosa al tuo pubblico.

L’articolo completo (in inglese) è qui. Cosa ne pensi? Le marche e le agenzie pubblicitarie italiane a che punto sono in questa strada?

 


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Vuoi fare la Réclame?

Mercoledì sera ho partecipato a “Vuoi fare la Réclame“.
La manifestazione ha finalità analoghe alla portfolio night, ma non è organizzata dall’Adci e ha permesso a oltre 80 giovani professionisti o aspiranti creativi pubblicitari, di mostrare il proprio portfolio a circa venti direttori creativi.
Nessuna quota di iscrizione richiesta, ma un’ organizzazione impeccabile in una cornice splendida: il museo di scienze naturali, a Torino.
La festa si è svolta all’esterno, nel Cortile della Farmacia. Ho chiesto a uno degli organizzatori di scrivermi un post sul significato di questo evento.
Voglio solo aggiungere una cosa.
Ho visto 9 persone, provenienti da agenzie pubblicitarie concorrenti, dedicare molte energie buone per costruire “qualcosa” di utile, in armonia.
La considero una lezione, o se preferite una testimonianza importante.

E ora, la parola agli artefici.

L’associazione Parola di Lì nasce nel 2009 in ricordo di Lietta Marucco, testarda (è l’aggettivo che più ci piace per ricordarla) copywriter che abbiamo avuto la fortuna di avere come amica e collega. Dopo l’incidente che ce l’ha portata via è nata quasi subito l’idea di creare un’associazione capace di portare avanti nel tempo i suoi valori, la sua passione per questo mestiere e la sincerità che ci metteva nel farlo. Alcuni di noi neanche si conoscevano, ma il desiderio di fare qualcosa nel nome dell’amica comune ci ha unito, creando tra di noi un legame molto forte.
Per ricordarla non abbiamo avuto dubbi: la cosa che avremmo fatto sarebbe stata unire e nostre competenze e creare qualcosa nel mondo che la nostra amica amava così tanto e per entrare nel quale aveva fatto tanti sacrifici.
L’associazione ha come obiettivo principale quello di aiutare i giovani creativi in quel delicato momento di passaggio tra la fine degli studi e l’entrata nel mondo del lavoro. Ci siamo passati tutti e sappiamo bene come quel periodo sia caratterizzato da paura, confusione e mancanza di senso della realtà. Parlare, confrontarsi, entrare in contatto con persone che quel lavoro lo fanno da anni, professionisti, creativi, che da sempre si scontrano con tutte le gioie e tutti i dolori di questo lavoro è sicuramente un metodo efficace per prepararsi e soprattutto per capire quale sia effettivamente il miglior modo per iniziare a concretizzare. Per questo l’Associazione ad oggi si concentra in particolare su questo: creare delle opportunità e delle occasioni di confronto sincero tra il mondo del lavoro e i giovani.
Senza che quasi ce ne accorgessimo, “Vuoi fare la Réclame?” ha iniziato a prendere forma da subito nella nostre teste. È stata la cosa più naturale del mondo. Dobbiamo aiutare giovani creativi? Organizziamo un evento nel quale abbiano la possibilità di confrontarsi con direttori creativi e professionisti delle principali realtà torinesi del mondo della comunicazione, dando a quelli che poi di fatto sono colloqui, un’aria il più possibile informale, leggera.
Un’opportunità grande per i ragazzi, ma anche un’occasione per avvicinarsi al mondo del lavoro in maniera, se possibile, divertente.

L’associazione nasce da un’idea di Elena Ambrosia, Emanuela Barbano, Lorenzo De Palo, Barbara Ghiotti, Domenico Parzanese, Anna Ponti, Fulvio Ruggiero. Si sono successivamente unite a noi Angella Calligaro ed Emanuela Reitani, e ormai ci consideriamo tutti e 9 a pari merito l’anima dell’associzione. Insomma, se vuoi citare i nomi (per noi è indifferente, non abbiamo velleità!) mettici tutti quanti.
E poi tanti amici e colleghi che ci supportano, aiutano, sostengono, sopportano.


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La pubblicità online cresce del 15,3% in tutta Europa

Per mettere la situazione pubblicitaria italiana in un contesto più ampio è utile notare che il totale degli investimenti sull’online nel 2010 ha raggiunto quota 17,7 miliardi di Euro, contro i 15,3 miliardi dell’anno precedente (cifre riferite all’intero mercato europeo). La crescita è un fattore comune a tutti i paesi del network IAB Europe: si va dal +37% registrato in Russia, al +24% della Repubblica Ceca, +14% della Danimarca, fino al +7% della Francia.

I mercati che hanno fatto registrare il maggiore volume di investimenti sono Gran Bretagna, Germania, Francia, Olanda, Italia e Spagna (in quest’ordine). Assieme, questi paesi rappresentano oltre tre quarti (74%) di tutto il mercato europeo dell’advertising online. L’Europa Centrale e Orientale hanno invece una quota pari a circa un decimo del totale (9,8%).

Il post completo, da IAB Italia, qui.